Le colonne che sorreggono il nevaio.

Il titolo è volutamente un po’ fuorviante, ma nel corso della descrizione ne comprenderete il motivo. Prendo in prestito questa celebre espressione di Giampiero Galeazzi e, questa volta, credo di farlo degnamente. Mi riferisco alle sue indimenticabili telecronache di canottaggio, disciplina che egli stesso aveva praticato in gioventù, quando, seguendo con trasporto le imprese degli equipaggi italiani, soprattutto nei momenti decisivi della gara, si lasciava trascinare dall’entusiasmo, prodigandosi in espressioni e incitamenti destinati a rimanere nella memoria.

“C’è luce tra le barche!  In alto i cuori!”  Erano quelle più ricorrenti.

E come non ricordare, in quelle cronache, i Fratelli Abbagnale, Rossi, Bonomi e tanti altri protagonisti che hanno scritto pagine memorabili dello sport italiano? Galeazzi riusciva a trasformare la semplice descrizione di una competizione in un racconto epico, facendo percepire allo spettatore la fatica, la tensione, la sofferenza e, infine, la gioia della conquista. Ed è proprio quello spirito che voglio richiamare per descrivere l’alpinistica odierna, affrontata ancora una volta insieme al mio Amico dal cuore grande,Francesco Massimi.

L’obiettivo della giornata era ben preciso: raggiungere e verificare le condizioni delNevaio perenne del Fosso della Rava, già oggetto di nostre precedenti osservazioni e approfondimenti, e del quale ho trattato anche nella pubblicazioneGli Ultimi Misteri del Gran Sasso(Ed. Portofranco, 2024).

Ma quella di oggi non è stata una semplice escursione esplorativa. È stata una vera e propriaalpinistica, affrontata con determinazione, preparazione e ritmo sostenuto, caratterizzata da un impegno fisico e tecnico tutt’altro che trascurabile. Il lungo sviluppo dell’itinerario, il notevole dislivello complessivo, l’avvicinamento impegnativo e il successivo rientro hanno richiesto una gestione attenta delle energie e dei tempi. A tutto questo si è aggiunto untraverso particolarmente infido, su terreno esposto e delicato, dove la progressione ha imposto la massima concentrazione, valutando con attenzione appoggi, equilibrio e stabilità del terreno. È proprio in passaggi come questi che l’alpinismo mostra il suo volto più autentico: non soltanto forza fisica, ma capacità di lettura dell’ambiente, controllo del gesto, esperienza e rispetto assoluto della montagna.

E poi, finalmente, il premio.

Lo spettacolo che ci si è presentato davanti ha ripagato ampiamente ogni fatica, ogni metro guadagnato, ogni difficoltà incontrata lungo il percorso. IlFosso della Rava, con il suo nevaio perenne incastonato nell’austero ambiente del Gran Sasso, si è nuovamente manifestato in tutta la sua straordinaria imponenza, offrendo uno scenario di rara bellezza e di grande interesse sotto il profilo naturalistico e glaciologico. Osservarlo direttamente, raggiungerlo e verificarne ancora una volta le condizioni non è stato soltanto il compimento di un obiettivo: è stato entrare, ancora una volta, in contatto diretto con una delle realtà più affascinanti e misteriose della montagna abruzzese. E allora sì, oggi quella frase di Galeazzi mi torna prepotentemente alla mente. Non c’era un equipaggio in procinto di tagliare il traguardo, né una medaglia d’oro da conquistare. C’erano due uomini, una montagna, un obiettivo e una lunga giornata di alpinismo. Ma la sensazione, alla fine, era la stessa. Quella di aver remato insieme, metro dopo metro, contro la fatica, il dislivello e le asperità del terreno, fino a raggiungere il nostro traguardo.  E davanti a quello spettacolo, con il Gran Sasso ancora una volta protagonista assoluto, non resta che dirlo: “In alto i cuori”.

