
In questo articoletto vorrei tornare sull’ormai celebre Colle Nord, già protagonista di un precedente racconto nel quale ho descritto il suo significato e la sua posizione orografica. Non mi ripeterò, dunque, e andrò subito al cuore di questa nuova avventura, che ha per me qualcosa di speciale.
Per due motivi, innanzitutto.
Il primo è la compagnia del mio amico Andrea, che per la prima volta si è cimentato con quelle severe pendenze che la montagna custodisce gelosamente, quasi a volerle nascondere agli occhi dei più. Un’esperienza nuova per lui, fatta di fatica, attenzione e meraviglia, in quell’ambiente dove ogni passo richiede rispetto e ogni conquista regala una soddisfazione autentica.
Il secondo motivo, più personale e forse meno eroico, riguarda il mio nuovo zaino, acquistato da poco e finalmente pronto per il suo viaggio “inaugurale” sulle mie spalle. Un essenziale e leggerissimo trentotto litri, scelto con una precisa filosofia: alla mia età, se si può risparmiare anche un solo grammo, bisogna farlo. La colonna vertebrale ringrazia e la montagna, che non fa sconti a nessuno, gradisce. Ma proprio quel termine, “inaugurale”, mi offre lo spunto per una piccola divagazione. Una storia che ho ascoltato raccontare magistralmente dallo scrittore Fabio Genovesi, al termine di una tappa del Giro d’Italia, e che proverò a riferire a modo mio. Perché, a volte, “il caso” si diverte a riscrivere le nostre storie, allontanandoci da ciò che avevamo programmato per condurci verso un destino del tutto inatteso. Il protagonista è Guglielmo Marconi, lo scienziato italiano che rivoluzionò le comunicazioni senza fili e che nel 1909 ricevette il Premio Nobel per la Fisica. Nel 1912 Marconi era stato invitato a salire a bordo del Titanic per il suo viaggio “inaugurale”. Su quella nave, simbolo del progresso e della fiducia incrollabile dell’uomo nella propria tecnologia, era stata installata una stazione radiotelegrafica del sistema Marconi, affidata a operatori specializzati. Tutto sembrava predisposto perché lo scienziato fosse presente a quella traversata destinata a entrare nella storia. Ma “il caso”, aveva in serbo un programma diverso. Pochi giorni prima della partenza, mentre percorreva in automobile la strada tra Pisa e Genova, nei pressi del Passo del Bracco, Marconi rimase coinvolto in un incidente. Nell’urto il parabrezza andò in frantumi e lo scienziato riportò una grave lesione a un occhio. Un imprevisto, un viaggio interrotto. E così, invece di imbarcarsi sul lussuoso transatlantico diretto a New York, dovette occuparsi delle conseguenze dell’incidente e rinunciare alla traversata. Infatti lo scienziato, non si perse d’animo e dirottò verso Murano, dove si fece costruire un occhio di vetro, il più prezioso che c’era. Il Titanic salpò senza di lui. Poche ore dopo la partenza, nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, la nave urtò un iceberg e affondò nelle gelide acque dell’Atlantico. Furono oltre millecinquecento le vittime. Molti dei superstiti dovettero la propria salvezza anche ai messaggi di soccorso trasmessi via radio dagli operatori di bordo, grazie a quella tecnologia che proprio Marconi aveva contribuito a rendere possibile. La radio che portava il suo nome divenne così uno strumento decisivo per chiedere aiuto. E lo scienziato, assente per una circostanza fortuita, in seguito ricevette una targa tutta d’oro. E allora, proviamo per un momento a fermarci su questa incredibile concatenazione di eventi. Un incidente automobilistico, un occhio ferito, un viaggio mancato. Da una parte, una perdita personale; dall’altra, la salvezza di tante persone resa possibile da una tecnologia che portava la sua firma. È proprio vero: la vita non segue sempre il percorso che abbiamo tracciato sulla carta. A volte basta un attimo, una curva, una circostanza imprevista, e tutto cambia direzione.
