L’imponente parete Est del Corno Grande.

“Colui che segue la folla non andrà mai più lontano della folla. Colui che va da solo è più probabile che si ritroverà in luoghi dove nessuno è mai arrivato.”Albert Einstein

Prendo in prestito un celebre aforisma del Grande Scienziato per descrivere il mio ritorno nel Vallone dell’Inferno, ancora una volta nell’ambito di una missione “umanitaria”, compiuta peraltro in una giornata dal forte valore storico: il 19 agosto, una data che, 453 anni fa, la storia ci ha consegnato e che è stata già ampiamente ricordata e documentata da autori ben più qualificati di me. Per questo motivo, non mi soffermerò ulteriormente sull’argomento.

Questa volta ho avuto al mio fianco un amico di lunga data, Francesco Mancini, le cui origini affondano nel territorio di Pizzoli, prima del suo successivo trasferimento a Roma per comprensibili ragioni familiari e professionali. Nel corso degli anni non sono mancate, tra noi, divergenze di opinione; ma, da persone civili e leali, abbiamo sempre saputo ricomporre ogni contrasto, riportando il nostro rapporto sulla giusta via dell’amicizia e della reciproca stima. Non potrò mai dimenticare, inoltre, quanto Francesco fece in occasione della vicenda legata alla statuetta che oggi veglia sulla vetta di Pizzo d’Intermesoli. Grazie alle sue conoscenze presso lo Stato della Città del Vaticano, dove presta servizio, riuscì a individuare e a convocare un alto Prelato, Monsignor Melchor Sánchez de Toca, peraltro appassionato alpinista, che volle salire e benedire la statuetta. Vi assicuro che assistere, lassù, al vento che faceva sventolare insieme il nostro Tricolore e il Vessillo della Città del Vaticano fu un momento di straordinaria intensità emotiva, difficile da tradurre in semplici parole. Quella statuetta ha, peraltro, una storia tutta particolare. Fu ritrovata sotto le macerie provocate dal devastante sisma dell’Aquila del 6 aprile 2009 e successivamente restituita al suo posto, sulla montagna, quale silenziosa presenza e simbolo di memoria, fede e rinascita. Di questa vicenda abbiamo già parlato e scritto ampiamente in precedenti articoli e pubblicazioni, tra cui “Gli Ultimi Misteri del Gran Sasso” (Portofranco, 2024). Era tuttavia doveroso ricordarla anche in questa occasione.

Rispetto alla precedente uscita alpinistica, compiuta per la medesima finalità, ho scelto questa volta un itinerario apparentemente più “leggero”. Apparentemente, appunto, perché il Vallone dell’Inferno non concede mai nulla senza chiedere in cambio fatica, attenzione e rispetto. La scelta del percorso è stata dettata anche dalla necessità di sottrarci, per quanto possibile, all’implacabile calura dell’“Agosto Ungarettiano”, evitando di affrontare nuovamente lunghi tratti sotto un sole che, in quota, può trasformare anche un itinerario relativamente breve in una prova fisica tutt’altro che trascurabile (https://www.icorridoridelcielo.it/dagosto-di-giuseppe-ungaretti-dove-pochi-osano-passare/).

Ma questa diversa impostazione ci ha consentito, soprattutto, di esplorare e osservare una porzione del Vallone che nella precedente occasione non avevamo potuto raggiungere e che oggi posso finalmente raccontare.

Abbiamo concentrato la nostra esplorazione nella parte inferiore del Vallone dell’Inferno, proprio là dove convergono le acque provenienti dalle sorgenti d’alta quota e quelle generate dalla fusione dei nevai residui. È qui che l’acqua, raccogliendosi progressivamente, trova il suo naturale sbocco attraverso una successione di impressionanti salti rocciosi, fino a precipitare nella spettacolare cascata della Valle dell’Inferno. Il confronto con la precedente esplorazione ha evidenziato un elemento interessante: il progressivo ritiro di alcuni nevai, più marcato rispetto alla nostra precedente ricognizione, ha reso più agevole l’individuazione e l’accesso ad alcuni settori del Vallone. Paradossalmente, però, la maggiore disponibilità di terreno libero non ha significato necessariamente una diminuzione delle difficoltà. Al contrario, l’assenza della neve ha messo maggiormente in evidenza la morfologia aspra del terreno, i salti rocciosi, i detriti instabili e quei passaggi che, quando ricoperti parzialmente dalla coltre nevosa, possono apparire più uniformi e meno complessi da interpretare.

È proprio questa la caratteristica affascinante del Vallone dell’Inferno: un ambiente in continua trasformazione, nel quale neve, acqua, roccia e tempo modificano incessantemente il paesaggio, restituendo ogni volta una montagna diversa. Ed è forse proprio per questo che tornarci non significa mai semplicemente ripercorrere un itinerario già conosciuto. Significa confrontarsi nuovamente con la montagna, leggerne i cambiamenti, cercare nuove tracce e, soprattutto, ascoltare ciò che il territorio ha da raccontare.

Questa nuova ricognizione nel Vallone dell’Inferno nasce dunque con lo stesso spirito delle precedenti: non soltanto un’escursione, ma una missione di ricerca, memoria e testimonianza, nel cuore di uno degli ambienti più severi e affascinanti del Gran Sasso.