Siamo partiti di buon mattino daColle Rustico, località posta a monte dell’abitato di Castelli, a circa 770 metri di quota. Da qui prende avvio una carrareccia utilizzata tradizionalmente dalla popolazione locale per le attività legate alla raccolta e al trasporto della legna. Il tracciato, inizialmente abbastanza agevole, conduce verso la localitàFosso Morto, dove si incontra il bivio per ilFondo della Salsa, una delle aree di maggiore interesse naturalistico e geologico del versante orientale del Gran Sasso. Superato il torrente, oggi caratterizzato da una portata pressoché nulla a causa della stagione particolarmente siccitosa, la carrareccia termina e il percorso prosegue all’interno della faggeta. Soltanto una piccola sorgente, lungo il corso del fosso, conservava ancora un minimo deflusso. Il sentiero, ben evidente e storicamente utilizzato per l’accesso alle zone alte della montagna, risale il bosco con pendenza progressiva fino a raggiungere ilColle delle Nozze, posto a circa 979 metri sul livello del mare. Il toponimoColle delle Nozzeha sempre esercitato su di me una particolare suggestione. Ogni volta che vi transito non posso fare a meno di associarlo alleNozze di Cana, il celebre episodio narrato nel Vangelo di Giovanni, nel quale Gesù compie il suo primo miracolo trasformando l’acqua in vino. Un’associazione forse fantasiosa, ma che qui assume quasi un valore simbolico: proprio da questo punto la salita comincia a farsi più impegnativa e, considerata la fatica che ci attendeva, un piccolo aiuto divino non sarebbe certo stato fuori luogo. In realtà, il sentiero, pur guadagnando quota in maniera costante, si sviluppa con buona regolarità sotto una bella faggeta d’alto fusto. A guidarci rimangono ancora i vecchi segnaviagiallo-rossi del Club Alpino Italiano, testimonianza di una precedente marcatura della rete sentieristica, insieme ai caratteristiciometti di pietra, piccoli ma preziosi riferimenti costruiti e mantenuti dagli escursionisti. Procedendo con passo regolare raggiungiamo laprima balaustra panoramica, dalla quale si apre una bella visuale verso le colline teramane e il paesaggio collinare che degrada verso l’Adriatico. Oggi, però, decidiamo di non fermarci e proseguiamo lungo il sentiero. La salita continua nel bosco e, poco prima di raggiungere la seconda balaustra, con la coda dell’occhio mi accorgo che Francesco non sta più mantenendo il mio passo. Mi volto e, con una battuta che ormai appartiene alla nostra piccola storia escursionistica, gli rivolgo la mitica frase: “C’è luce tra le barche”.

La sorgente del Leomogna
La faggeta ad alto fusto.

Ma in montagna il ritmo individuale passa necessariamente in secondo piano. Quello che conta è raggiungere l’obiettivo insieme, senza lasciare indietro nessuno. Ci ricompattiamo quindi e riprendiamo la salita con passo sostenuto, fino a raggiungere laseconda balaustra panoramica. Qui ci concediamo finalmente una sosta. Il panorama sulle colline teramane è ampio e suggestivo, ma la nostra attenzione viene immediatamente catturata da qualcosa di molto più vicino e, soprattutto, di inatteso: tra le pareti della forra riusciamo a intravedere un lembo delnevaio del Fosso della Rava, che appare quasi come una piccola sorgente luminosa incastonata nella roccia. È un’immagine che ripaga immediatamente la fatica della salita. Da una parte c’è la soddisfazione di constatare che, nonostante la lunga e torrida estate appena trascorsa, una parte della neve residua è riuscita a resistere all’interno della forra; dall’altra c’è la consapevolezza di trovarsi davanti a un ambiente nel quale la morfologia del territorio, l’esposizione e le condizioni microclimatiche riescono ancora a conservare tracce della neve ben oltre la stagione invernale. Il Fosso della Rava, infatti, rappresenta uno degli ambienti più interessanti del versante orientale del Gran Sasso: una profonda incisione valliva modellata dall’azione combinata dell’acqua, del gelo e dei processi gravitativi, dove l’orientamento e la particolare conformazione della forra possono favorire la permanenza della neve anche durante i mesi più caldi. Ed è proprio davanti a quel piccolo lembo bianco, apparentemente insignificante ma per noi carico di significato, che la fatica della salita trova la sua ricompensa. In montagna sono spesso questi particolari a trasformare una semplice escursione in un’esperienza da ricordare: un segnavia consumato dal tempo, un ometto di pietra, una sorgente quasi asciutta o, come oggi, quel piccolo frammento di neve incastonato nel cuore della forra.

