Il Ghiacciaio del Calderone

di Padre Gabriele Marini

Dal Bollettino del Club Alpino Italiano Sezione dell’Aquila Giugno 1980

Il Gran Sasso d’Italia vanta la presenza di un ghiacciaio che, anche se di modeste dimensioni, è situato in una latitudine, molto fuori dell’ordinario e, per precisione, è il più meridionale dell’Europa. ·
Il ‘Catasto dei Ghiacciai Italiani’ del C.N.R. (1957-58) lo riporta con le seguenti notazioni:
“Appennino Abruzzese; Gran Sasso d’Italia; Valle. Vomano.
“Lt. 42° 28′ 15″ N; Lg. 1 ° 06′ 53″ E . “Bac. idr. Fosso S. Nicola o Fosso a Corno, Mavone, Vomano.
“Corno Grande 29 12; quota più alta del ghiacciaio 2867; quota fronte più bassa 2676.
“Lunghezza 3 90 m. ; larghezza massima 230 m; superficie 6,2 ha; inclinazione 26°.
“Alimentazione diretta e per vento. Esposizione NNE. Circo pirenaico.
“Non si hanno dati di variazione frontale”.
Si hanno invece dati di variazione nello spessore; nei rilievi fatti dal Tonini nel 1958, confrontati con quelli fatti riel 1934 dallo stesso Autore si ha una differenza in meno di 25 metri (Alberti Marchese, 1960).
Occupa il fondo ed il pendio settentrionale di un circo allungato posto sotto il massiccio del Corno Grande; è caratterizzato da crepacci terminali e trasversali, da una marcata zonatura superficiale, da un notevole sviluppo di morene laterali e frontali, da massi formanti tavole e coni detritici.
Per la sua grandezza e per queste sue caratteristiche è paragonabile ad alcuni dei minori ghiacciai delle Alpi calcaree meridionali (Marinelli e Ricci, 1916).

