
Avevamo già raccontato di quando l’escursionismo incrociava la strada dell’alpinismo, di quel sottile confine in cui il cammino lascia spazio alla verticalità e l’avventura si trasforma in una sfida con la montagna. Ma oggi siamo andati oltre, spingendoci un passo più in là, dove il terreno si fa severo, i passaggi si complicano e ogni movimento richiede lucidità, sicurezza e istinto. A dettare il ritmo, questa volta, ci ha pensato la gioventù della cordata: Igor Antonelli e Lorenzo D’Ostilio, due compagni capaci di imprimere all’azione una marcia in più. Avvicinamenti divorati a passo sostenuto, progressione sicura nei tratti più delicati e quella naturalezza nei passaggi che non lascia spazio alle esitazioni. Io, dal canto mio, ho cercato di tenere il passo, mentre la corda, rimasta ostinatamente nello zaino, si è rivelata più un inutile peso che una reale necessità. Perché quando la montagna alza la posta, servono esperienza, sangue freddo e compagni all’altezza, capaci di leggere il terreno e trasformare ogni difficoltà in un altro passo verso la “vetta”. Oggi non ci siamo limitati a camminare sul confine tra escursionismo e alpinismo: lo abbiamo attraversato, lasciandoci alle spalle la comodità del sentiero per entrare nel territorio più autentico della montagna. Quello fatto di roccia, grotte, esposizione, passaggi da interpretare e di quella sottile linea che separa la fatica dall’entusiasmo, la prudenza dall’audacia, il camminare dal salire. E mentre i giovani spingevano sull’acceleratore, io portavo a casa una certezza: in montagna non conta soltanto la meta, ma la cordata con cui scegli di raggiungerla. E oggi, lassù, abbiamo scritto un’altra bella pagina di alpinismo.
La gita odierna avrebbe dovuto seguire tutt’altro itinerario. Ma la sera precedente, consultando le previsioni meteo, Igor mi aveva confidato che il vento avrebbe potuto rappresentare un ostacolo tutt’altro che trascurabile, soprattutto lungo un percorso particolarmente esposto e proiettato verso la costa adriatica. Avevo tuttavia previsto ogni evenienza, predisponendo il materiale necessario per poter decidere, anche all’ultimo momento, quale itinerario affrontare in base alle condizioni ambientali. Come da consuetudine, la giornata era iniziata con il rituale caffè a Fonte Cerreto, presso il barLa Villetta. Poi, risaliti nell’auto di Lorenzo, ho preso la parola e, forte della conoscenza delle insidie che il percorso originariamente previsto avrebbe potuto riservarci, ho comunicato ai miei compagni il cambio di programma. Niente vetta, questa volta. La montagna ci avrebbe condotti altrove, lungo un itinerario insolito, dove l’interesse escursionistico si intrecciava con la storia e le tracce di un passato ancora leggibile nel territorio. Ci attendevano due cavità da esplorare, tre stemmi aragonesi da individuare e i resti di un’antica miniera di bitume: testimonianze diverse, accomunate dal fascino discreto dei luoghi poco frequentati e dalla capacità di raccontare vicende che il tempo non è riuscito a cancellare del tutto. Né Igor né Lorenzo conoscevano quei luoghi. Ed era proprio questo a rendere la proposta ancora più stimolante: abbandonare, almeno per un giorno, la consueta ricerca della cima per intraprendere un’esplorazione in cui l’avventura non si sarebbe misurata soltanto con il dislivello o con la fatica della salita, ma anche con la curiosità, l’osservazione e la scoperta. Mi sembrava un’alternativa decisamente più intrigante, capace di coniugare lo spirito dell’escursionismo con il gusto della ricerca storica e l’interesse per un ambiente ricco di sorprese. Perché