Il Borgo Fortificato di Ocre come appariva negli sessanta

Chissà perché, ogni volta che si torna a percorrere questo giro, l’entusiasmo è sempre lo stesso, se non addirittura più forte. Forse sarà l’età che avanza e che ci insegna ad apprezzare maggiormente quei piccoli e grandi traguardi che, con fatica e determinazione, riusciamo ancora a conquistare. Oppure sarà che, lungo il cammino, capita sempre più spesso di incontrare persone speciali, quelle che sanno dare un valore aggiunto a un’esperienza, rendendola qualcosa che va ben oltre una semplice escursione. Oggi è stata una di quelle giornate.  Al mio fianco due ragazzi d’eccezione: l’amico Domenico Bonanni, con il quale condivido le stesse origini fossolane, e Francesca Nallio, del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza, già protagonista della rinnovata via attrezzata che conduce all’Eremo del Beato Placido da Roio. Due giovani che incarnano quella sana cultura della montagna fatta di rispetto, sensibilità, disponibilità e amore per la natura. Osservarli, ascoltarli e condividere con loro qualche ora di cammino mi ha restituito quella bella sensazione di fiducia nel futuro, quella consapevolezza che certi valori, nonostante tutto, continuano a essere custoditi e tramandati. A un certo punto, quasi sentendo il bisogno di lasciare loro qualcosa che andasse oltre le parole di circostanza, ho deciso di gettare la maschera e vestire i panni del vecchio montanaro, recitando una similitudine, di autore ignoto, che porto particolarmente nel cuore: quella del castagno e dell’ulivo. “Castagni e ulivi hanno la stessa anima. È l’anima lungimirante dei montanari e dei contadini che li hanno piantati ben sapendo che non ne avrebbero goduto i frutti. Né loro né i loro figli. Solo la terza generazione, quella dei nipoti, avrebbe ricevuto in dono la spremitura d’oro delle olive o la ben più povera farina di castagne. Eppure li hanno piantati, hanno saputo guardare avanti.” Una riflessione semplice, ma di una profondità straordinaria. Perché la montagna, proprio come la vita, ci insegna che non tutto ciò che facciamo deve necessariamente restituirci qualcosa nell’immediato. Ci sono gesti che acquistano valore nel tempo, attenzioni che diventano eredità, sentieri che qualcuno continuerà a percorrere anche quando noi non avremo più le gambe per farlo. E forse è proprio questa la più bella forma di amore: lasciare qualcosa di buono a chi verrà dopo di noi.

Ma veniamo alla nostra escursione.

Già dalla sera precedente le previsioni meteorologiche non lasciavano presagire nulla di particolarmente incoraggiante. Il cielo sembrava volerci mettere alla prova, ma trattandosi di un itinerario di media quota, abbiamo deciso comunque di osare. D’altronde, chi frequenta la montagna sa bene che non sempre le giornate migliori sono quelle baciate dal sole e che, qualche volta, sono proprio le condizioni meno favorevoli a regalare emozioni inattese. Dopo il consueto caffè da Lorenzo a Civita di Bagno, immancabile rito prima di ogni avventura, ci siamo diretti verso il piccolo piazzale del Cimitero di Fossa, punto di partenza della nostra giornata. Lo abbiamo trovato particolarmente affollato, complice la ricorrenza di Ognissanti, che quest’anno cadeva proprio di domenica.  E così, tra qualche saluto, gli ultimi preparativi e quella voglia di mettersi finalmente in cammino, ha preso forma una nuova avventura. Una di quelle che, ancora prima di conoscere il sentiero e ciò che ci riserverà, sai già che porterai a casa qualcosa di prezioso. Perché, in fondo, la montagna non è soltanto una meta da raggiungere. È soprattutto un’occasione per incontrarsi, condividere, imparare e, qualche volta, lasciare un piccolo seme che possa germogliare nel tempo.

