
Il maggiore ghiacciaio del massiccio del Gran Paradiso è quello della Tribolazione, l’unica vetta che supera i quattromila metri, interamente su territorio Italiano. Posto sul versante settentrionale, si forma nel vasto circo che si apre sotto la vetta più alta nell’alta Valnontey, valle laterale della val di Cogne.
È contornato da alte vette: la Testa della Tribolazione (3650 m), la Pointe de la lune (3777 m), la cresta Gastaldi, (3894 m), il Roc (4026 m), il Gran Paradiso (4061 m), il Piccolo Paradiso (3926 m) e la becca di Montandayné (3838 m). Con i suoi ca. 600 ettari di estensione è il più vasto del massiccio. Prende il suo nome dalla sua posizione e dalle difficoltà che presenta per l’accesso e l’esplorazione. “Il termine “tribolazione” evoca infatti l’idea di fatica, sofferenza e difficoltà, caratteristiche che ben si adattano alle condizioni impervie e talvolta pericolose di questo ghiacciaio”. Il Ghiacciaio della Tribolazione è molto celebrato in testi alpinistici e narrativi. La letteratura lo descrive come selvaggio, labirintico, dominato da crepacci e seracchi. Noi ci concentreremo su un racconto della traversata fino alla vetta del Gran Paradiso e sull’esplorazione dell’ambiente circostante.
L’idea di affrontare il ghiacciaio della Tribolazione nacque nel 1982. Cinque anni prima avevo frequentato la Scuola Militare Alpina dell’Arma dei Carabinieri a Selva di Val Gardena, dove avevo imparato i primi rudimenti della progressione su neve e ghiaccio. Ma sapevo bene che, per il Tribolazione, non sarebbe bastata la memoria degli insegnamenti militari: serviva una guida. Il ghiacciaio era una presenza che mi affascinava e inquietava allo stesso tempo. Se ne parlava come di un luogo austero, un dedalo di crepacci e seracchi che sembravano sorvegliare gelosamente l’accesso al Gran Paradiso. Ogni volta che osservavo qualche rara foto di quelle distese bianche e blu, sentivo che il momento si stava avvicinando: non potevo rimandare oltre.
Fu così che mi rivolsi a una Guida Alpina della Val d’Aosta, Oreste Squinobal, che aveva già affrontato diverse salite sul Gran Paradiso, attraverso la Tribolazione.

La preparazione iniziò settimane prima della partenza: lunghe camminate con lo zaino carico, serate passate a controllare nodi, ramponi e corde, e il silenzioso esercizio interiore di chi sa che là in alto dovrà affrontare non solo la fatica, ma anche se stesso.
Quando finalmente arrivò il giorno, la valle si presentò immobile, con l’aria tersa e il cielo chiaro di fine estate. Ogni passo verso il rifugio era un ritorno a quel senso di disciplina imparato tra i monti della Val Gardena, ma anche un ingresso in un terreno nuovo, che non avevo mai davvero conosciuto: quello dell’alpinismo autentico, dove ogni scelta pesa e ogni gesto conta. Con calma, davanti a una cartina e a un vecchio quaderno di appunti, la Guida Oreste mi spiegò le linee possibili, i passaggi più delicati, i rischi da considerare. Più mi parlava, più cresceva in me il desiderio di misurarmi con quella montagna, non tanto per sfidarla, quanto per capire fino a che punto potevo spingermi.








Quella mattina di settembre, l’aria era tagliente, nonostante il vento scendeva dalle vette come una lama invisibile, e il ghiaccio sotto i ramponi scricchiolava a ogni passo. Eravamo soli, io e la Guida. Il necessario, corde, piccozze, ramponi ecc. era sulle nostre spalle. La prima parte della salita fu quasi ingannevole: pendii nevosi dolci, la luce dorata dell’alba che accendeva le creste. Ma dopo poche ore il paesaggio cambiò: la distesa bianca si fece cupa, rigata da fenditure bluastre che sembravano inghiottire la luce. Ogni passo era un azzardo, ogni metro conquistato un patto col destino. Fu allora che il ghiacciaio cominciò a mostrare il suo volto. Tuttavia la progressione avveniva sempre con la massima attenzione, mantenendo i ramponi ben piantati e la piccozza pronta per un eventuale arresto.


Dopo pochi minuti, davanti a noi, si è aperto lo spettacolo inquietante dei crepacci: fenditure scure, profonde, che tagliavano la distesa bianca. Alcune erano evidenti, altre appena coperte da ponti di neve sottile, riconoscibili solo per lievi avvallamenti. Li abbiamo sondati con la piccozza, avanzando uno alla volta, con la corda in trazione. Ogni scricchiolio era un brivido, ogni passo una scelta di fiducia. In un paio di occasioni Oreste ha dovuto deviare, tracciando curve larghe per aggirare fenditure troppo ampie. Nei tratti più delicati la tensione si percepiva senza bisogno di parole: bastava l’attenzione con cui ci muovevamo, il respiro trattenuto quando uno di noi varcava un ponte, l’altro pronto a trattenere. Dopo quasi due ore, finalmente, il margine superiore è apparso davanti a noi. Il sole aveva già cominciato ad ammorbidire la neve e i crepacci luccicavano, minacciosi, ma eravamo ormai fuori dalla parte più insidiosa. Solo allora, anche la Guida, si è concesso un sospiro di sollievo e un sorriso.
Attraversare un ghiacciaio così crepacciato non è mai routine: è un esercizio di concentrazione e fiducia reciproca. Una lezione che resta nelle gambe e nella testa molto più a lungo del tempo effettivo impiegato. Tornando sull’itinerario, con attenzione bisognava superare un ripido salto glaciale (40°–45°), con ghiaccio vivo e seracchi instabili, per entrare nel vasto plateau glaciale superiore, che si collegava alla via normale dal Rifugio Vittorio Emanuele nei pressi della Schiena d’Asino (3700–3800 m). A questo punto si incrocia l’itinerario classico fino al colletto sotto la vetta. Breve tratto roccioso per raggiungere la statua della Madonna sull’agognata cima del Gran Paradiso (4061 m). Ne seguì l’abbraccio fraterno e i complimenti reciproci per aver condotto in maniera magistrale quella splendida e misteriosa salita. La discesa la effettuammo attraverso la via normale al Rifugio Vittorio Emanuele (2732 m), meno pericolosa in discesa rispetto al ghiacciaio della Tribolazione.
Considerazioni
In montagna non esistono né vinti né vincitori. Esistono solo cammini personali, fragili e “impermanenti”, come scriveva Franco Battiato, come le nuvole che accarezzano le creste. E se c’è una vetta che vale davvero la pena raggiungere, è quella interiore, dove lo spirito dell’esploratore supera l’ego del conquistatore. Tentare la traversata del Ghiacciaio della Tribolazione è stata e rimarrà un’esperienza bellissima, laddove ho provato emozioni che le parole non riescono del tutto a contenere: un senso di gratitudine immensa per il solo fatto di poter essere lì a venticinque anni, immerso in quell’armonia perfetta tra ghiaccio, cielo e roccia. Ma anche un nodo alla gola, nel rendermi conto di quanto fragile sia l’equilibrio di questi luoghi e di quanto poco, come specie, stiamo facendo per preservarli.
Fu l’unica volta che sentii la necessità di farmi accompagnare da una guida: forse ancora troppo giovane…






















Ogni volta resto sbalordito. Spettacolo mozzafiato, anche stando seduti in poltrona.
Grande Paolo Boccabella!