la montagna, talvolta, sa regalare le emozioni più autentiche proprio quando si rinuncia a inseguire una vetta e si sceglie, invece, di seguire le tracce lasciate dall’uomo e dal tempo. È allora che l’alpinismo si spoglia della sua dimensione puramente verticale per trasformarsi in ricerca, esplorazione e avventura, dove ogni pietra può custodire una storia e ogni segno può rappresentare un frammento di memoria da riportare alla luce. Era dunque giunto il momento di partire. Il vento aveva deciso soltanto in parte le sorti della nostra giornata; al resto avrebbero provveduto il cammino, l’esplorazione e quella sana curiosità alpinistica che spinge a spingersi oltre gli itinerari consueti, alla ricerca di nuove tracce, antiche testimonianze e storie dimenticate, da scoprire prima ancora che da raccontare.
Lasciata l’auto nell’antistante parcheggio, luogo che aveva fatto da scenario ad alcune sequenze del celebre filmContinuavano a chiamarlo Trinità di Enzo Barboni (E.B. Clucher) (1971) con le indimenticabili musiche dirette da Guido e Maurizio De Angelis, ci siamo incamminati lungo il canalone della Fornaca. L’iniziale dolcezza della salita e la regolarità del terreno sembravano volerci concedere un avvicinamento quasi benevolo, invitandoci a mantenere un passo allegro e sostenuto. L’entusiasmo di raggiungere la prima emergenza storica attenuava la percezione della distanza, mentre le chiacchiere, animate e incessanti, contribuivano a rendere meno gravoso il cammino. In montagna accade spesso così: finché il fiato accompagna le parole, la fatica sembra restare in secondo piano. Ma la montagna, prima o poi, presenta il conto. A un certo punto, tra noi, si è aperta la proverbiale «luce tra le barche»: le distanze si sono allungate, il ritmo si è spezzato e le voci, fino a poco prima vivaci, hanno cominciato a dissolversi nel silenzio del canalone. Le nostre «radio» si erano improvvisamente spente. Ognuno era ormai raccolto nel proprio respiro, concentrato sui passi e sulla pendenza che, progressivamente, diventava più severa. E’ stata l’erta salita a ricomporre la cordata, richiamando ciascuno alla fatica condivisa e a quella solidarietà silenziosa che, in montagna, non ha bisogno di troppe parole. Passo dopo passo, superando il dislivello e lasciandoci alle spalle l’ultimo tratto dell’avvicinamento, siamo finalmente giunti al cospetto della prima emergenza storica della giornata. Davanti a noi si materializzava il primo dei tre Stemmi Aragonesi: una testimonianza di straordinario interesse, tanto più suggestiva perché si tratta dell’ultimo stemma scoperto in ordine cronologico, già oggetto delle mie ricerche e raccontato nel volumeGli Ultimi Misteri del Gran Sasso, pubblicato da Edizioni Portofranco nel 2024. In quell’istante, la fatica della salita sembrava perdere ogni peso. Non eravamo più soltanto alpinisti giunti al termine di un avvicinamento, ma esploratori al cospetto di una pagina di storia rimasta per lungo tempo nascosta tra le pieghe della montagna. La roccia, silenziosa custode del tempo, ci restituiva un segno inciso nel passato, invitandoci a interrogarlo e a ricostruirne il significato. È questa, forse, una delle forme più autentiche dell’avventura alpinistica: non conquistare una cima, ma raggiungere una testimonianza; non misurarsi soltanto con la verticalità della montagna, ma con il mistero che essa custodisce. Perché certe giornate non si concludono con una vetta raggiunta, bensì con una storia ritrovata. E quando la storia riaffiora dalla pietra, anche il più semplice dei cammini può assumere il respiro di una grande impresa.