Sistemati gli zaini e indossato l’abbigliamento adeguato alle caratteristiche del percorso, abbiamo intrapreso la nostra escursione lungo un ripido sentiero di recente apertura, guadagnando progressivamente quota fino a raggiungere la maestosa placconata rocciosa che sostiene il Monastero di Sant’Angelo d’Ocre. Un ambiente di particolare suggestione, dove la dimensione alpinistica si intreccia inevitabilmente con quella storica e personale. Queste pareti, infatti, furono teatro delle nostre prime pionieristiche esplorazioni in età giovanile, quando, animati dalla passione per la montagna e dalla curiosità per l’ignoto, muovevamo i primi passi nell’esplorazione di questi ambienti verticali. Esperienze già ampiamente documentate in altri articoli, così come la millenaria storia del monastero, sulla quale si sono cimentati autorevoli autori. Dopo le immancabili fotografie di rito, abbiamo proseguito lungo un traverso piuttosto scomodo e insidioso, caratterizzato da terreno instabile ed esposizione, fino a raggiungere la presa del piccolo acquedotto, realizzato tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del secolo scorso per garantire l’approvvigionamento idrico agli abitati di Fossa Osteria e delle Chiuse. L’impianto, oggi dismesso, era alimentato da una sorgente superficiale, la cui disponibilità idrica è venuta progressivamente meno, anche in relazione alle mutate condizioni climatiche. La nostra esplorazione è quindi continuata verso il vicino e impervio Eremo dei Beati Bernardino e Timoteo, incastonato in un ambiente selvaggio, ai piedi delle rocce friabili della celebreLamata. Una formazione caratterizzata da intensi processi erosivi, disgregazione degli strati rocciosi e profonde fessurazioni, che ne accentuano l’aspetto aspro e tormentato. Un contesto geologico particolarmente interessante, ma che richiede attenzione e rispetto, soprattutto nei passaggi più esposti e instabili. Non poteva mancare il passaggio sotto il cosiddetto«Vecchiaccio», luogo simbolico e carico di ricordi, dove ebbero inizio le nostre prime avventure alpinistiche in tenera età. Ritornare in questi luoghi significa ripercorrere idealmente le tappe di un lungo cammino, fatto di esplorazioni, intuizioni, tentativi e scoperte, che hanno contribuito a consolidare nel tempo il nostro rapporto con questo territorio. Raggiunto il cippo che ricorda il luogo in cui sorgeva un tempo la cappella di San Silverio, ci siamo soffermati su questa testimonianza della religiosità medievale locale. Non si può escludere che proprio questo piccolo edificio sacro, le cui origini potrebbero risalire al XII secolo, abbia rappresentato uno dei primi nuclei di riferimento spirituale nell’area poi interessata dallo sviluppo del Monastero di Sant’Angelo d’Ocre.

L’imponente placconata che sorregge il Monastero di Sant’Angelo d’Ocre
L’Acquedotto della Lamata in assetto invernale
Il famoso “Vecchiaccio”
Il cippo dei resti di Sam Silverio e il Sentiero Sanr’Anna.

Da qui siamo confluiti sulSentiero Sant’Anna, che nella straordinaria veste autunnale offriva uno spettacolo di rara bellezza. I colori caldi della vegetazione, alternati alle tonalità delle rocce e dei boschi, hanno accompagnato la nostra progressione, regalando uno dei momenti più suggestivi dell’intera giornata.  Attraversata la strada carrozzabile proveniente da San Panfilo d’Ocre e diretta al monastero, abbiamo affrontato un’ulteriore ripida salita, raggiungendo il cosiddettoVillaggio Normanno, nucleo insediativo che costituiva un’appendice del più esteso e importante complesso fortificato di Ocre, oggi conosciuto come Castello d’Ocre.  All’interno del perimetro del villaggio, nonostante l’avanzato stato di ruderalizzazione, sono ancora chiaramente leggibili le tracce dell’antico insediamento. Tra i resti dei muri a secco emergono le impronte delle abitazioni, mentre nella roccia si distinguono numerose cavità artificiali, utilizzate in passato come cisterne e ambienti di deposito per la conservazione delle derrate alimentari. Testimonianze materiali di un’organizzazione abitativa concepita per sfruttare al meglio le risorse disponibili e garantire la sopravvivenza della comunità. Lasciati alle spalle questi interessanti ruderi, abbiamo raggiunto ilBorgo Fortificato di Ocre, autentico scrigno di memoria medievale, un tempo costituito da ben 74 unità immobiliari. Un insediamento di notevole consistenza, la cui struttura urbanistica testimonia l’importanza strategica e sociale che il complesso rivestiva nel territorio. Tra le emergenze architettoniche spiccava la chiesa a tre navate dedicata a San Salvatore, edificata nel Quattrocento. Particolarmente significativo il sistema delle colonne, che presenta analogie con quelle della Basilica di Santa Maria di Collemaggio, all’Aquila, richiamando una stagione artistica e architettonica di grande interesse per la storia del territorio aquilano. Il complesso custodiva inoltre un importante affresco, oggi conservato presso il Museo Nazionale d’Abruzzo (MUNDA) dell’Aquila, ulteriore testimonianza del patrimonio artistico e religioso che caratterizzava l’antico Borgo.

I resti del Villaggio Normanno.
L’affaccio sull’ex abitato di Fossa da una finestra del Borgo Fortificato
L’affresco rinvenuto all’interno della chiesa di San Salvatore rinvenuto all’interno dell’omonima chiesa.