Superata la seconda balaustra, i vecchi segni del CAI si sono fatti sempre più labili, quasi inghiottiti dal tempo e dalla vegetazione. Gli ometti di pietra, un tempo indispensabili riferimenti per orientarsi lungo questo tratto impervio, sono ormai scomparsi. Rimane soltanto la salita, che progressivamente si trasforma in una vera parete naturale, mentre i faggi si fanno più esili, contorti e tormentati dalle condizioni ambientali. Proprio su questi faggi merita una breve digressione. La particolare conformazione dei fusti può essere ricondotta a diversi fenomeni, ma, per questo specifico ambiente, appare plausibile attribuire una parte significativa delle curvature alla pressione esercitata dal manto nevoso sui giovani tronchi ancora incapaci di opporre una sufficiente resistenza meccanica. Il fenomeno è infatti particolarmente evidente nei faggi che vegetano alle quote più elevate, in prossimità del limite superiore del bosco, dove l’innevamento è maggiore e più persistente e le condizioni climatiche risultano decisamente più severe. Tuttavia, nel nostro caso, la responsabilità principale potrebbe essere ricondotta al cosiddettosoil creeping, o reptazione del suolo: un lento movimento gravitazionale della coltre superficiale che, nel corso degli anni, sottopone i fusti a sollecitazioni continue, deformandoli progressivamente. Ne deriva quella caratteristica morfologia a “sciabola”, quasi una memoria fisica delle forze che hanno agito per decenni su questi alberi. Sono forme che, osservate con attenzione, raccontano la storia silenziosa del versante molto più di quanto possa fare un qualsiasi segnale escursionistico.

I faggi ritorti.

Ma torniamo alla nostra salita.

Poco prima di uscire definitivamente dal bosco abbiamo attraversato un breve momento di sconforto. Gli orari da rispettare cominciavano a pesare e la progressione, lenta e faticosa, sembrava mettere in discussione la tabella di marcia. Ma nessuno ha mollato un centimetro. Poi, quasi all’improvviso, il bosco si è aperto. Davanti a noi è comparsa la grande radura e, oltre essa, il versante settentrionale del Monte Camicia. Una parete severa, poderosa, scavata dalle stagioni e dalle vicende geologiche, che in determinate condizioni di luce assume un aspetto quasi nordico. Non a caso la Nord del Camicia è stata definita l’“Eiger dell’Appennino”: non certo per una semplice analogia estetica, ma per quella particolare combinazione di verticalità, isolamento, severità e ambiente che la rende una delle grandi pareti simboliche dell’Appennino centrale. Le sue ombre profonde sembravano inghiottire ogni riferimento conosciuto.

L’uscita ai pratoni verticali e una porzione della Nord del Camicia

Da quel momento la progressione ha richiesto un livello di concentrazione completamente diverso. Abbiamo affrontato l’infido traverso procedendo con estrema cautela, leggendo continuamente il terreno e valutando ogni appoggio, ogni cambio di pendenza, ogni possibile via di passaggio. Il traverso ci ha infine condotti al ballatoio, una sorta di naturale balcone sospeso sulla forra. Superato questo passaggio, la montagna ci ha presentato un’altra delle sue facce. Una ripida discesa ci ha condotti verso la spettacolare e quasi irreale vedretta.

Qui il tempo sembrava essersi fermato.

Per oltre un’ora ci siamo dedicati all’esplorazione di questo ambiente straordinario, utilizzando tutti i materiali alpinistici individuali che avevamo portato con noi. Ma, al di là dell’attrezzatura, sono serviti soprattutto lucidità, coraggio, forza fisica e, soprattutto, capacità di leggere il terreno. Perché in un ambiente simile non basta vedere. Bisogna interpretare. Bisogna comprendere ciò che la morfologia nasconde, individuare le possibili trappole, riconoscere le discontinuità del terreno, valutare la stabilità degli appoggi e cercare di escludere, per quanto possibile, i pericoli oggettivi che una forra di questo tipo può celare. È proprio questa la differenza tra attraversare semplicemente un luogo e viverlo alpinisticamente.