Ed è qui che torno al mio Colle Nord, al mio amico Andrea e al mio zaino nuovo, pronto per il suo battesimo di montagna.
La partenza, di buon mattino, avviene come sempre dalla Sella di Pratoriscio, conosciuto come Campo Imperatore. Da qui imbocchiamo il primo tratto del Sentiero n. 1 del Club Alpino Italiano dell’Aquila, che ci conduce fino alla Sella di Monte Aquila, dove abbandoniamo il percorso principale per seguire la traccia del cosiddettosentiero estivo, spesso impropriamente identificato con la «via normale» alla Vetta Occidentale del Corno Grande. Attraversato l’ampio altopiano di Campo Pericoli, raggiungiamo dapprima la Sella del Brecciaio e successivamente la Conca degli Invalidi, a circa 2.680 m di quota. È qui che ci fermiamo per indossare imbrago e casco, preparando l’attrezzatura per affrontare il tratto successivo dell’itinerario. Approfitto della sosta per illustrare ad Andrea i possibili scenari che potremmo incontrare lungo la salita. Qualche giorno prima, infatti, si sono verificate deboli precipitazioni nevose al di sopra dei 2.700 metri e, considerando che dalla Conca degli Invalidi in poi il percorso si sviluppa prevalentemente in ombra, non possiamo escludere la presenza di residui nevosi, tratti ghiacciati o superfici particolarmente insidiose. In ambiente alpinistico, soprattutto in questa fase della stagione, la prudenza e la capacità di valutare le condizioni del terreno sono fondamentali: ciò che a prima vista può sembrare un semplice tratto di salita può nascondere insidie da non sottovalutare. Per questo motivo, prima di proseguire, condivido con Andrea le possibili criticità e le precauzioni da adottare, consapevoli che in montagna le condizioni possono cambiare rapidamente e che ogni passo richiede attenzione e capacità di adattamento.
Raggiunta quota 2.750 m, con la dovuta prudenza imbocchiamo il tracciato che conduce all’Apparato Glaciale del Calderone e al Rifugio Franchetti, attraversando un breve passaggio attrezzato noto comePasso del Cannone, punto delicato e suggestivo lungo la dorsale del Gran Sasso. (Il Dott. Ernesto Sivitilli, nel suo volumetto del 1930, si soffermava sull’origine di questa denominazione, della quale non si conosceva una spiegazione certa: «Questa denominazione, di cui non si conosce la vera origine, sembra doversi riferire a un piccolo foro rotondo che trovasi in una roccia sulla dorsale della Vetta Occidentale, pochi metri sopra al canale dove esisteva un macchione di neve», oggi scomparso. Sivitilli raccomandava inoltre particolare attenzione nell’attraversamento del passo, soprattutto in presenza di nebbia o durante le ore notturne. Il rischio, allora come oggi, è quello di abbandonare prematuramente la linea di traversata, scendendo troppo in basso e finendo su ripidi lastroni rocciosi ricoperti da un sottile strato di detriti instabili, affacciati sul sottostante canalone dei Ginepri. A tal proposito, indicava una condotta di percorso ben precisa: superata la Conca degli Invalidi, mantenersi inizialmente alti nella traversata, piegando verso il basso soltanto dopo aver raggiunto la seconda metà della dorsale della cresta. Un’indicazione che restituisce tutta la concretezza dell’esperienza alpinistica di un’epoca in cui la conoscenza della montagna, l’osservazione del terreno e la capacità di orientamento costituivano strumenti indispensabili per affrontare passaggi tanto severi.