La nostra escursione è proseguita su terreno infido e sconnesso, fino a raggiungere i ruderi della celebre struttura mineraria realizzata in epoca fascista per tentare di ricavare olio combustibile dalle rocce bituminose presenti nell’area. Un progetto ambizioso, espressione di una visione industriale che guardava allo sfruttamento delle risorse energetiche locali, ma che si rivelò ben presto economicamente insostenibile. I primi sondaggi non diedero risultati tali da giustificare gli ingenti costi dell’impresa, destinando l’iniziativa all’abbandono. L’idea venne ripresa nel 1957 dall’ENI, con nuovi sopralluoghi e rinnovate prospettive di sfruttamento. Ma anche questo tentativo ebbe un esito tragico: la morte di tre tecnici durante le prime ricognizioni contribuì a segnare definitivamente il destino del progetto. Oggi, tra i resti di quelle strutture, la montagna conserva la memoria di una vicenda industriale tanto ambiziosa quanto sfortunata, in cui le aspirazioni dell’uomo si scontrarono con la durezza dell’ambiente e con i limiti concreti dello sfruttamento minerario.

Lasciata alle spalle la miniera, abbiamo ripreso il cammino affrontando un tratto decisamente più alpinistico, su terreno ripido, instabile e insidioso. La salita, faticosa e da affrontare con attenzione a ogni passo, ci ha condotti ai piedi delle imponenti balze del Monte Camicia, nel cuore selvaggio del massiccio del Gran Sasso, dove la roccia si fa severa e il paesaggio assume un carattere decisamente più verticale. Qui, nascosto tra le pieghe della montagna, si apre l’ingresso della Grotta della Madonnina. Dopo esserci attrezzati con caschi e lampade frontali, abbiamo varcato la soglia di questo mondo sotterraneo, lasciando alle spalle la luce del giorno per immergerci in un ambiente dove la roccia racconta una storia millenaria. All’interno, la grotta ci ha accolti con tutta la sua straordinaria bellezza: colate calcitiche simili a cascate pietrificate, sottili filamenti dicapelli d’angeloe concrezioni dalle forme più singolari, modellate lentamente dall’acqua e dal tempo. Un universo silenzioso, fragile e sorprendente, nel quale ogni passaggio rivela nuovi dettagli e ogni fascio di luce restituisce alla pietra forme e volumi inattesi. Lo stupore di Igor e Lorenzo è stato grande, forse pari a quello che provai io la prima volta che entrai in questa cavità, o forse persino maggiore. Perché certe emozioni, anche quando si conosce già il luogo, non si consumano con il tempo: si rinnovano attraverso gli occhi di chi lo scopre per la prima volta. Di fronte a tanta meraviglia, ogni ulteriore descrizione rischia di essere superflua. In grotta, più che altrove, bisogna saper tacere, osservare e lasciarsi sorprendere. La montagna, ancora una volta, ci aveva aperto una porta sul suo mondo più nascosto.



Usciti dalla grotta, abbiamo affrontato un traverso delicato e severo che ci ha condotti rapidamente alla seconda cavità:Fonte Grotte. È questo il tratto in cui la corda non ha avuto bisogno di uscire dallo zaino. Un passaggio breve, ma tutt’altro che banale, nel quale si sono manifestate appieno la maestria, la sicurezza e la padronanza del terreno di Igor e Lorenzo, capaci di affrontare con decisione ed eleganza anche i passaggi più impegnativi. Questa cavità venne alla luce durante i lavori di realizzazione delle strutture della miniera. A testimonianza di quell’intervento umano rimane ancora ben visibile la traccia del tubo interrato, attraverso il quale l’acqua veniva convogliata fino agli impianti minerari. Fonte Grotte fu inoltre oggetto di esplorazioni da parte dell’Associazione U.R.R.I. di Roma, in un periodo legato alla costruzione, nel 1972, del vicino Bivacco Giorgio Lubrano. Oggi quella struttura è stata ricostruita dall’AssociazioneI Corridori del Cieloe intitolata a Piergiorgio Desiati. Vicende che meriterebbero un approfondimento a sé, già ampiamente documentate nella letteratura speleologica e nelle pubblicazioni di più recente edizione. Dal punto di vista esplorativo, questa cavità non presenta lo stesso interesse della precedente, ma possiede caratteristiche che la rendono inconfondibile. IlCentenario, qui racchiuso in una sorta di miniatura sotterranea, e i laghi nascosti nelle profondità ne definiscono un’identità singolare, capace di sorprendere chiunque vi si addentri. Le concrezioni spugnose che affiorano nelle pozze, i piani inclinati segnati dai crolli e l’articolata morfologia degli ambienti compongono un paesaggio severo, modellato dal tempo e dagli equilibri della roccia. Ogni elemento racconta una storia geologica fatta di trasformazioni lente, cedimenti e incessante lavoro dell’acqua.Fonte Grotte è così un piccolo mondo ipogeo, diverso dalla cavità precedente, ma non meno suggestivo:un ambiente in cui la fragilità delle concrezioni convive con la rudezza dei crolli e dove la natura sotterranea si manifesta nella sua forma più autentica, trasformando ogni passaggio in un incontro ravvicinato con la bellezza e la severità del mondo nascosto.