Lasciato alle spalle il Borgo, abbiamo intrapreso la suggestiva traversata del panoramico crinale di Monte Circolo, balcone naturale affacciato sull’ex abitato di Fossa e sull’imponente anfiteatro della catena del Gran Sasso. Uno scenario di grande fascino, sebbene oggi parzialmente occultato da minacciose formazioni nuvolose che, addensandosi sulle vette, lasciavano presagire un’evoluzione meteorologica tutt’altro che favorevole. È proprio da questo punto che l’escursione ha assunto una connotazione decisamente più alpinistica. Abbandonato il terreno escursionistico, abbiamo predisposto le attrezzature individuali di sicurezza e affrontato la discesa lungo una corda fissa, recentemente rinnovata, che consente di superare un tratto particolarmente suggestivo e delicato della parete rocciosa/erbosa.  Una progressione verticale, da affrontare con attenzione e consapevolezza, che ci ha condotti fino a un luogo appartato, quasi sottratto al tempo: il mistico Eremo che la tradizione vuole abbia ospitato il Beato Placido da Roio. Un luogo di profonda spiritualità, legato alle origini della storia monastica del territorio. La figura del Beato Placido si intreccia infatti con quella del conte Berardo di Ocre, signore del luogo e munifico benefattore, che, con il consenso della consorte Realda de Ocre, sostenne la fondazione del Monastero di Santo Spirito d’Ocre. Un passaggio storico nel quale fede, potere feudale e devozione popolare si incontrano, lasciando una testimonianza ancora oggi tangibile. Riguadagnata la sommità attraverso la risalita del tratto attrezzato, il nostro itinerario è proseguito lungo un percorso che custodisce altre importanti testimonianze della memoria aquilana. Ci siamo soffermati davanti alla targa commemorativa collocata nel 1952, dedicata al martirio di San Massimo d’Aveia, tradizionalmente datato al 252 d.C. e figura venerata come patrono della città dell’Aquila. Poco oltre abbiamo raggiunto uno dei manufatti più interessanti dell’intero percorso: i resti del primo acquedotto di Fossa, un’opera idraulica di origine medievale, risalente al XIII secolo, realizzata per assicurare l’approvvigionamento idrico ai primi nuclei abitativi, costituiti da circa cinquanta fuochi, ovvero altrettante unità familiari. Un’opera che testimonia conoscenze tecniche e capacità progettuali tutt’altro che banali per l’epoca. Particolarmente significativa è la presenza di una camera di decompressione, collocata a circa venti metri dalla sorgente, elemento che lascia intuire l’importanza della portata idrica e l’attenzione riservata alla gestione della pressione lungo il sistema di adduzione. Un piccolo gioiello di ingegneria idraulica medievale, al quale meriterebbe dedicare un approfondimento specifico, come già fatto in precedenti occasioni. Seguendo il tracciato che corre lungo la linea dell’antico acquedotto, siamo infine approdati nell’abitato storico di Fossa, oggi interessato da un complesso processo di ricostruzione a seguito del devastante sisma che ha segnato profondamente questo territorio. A suggellare il nostro passaggio è stato il leone proveniente dall’antica città di Aveia, testimonianza della stratificazione storica di questi luoghi, oggi incastonato nel campanile della chiesa madre di Fossa. Una presenza simbolica che sembra mettere in comunicazione l’antica città vestina con la storia medievale e moderna del borgo.

La discesa all’Eremo del Beato Placido.
Il passaggio Obbligato per raggiungere l’Eremo.
L’Eremo del Beato Placido con il suo rinnovato stemma Bernardiniano.
Il manufatto del primo acquedotto di Fossa.
L’antico acquedotto di Fossa ispezionabile.
Il Leone di Aveja incastonato sul campanile della chiesa Santa Maria Assunta di Fossa.

Nel frattempo, le previsioni meteorologiche hanno deciso di concederci ben poco margine di trattativa: una pioggia battente, arrivata in anticipo rispetto agli annunci, ha accompagnato le ultime battute dell’escursione. La comoda carrozzabile e il sentiero ben tracciato hanno fatto da teatro alle schermaglie finali del gruppo, con qualche inevitabile accelerazione e le consuete schermaglie agonistiche, quasi a rievocare le celebri «rasoiate» delle nostre stagioni giovanili. Ma ogni vera avventura, anche quando si sviluppa tra pareti rocciose, testimonianze medievali e antichi acquedotti, merita una conclusione all’altezza.

Dopo3 ore e 15 minuti di cammino, esplorazione e approfondimento storico-alpinistico, abbiamo raggiunto l’immancabile Caffetteria da Lorenzo, dove il terzo tempo ha finalmente preso il sopravvento sulla fatica e sulle intemperie. Una fumante polenta con noci e formaggio fuso, accompagnata da birre di ogni genere, ha celebrato degnamente la conclusione della giornata.

Un’escursione che ci ha regalato molto più di un semplice itinerario montano: una combinazione di progressione alpinistica, paesaggi, spiritualità, archeologia e ingegno medievale. Perché la montagna non è soltanto una successione di sentieri e dislivelli, ma anche un libro di pietra nel quale, a saper leggere, ogni parete, ogni sorgente e ogni manufatto raccontano una storia.  E ritornare in questi luoghi, significa anche ritrovare una parte della propria storia personale, riscoprendo quei territori che, fin dalla giovinezza, hanno alimentato la passione per l’alpinismo, l’esplorazione e la conoscenza.

Il terzo tempo presso la Caffetteria da Lorenzo e la polenta fumante.

Giro delle Beatitudini Km 7,150 dislivello 545 + – h 3,15’26”

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