Tra il 1952 e il 1953, dopo la realizzazione del «Buco» e del «Rifuggittu», avvenuta nel 1949, il Passo del Cannone fu attrezzato con due scale metalliche, concepite per agevolare il superamento di questo tratto particolarmente impegnativo. Attraverso tale passaggio, i cosiddetti«Negri del Gran Sasso»trasportavano a spalla i materiali necessari alla realizzazione delle vie ferrate, tra cui la Danesi e la Brizio, partendo dal lontano piazzale di Campo Imperatore. Una pagina di storia alpinistica che testimonia la fatica, l’ingegno e la determinazione di quegli uomini, protagonisti silenziosi della progressiva attrezzatura delle pareti del Gran Sasso. Ogni scala, ogni ancoraggio e ogni tratto ferrato raccontano il lavoro di chi, con mezzi essenziali e notevole spirito di sacrificio, contribuì a rendere accessibili itinerari che ancora oggi richiedono rispetto, attenzione e consapevolezza dei propri limiti. Queste vicende sono documentate nel mio volumeGli Ultimi Misteri del Gran Sasso, pubblicato da Edizioni Portofranco nel 2024, nel quale ho raccolto testimonianze e memorie legate alla storia meno conosciuta di questa straordinaria montagna.
Proprio in prossimità di questo foro, la progressione si è fatta delicata e la navigazione è diventata essenzialmente a vista, resa ancor più insidiosa dalla presenza di quel sottile velo di neve già menzionato. Una volta messo in sicurezza Andrea, riprendiamo la salita in conserva, cercando di sfruttare le asperità della roccia e le pietre più aguzze, utili a ricavare appoggi appena accennati e a garantire una migliore aderenza della suola Vibram. È un tratto interamente in ombra, dove l’umidità della roccia e la neve residua impongono la massima attenzione. Qui non c’è spazio per distrazioni: ogni movimento va ponderato, ogni appoggio verificato con cura, consapevoli che anche una minima incertezza potrebbe avere conseguenze fatali. Procediamo così, con la concentrazione al massimo e il passo misurato, fino a superare questo delicato passaggio. Dopo una ventina di minuti di progressione attenta, finalmente raggiungiamo l’agognata cresta del Colle Nord. La tensione accumulata lascia spazio alla meraviglia di fronte allo spettacolo che si apre sull’anfiteatro del fu Ghiacciaio del Calderone. Il colpo d’occhio è impressionante, ma al tempo stesso malinconico: di quella che un tempo era la vedretta più meridionale d’Europa rimangono ormai soltanto due piccole placche di neve e ghiaccio, sopravvissute persino all’estate appena trascorsa. Lo scenario racconta, senza bisogno di parole, la lenta agonia di un ambiente glaciale che ha segnato per generazioni la storia alpinistica del Gran Sasso. Se anche la prossima stagione estiva dovesse presentare condizioni simili a quella appena conclusa, è lecito temere che questi ultimi lembi di ghiaccio possano scomparire definitivamente, sancendo la fine del Ghiacciaio del Calderone come tale. Sotto l’immensa pietraia potrà forse resistere ancora per qualche anno il ghiaccio fossile, ultimo testimone silenzioso di un mondo destinato a scomparire. Dopo le immancabili fotografie di vetta, non resta che compiere il gesto più atteso e sentito: raggiungere la croce sulla vetta Occidentale del Corno Grande e rivolgerle il doveroso saluto. È il momento in cui la fatica, la tensione e le difficoltà incontrate lungo la salita trovano la loro ricompensa, in un panorama che ripaga ampiamente ogni sforzo.





La discesa lungo il cosiddettosentiero estivoci ha riportati gradualmente a una progressione più distesa. Il pallido sole d’ottobre ci ha accompagnato lungo il rientro, attenuando appena la severità dell’ambiente d’alta quota e illuminando le pietraie ormai avvolte dai colori e dalle luci autunnali.
Passo dopo passo, lasciamo alle spalle la severità della montagna e raggiungiamo infine l’auto, parcheggiata nei pressi dell’albergo di Campo Imperatore, ancora interessato dai lavori di ristrutturazione. Si conclude così una salita intensa, tecnicamente delicata in alcuni passaggi e resa ancor più impegnativa dalle condizioni del terreno, ma capace di regalare emozioni profonde e uno sguardo privilegiato su un ambiente glaciale che, purtroppo, conserva sempre meno tracce del suo passato.
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buona sera..
bellissima escursione..!!
complimenti per la preziosa, coinvolgente ed emozionante descrizione espositiva….
un saluto “inaugurale”!!!