La nostra avventura alpina è proseguita lungo un facile traverso, fino a raggiungere il secondo degli Stemmi Aragonesi, scolpito su una placca di roccia. Un’incisione che custodisce la memoria di tempi lontani e che fu scoperta, in ordine cronologico, da Marco Rufini, già componente del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza dell’Aquila. Anche su questo prezioso reperto esiste un’ampia letteratura, testimonianza dell’interesse che da sempre suscita questo straordinario patrimonio storico incastonato tra le montagne.

Ma la montagna aveva ancora un ultimo segreto da svelarci.
Una spettacolare cresta, percorsa in discesa, ci ha condotti al terzo e ultimo degli Stemmi Aragonesi: il primo a essere scoperto, scolpito su un masso erratico che proprio da esso prende il nome di“Masso Aragonese”. Un autentico testimone di pietra, silenzioso custode di una storia secolare. Fino a quarant’anni fa, all’interno dello scudo, erano ancora ben distinguibili gli stemmi dei casati. Oggi, purtroppo, l’azione incessante degli agenti atmosferici, aggravata dalle piogge acide, ha quasi cancellato quelle antiche testimonianze, sbiadendo i contorni di una memoria che il tempo sembra voler inghiottire. Eppure, anche dove la pietra si consuma, la storia continua a parlare a chi sa fermarsi, osservare e ascoltare. Compiuta la nostra missione esplorativa, abbiamo imboccato il falsopiano finale: circa tre chilometri che ci avrebbero ricondotti all’automobile. Un tratto apparentemente tranquillo, ma non privo di qualche simpatica schermaglia tra generazioni. Il mio inseparabile “compasso” procedeva spedito, mantenendo un passo costante e sicuro, mentre la gioventù, per non perdere terreno, era costretta ad accennare a qualche breve corsetta. Piccole scaramucce, sorrisi e battute che hanno reso ancora più piacevole il rientro. E proprio in quei momenti mi sono posto una domanda, con una punta d’orgoglio e tanta gratitudine: alla mia età, posso ancora andare in montagna insieme ai giovani, condividendone il passo, la fatica e l’entusiasmo? La risposta, arrivata chilometro dopo chilometro, era già scritta nelle nostre orme. Dopo tre ore e cinquantacinque minuti, con oltre settecento metri di dislivello positivo e altrettanti in discesa, la nostra escursione giungeva al termine. Tre stemmi riconquistati alla memoria, due grotte, creste percorse, panorami scolpiti negli occhi e quella sensazione impagabile di aver vissuto la montagna non soltanto con le gambe, ma soprattutto con il cuore.

Ma ogni grande avventura alpina merita il suo epilogo. E il nostro, come da tradizione, non poteva che essere il“terzo tempo”. Rientrati al Bar della Villetta, abbiamo chiesto ai gestori se fosse possibile fermarci per una birra e un tagliere, accomodandoci a un tavolo davvero singolare: una magnifica radica di noce, tagliata in verticale, trasformata in un piano naturale dalla bellezza autentica. Una proposta alternativa al pranzo nel ristorante adiacente, che i gestori hanno accolto con grande disponibilità e cordialità. È stato un momento bellissimo, di quelli che rimangono impressi nella memoria quanto una vetta conquistata. Attorno a quel tavolo, tra racconti, fotografie appena scattate, ricordi condivisi e immancabili sorrisi, la giornata ha trovato il suo compimento. La birra, bevuta in compagnia, ha suggellato un’escursione che ci aveva regalato molto più di una semplice camminata. Perché la montagna non è fatta soltanto di dislivelli da superare, creste da percorrere e mete da raggiungere. È storia che riaffiora dalla roccia, è fatica che si trasforma in soddisfazione, è amicizia che si rinsalda passo dopo passo. È la capacità di meravigliarsi davanti a un’incisione antica, di sorridere durante una schermaglia sul sentiero e di ritrovarsi, alla fine, attorno a un tavolo, con la consapevolezza di aver condiviso qualcosa di autentico. Tre Stemmi Aragonesi, una miniera, due grotte una montagna generosa e una compagnia straordinaria: questo il bilancio della nostra giornata. Le pietre custodiscono la memoria dei secoli, ma sono le persone a dare un’anima alle nostre imprese. E finché ci sarà la voglia di esplorare, la curiosità di scoprire e il desiderio di condividere, la montagna continuerà a chiamarci.
E noi, finché le gambe lo consentiranno e il cuore continuerà a battere per questi sentieri, saremo sempre pronti a rispondere al suo richiamo.


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