b1 Calderone-1916-foto_Marinelli_ricci

archivio Marinelli e Ricci, 1916

Questa nostra nota non è uno studio nuovo sul ghiacciaio e sulle sue caratteristiche, perché è ben conosciuto ed è stato studiato da diversi autori; esiste al riguardo una bibliografia piuttosto abbondante; qui si vuol mettere solo in evidenza l’importanza del ghiacciaio dal punto di vista scientifico e la sua funzione ecologica nell’ ambiente in cui si trova e pertanto non solo si ritiene opportuno, ma direi necessario, farlo rientrare in un eventuale comprensorio di riserva per salvaguardarne la esistenza e la funzionalità e comunque proteggerlo da una facile e· incontrollata manomissione.
Essendo esso l’unico ghiacciaio degli Appennini e il più meridionale d’Europa, costituisce già di per sé un’interessante attrattiva turistica per quanti, amanti della montagna, fanno l’escursione alla vetta di Corno Grande e possono vedere l’affascinante massa di ghiaccio ché si estende sotto i loro piedi nell’anfiteatro in cui è racchiuso.
La sua importanza però non è data solo dalla attrattiva turistica, anche se noi siamo abituati forse a vederlo sotto questo aspetto, ma è anche e principalmente scientifica ed ecologica.
La sua più rilevante importanza scientifica è quella di essere l’unico residuo negli Appennini delle grandi glaciazioni del Quaternario, a cui è legata di conseguenza tutta una lunghissima storia di vita e di ambiente, ed è pertanto anche l’unico luogo in cui negli Appennini è dato ritrovare e studiare tutti i fenomeni legati al glacialismo. Esso infatti esercita, anche se in modeste proporzioni, la stessa azione ed ha il medesimo influsso sul circostante ambiente strettamente legato alla sua presenza, come i grandi ghiacciai; azione e influsso che perciò possono essere valutati, direttamente e indirettamente, anche ecologicamente (Musmarra, 1960).
La prima influenza la esercita certamente sulla climatologia locale attuale e quindi su tutti gli altri fenomeni ad essa legati. Non è che la sua presenza indichi condizioni climatiche generali tali da permettere ed alimentare il fenomeno del glacialismo sul Gran Sasso; anzi sotto questo punto di vista esso non ha alcun significato (Demangeot, 1975). La sua presenza è spiegabile solo dal fatto che si trova in una incassatura topografica esposta a nord, e quindi quasi sempre in ombra, e per di più aperta ai venti adriatici.
Ma questa presenza ha senz’altro un influsso sulla climatologia locale.
Già l’Ortolani (1942) metteva in evidenza questo lato interessante del ghiacciaio del Calderone: « L’interesse che presenta questo ghiacciaio è dovuto, più che altro, alla latitudine così fuori dell’ordinario; inoltre, nonostante le modeste dimensioni, esso deve esercitare pure una non trascurabile influenza idrologica e climatologica locale ».
È questo un fattore ecologico molto importante perché la sua coltre nevosa protegge il suolo dal raffreddamento (1); questo determina per la microflora e per la microfauna, che vive negli strati inferiori della massa nevosa, con dizioni di vita pressoché stabili tanto per il pe riodo invernale che per quello estivo, per cui vi trova favorevoli condizioni di vita. Ma anche in superficie deve permettere l’acclimatarsi a forme di vita che prediligono un ambiente freddo, come le alghe criofile, la cui presenza alla nostra latitudine altrimenti non sarebbe possibile.
Ci risulta che sia la flora che la fauna del Gran Sasso sono state largamente studiate, sia nell’insieme, sia con monografie particolari (2), ma non ci risulta che sia stato effettuato alcuno studio sulla microflora e la microfauna del ghiacciaio e sul loro acclimatamento a quelle condizioni di vita. Notiamo pertanto, la loro presenza come possibilità, date le condizioni, ma non la· possiamo asserire come fatto accertato perché non verificata.
Penso che non sarebbe fuori posto e privo di interesse scientifico fare un esame del genere, sia per l’una che per l’altra. Per l’equilibrio biologico di un ambiente, l’importanza e il valore anche della microbiologia è un dato ormai chiaramente e definitivamente acquisito dalla scienza.
Altra importanza ecologica è quella di essere un refrigeratore e condensatore dell’umidità atmo sferica, assumendo nel contempo un ruolo molto importante nella formazione del clima per l’ambiente, ripetiamo, che lo interessa direttamente. Ha la funzione, inoltre, di un grande serbatoio di acqua: il ghiacciaio, sciogliendosi, non forma solo i piccoli rigagnoli che vanno a Fosso S.Nicola e quindi al Mavone e poi al Vomano, ma contribuisce ad alimentare certamente le sorgenti del bacino idrografico dello stesso Fosso S.Nicola. Oggi poi, data la captazione della grande vena di acqua nel traforo del Gran Sasso, han possiamo considerare estraneo il ghiacciaio del Calderone alla alimentazione di quella rilevante circolazione di acqua sotterranea, trovandosi esso di poco spostato verso NW dalla verticale dell’autostrada; è evidente allora la sua influenza sull’azione carsica che le acque esercitano nella circolazione sotterranea. Anche la sua azione di erosione, di trasporto, di costruzione, di modellamento e quindi di lenta trasformazione del suo ambiente geografico 10n deve essere né sottovalutata né, tanto me- 10, ignorata. Il notevole sviluppo delle morene laterali e frontali, i massi formanti tavole e i coni detritici (Marinelli e Ricci, 1916; Catasto dei Ghiacciai Italiani, 1957-58) testimoniano la grande attività esercitata in questo senso dal ghiacciaio.
Le antiche discussioni, sollevate dal Partsch (1889), se i depositi a fronte del Calderone siano veri depositi morenici o non piuttosto detriti «giunti sul sito attuale solo per essere scivolati o precipitati sopra al piano fortemente inclinato del nevaio», sono ormai superate. Lo studio di Marinelli e Ricci, la determinazione indicata dal “Catasto dei Ghiacciai Italiani” sopra ricordati, penso che abbiano sufficientemente risolto il problema.
Questa azione di erosione, di trasporto, di costruzione e di modellamento, oggi non troppo appariscente ai nostri occhi perché si tratta di azione lenta nel tempo e perché il ghiacciaio non presenta un rilevante movimento, deve essere stata invece molto accentuata nei tempi addietro dato che, senza alcun dubbio, esso è un residuo, come si diceva innanzi, delle grandi glaciazioni che nel Quaternario interessarono abbondantemente anche gli Appennini e, in modo particolare, il  massiccio del Gran Sasso (Ortolani, 1942; Tonini,1955);
Pertanto noi non saremmo alieni dal ritenere che lo stesso anfiteatro, in cui oggi esso è racchiuso, è stato formato dal ghiacciaio, sia per la sua azione meccanica sia per l’azione carsica delle sue acque; ed allora è molto chiara l’azione di modellamento che esso ha compiuto e lentamente compie ancora.
L’inserimento del ghiacciaio in un eventuale comprensorio di riserva avrebbe inoltre un’altra ragione di fondo: quella di proteggere, almeno dalla contaminazione dell’uomo, l’«albedo» della sua superficie; fattore, questo, della massima importanza per la salvezza di un ghiacciaio. È risaputo infatti che il fattore «albedine» ha grande influenza nell’ablazione del ghiacciaio: quanto più la superficie è sporca ed offuscata tanto più è recettiva del calore radiante e quindi maggiormente influenzante sul fenomeno dell’ablazione; al contrario quanto più è bianca la superficie tanto meno è recettiva del calore radiante e quindi più lenta l’ablazione. Per valutare appieno l’importanza di questo fattore basta pensare che, tra le forme di calore che determinano l’ablazione di un ghiacciaio, il calore radiante vi interviene con il 75% (Alberti Marchese, 1960).
Già il Tonini, negli ultimi rilevamenti degli anni ’50, notava che la superficie del Calderone appariva singolarmente oscurata e contaminata da minuti detriti e questo per evidenti ragioni della situazione locale e ambientale del ghiacciaio stesso. Ora se a questo fenomeno naturale si aggiunge l’opera negativa dell’uomo, che sempre più si aggira intorno ad esso, causando sollevamento di pulviscolo, frana di detriti e depositando o gettando i rifiuti, si comprende facilmente come diminuisca ancora di più la percentuale di albedine della superficie e aumenti l’ablazione con inevitabili conseguenze circa la esistenza stessa del ghiacciaio.