E lo spettacolo che ci si è presentato davanti è stato davvero impressionante.

Le fotografie che seguono possono restituire soltanto una piccola parte di ciò che abbiamo visto. L’obiettivo può fermare una forma, una luce, una parete, una colata di neve; non può però catturare ciò che accade dentro l’uomo quando si trova completamente isolato, lontano dai rumori della civiltà, in un ambiente nel quale la presenza umana diventa improvvisamente piccolissima. Sono sensazioni che appartengono esclusivamente a quei momenti. Momenti nei quali ci si sente, allo stesso tempo, lontani da Dio e dagli uomini, ma incredibilmente vicini alla montagna.  E proprio lì, davanti a quella vedretta, abbiamo avuto una sorpresa che, considerando le temperature elevate dell’estate, ha assunto un significato particolare: il ghiaccio e la neve residua apparivano in condizioni decisamente migliori rispetto alle aspettative. La spiegazione è da ricercarsi soprattutto nella dinamica di alimentazione della forra. Le abbondanti nevicate alle quote superiori e, soprattutto, l’imponente apporto valanghivo proveniente dai canaloni sovrastanti hanno contribuito negli anni a colmare questa depressione naturale, creando un accumulo nevoso decisamente superiore a quello che le sole condizioni climatiche locali avrebbero lasciato supporre.

il portone principale.
La vedretta finale
Discese pericolose.
I “residenti” del luogo ci osservano.
Le strutture
Le caverne
Lontano da Dio e dagli uomini.
Improvvisamente appare il cielo

La montagna, ancora una volta, aveva conservato ciò che l’estate sembrava destinata a cancellare.

Dopo l’esplorazione, Francesco ha aperto lo zaino e, come da tradizione ormai consolidata, è comparso l’immancabile Pocket Coffee, rigorosamente decaffeinato, accompagnato dalle noci appena raccolte e sgusciate.

Un piccolo rito. Un momento semplice, quasi domestico, consumato però in un luogo che di domestico non aveva assolutamente nulla.

Poi abbiamo intrapreso il viaggio di ritorno.

Prima di raggiungere l’automobile, non poteva mancare il doveroso saluto al cippo dedicato al Capitano Adinolfi, memoria storica di questa montagna e presenza silenziosa che accompagna chi percorre questi luoghi. Anche su questa vicenda abbiamo già riferito, ma ogni volta che si passa davanti a quel cippo è difficile non fermarsi qualche istante. Perché la montagna non è fatta soltanto di cenge, pareti, neve e dislivelli: è anche memoria, uomini, vicende e tracce che il tempo non è riuscito a cancellare.

Dopo quattro ore e quarantasette minuti di attività, dieci chilometri percorsi e circa 1.200 metri complessivi di dislivello positivo e negativo, la nostra escursione è finalmente giunta al termine. Quattro ore e quarantasette minuti che, alla fine, non si possono misurare soltanto con il cronometro. Restano i dieci chilometri, restano i 1.200 metri di dislivello, restano la fatica e la soddisfazione di aver completato l’itinerario.

Ma soprattutto resta la montagna. Quella vera, aspra e severa, capace ancora oggi di mettere alla prova l’uomo, di costringerlo a rallentare, osservare, ragionare e rispettare. E quando, alla fine, ci si volta indietro e si guarda per l’ultima volta la Nord del Camicia, si comprende che quelle ore non sono state semplicemente un’escursione. Sono state un viaggio dentro una montagna che conserva ancora, nelle sue pareti, nelle sue nevi e persino nei suoi faggi contorti, la memoria delle forze che da millenni la modellano.

Il cippo dedicato al Capitano Adinolfi,
Il percorso km 10,00 dislivello 1200 + – h 4,47’37”

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