Ghiacciaio del Calderone – Rilevazione del 19-7-66 ·

1. Ad esempio, a Davos (Svizzera) la temperatura minima dell’inverno è di -0,6°C sotto un metro di neve, e di -33,7°C alla superficie (Dijoz, 1971).
1. Tra tante opere pubbliche ne ricordiamo solo alcune: Crugnola G. (1894), «La vegetazione del Gran. Sasso d’Italia», Teramo; Fumer E. Fumari F. (1960), «Ricerche introduttive sulla vegetazione di altitudine del Gran Sasso d’Italia», Bo. Ist. Bot. Univ. Catania, Ser. II, Voi. II, pp. 143-202; Giacomini V. – Fumari F. (1961), «Prime linee del dinamismo della vegetazione di altitudine del Gran Sasso d’Italia», Gior. Bot. Ital.,Firenze, pp. 356-363;Orto¬ lani M. (1961), Ricerche sul clima e sulla vegetazione del Gran Sasso», R.G.I,, LXVIII, pp. 168-171;Tammaro F. (1976), «Il genepì (Artemisia petrosa Baum Ian. ex D.C. spp.eriantha Ten. Giac. e·Rignatti) sul Gran Sasso d’Italia» “Omaggio al Gran Sasso”, Club Alpino Italiano, Sezione dell’Aquila, L’Aquila; Tammaro F. (1976), «Piante of ficinali e pratica della Fitoterapia nel Gran Sasso d’Italia», Riv. Ital. Essenze ecc. Voi. 58 (11), pp. 593-605, Milano; La.Greca M. (1975), «Gli ortotteri de lGran Sasso d’Italia e le loro origini», “Omaggio al Gran Sasso» ecc.; Quaglia F. (1975), «Elenco preliminare delle specie di insetti ricordate viventi sul Gran Sasso” ecc.;TassiF. (1975), «Breve analisi faunistica del Gran Sasso d’Italia», “Omaggio al Gran Sasso” ecc.


Bisogna elogiare e ringraziare il Club Alpino Italiano dell’Aquila, attraverso la pubblicazione di questi preziosi Bollettini,   già negli anni passati, ci aveva introdotto in questo mondo dei ghiacciai/nevai appenninici, studiando e rilevando capillarmente le loro trasformazioni.

Tuttavia il Prof Tonini, già negli anni ’50, aveva rilevato una pur minima variazione.

In una recente Alpinistica del 14 agosto 2017 sul Torrione Cambi con i Grandi Amici Appenninisti:   Giuseppe D’Annunzio, Francesco Mancini e Francesco Laurenzi abbiamo potuto assistere, nostro malgrado, al declino di questa importante vedretta che rappresentava un’ autentica e singolare icona climatica per le Nostre latitudini. E’ stata un’escursione fantastica specialmente per la continua osservazione dall’alto del bacino glaciale, oramai prevalentemente morenico.   Alcuni ricercatori nel 2003 fecero delle misurazioni su tale bacino glaciale e dai risultati del geo-radar sembra ci siano ancora 20-25 metri di ghiaccio fossile sotto la morena. Lo scorso anno quando ho assistito alla formazione, solo per un giorno, del Laghetto Sofia ho potuto misurare un sifone glaciale ed il risultato è stato di m 3,25.

http://www.icorridoridelcielo.it/il-laghetto-sofia-e-tornato-solo-per-un-giorno/

Paolo Boccabella

 

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