Dopo aver percorso la consueta carrareccia, già descritta in un precedente articolo, lasciamo l’auto e ci incamminiamo verso la Forchetta di Vado di Corno, a quota 1.921 metri. È qui che la montagna cambia improvvisamente volto. Davanti a noi si innalza, imponente e quasi irreale, la monumentale parete orientale del Corno Grande: un’immensa bastionata di roccia che domina l’orizzonte e trasmette, allo stesso tempo, meraviglia, rispetto e soggezione.

Di fronte a tanta imponenza, la sosta fotografica diventa quasi un obbligo.

Le fiammanti rocce del Corno Grande.
Durante l’attraversamento delle cenge erbose l’osservato speciale è il famoso “Dente” di Monte Aquila.

Percorsi ancora alcuni metri sul comodo sentiero che conduce dapprima al Rifugio D’Arcangelo e successivamente a Casale San Nicola, abbandoniamo definitivamente l’itinerario escursionistico per inoltrarci su terreno decisamente più severo. Attraverso cenge erbose, canalini dilavati e basse formazioni di ginepro, autentica pianta pioniera di questi ambienti, raggiungiamo la selletta del vecchio Sentiero Geologico.  È un luogo che conserva il fascino degli itinerari di un’altra epoca: quel sentiero che un tempo saliva da Casale San Nicola e che oggi sopravvive soprattutto nella memoria degli alpinisti e nelle tracce ormai labili lasciate sulla montagna.

Oltre la selletta, come già nella precedente esplorazione, lo scenario cambia radicalmente.  Il sentiero lascia spazio al terreno d’avventura. La montagna perde ogni concessione alla comodità e assume il suo volto più autentico: severo, austero, selvaggio. Qui ogni metro deve essere conquistato con attenzione, esperienza e capacità di lettura del terreno. Non esistono più passaggi banali e la montagna impone il proprio ritmo. Rispetto alla precedente uscita, questa volta raggiungiamo un lembo di nevaio caratterizzato da sottili volte di neve che hanno generato piccole gallerie naturali. Sarebbe stata certamente utile una frontale, ma i potenti mezzi tecnologici oggi a nostra disposizione, cellulare compreso, ci consentono almeno in parte di sopperire alla sua assenza.  L’ispezione della piccola cavità, nel punto in cui la galleria comunica con il fondo del greto del torrente, viene effettuata con la dovuta cautela e si conclude positivamente. Riemersi da quella breve parentesi nelle viscere della montagna, riprendiamo la progressione su terreno instabile, seguendo il greto fino a raggiungere l’imponente nevaio che scende dal Canale incassato dell’Haas-Acitelli.

Il sole che perfora l’esile volta del nevaio.
La galleria si spegne nel greto del torrente.
Riemersi dalla piccola galleria. Lo zaino non è potuto entrare.

È qui che la difficoltà ambientale aumenta sensibilmente. L’acqua sorgiva e quella proveniente dalla fusione della neve hanno inciso la roccia, scavando canalini e modellando il greto in forme tanto spettacolari quanto insidiose. Le superfici, levigate dall’azione incessante dell’acqua, sono diventate estremamente viscide: una vera e propria “saponetta” naturale sulla quale ogni appoggio deve essere valutato con estrema precisione. In un punto particolarmente delicato sono costretto a inventare un passaggio sfruttando una sezione di neve dura e consistente, indispensabile per attraversare il greto del torrente. Francesco, in questo frangente, ha decisamente oltrepassato il limite delle proprie possibilità. Ma la progressione non è stata improvvisata: prima di affrontare il passaggio erano state attentamente valutate difficoltà, condizioni del terreno e possibilità di intervento. La corda era con noi e, qualora Francesco non se la fosse sentita di proseguire in libera, avremmo predisposto le necessarie protezioni. Durante il mio attraversamento del nevaio ho provveduto  inoltre a scavare con lo scarpone alcuni incavi nella neve dura, innanzitutto per garantire maggiore stabilità al mio passaggio e, successivamente, per offrire a Francesco una sequenza di appoggi più sicuri. Del resto, Francesco aveva indossato l’imbrago già dal caffè della mattina: portarlo nello zaino o direttamente addosso, in fondo, avrebbe comportato lo stesso peso. Una scelta che, in un ambiente del genere, si è rivelata tutt’altro che superflua.

Superato il tratto più delicato, ci inoltriamo nuovamente nel viscido greto del torrente, fortunatamente protetto lateralmente da pareti e appigli solidi. La progressione, lenta e concentrata, ci ha condotti finalmente al ballatoio dal quale si apre davanti a noi il primo salto della Grande Cascata della Valle dell’Inferno.

Lo spettacolo è di quelli che ripagano ampiamente ogni fatica.

Proprio in questo punto confluiscono le acque di altre quattro sorgenti laterali, che alimentano la cascata e trasformano l’ambiente in un teatro naturale di straordinaria potenza. Acqua, roccia, neve e verticalità si fondono in un paesaggio quasi primordiale.  E, come spesso accade in montagna, non siamo realmente soli. Dal centro del nevaio, un “residente” del luogo, un magnifico camoscio, ci osserva immobile. Per qualche istante rimane lì, spettatore silenzioso della nostra presenza. Chissà cosa avrà pensato di quei due strani esseri umani comparsi nel cuore del suo territorio.

Le fotografie di rito vengono scattate rapidamente. In luoghi come questo non ci si può concedere lunghe soste: l’ambiente richiede attenzione costante e la permanenza deve essere necessariamente breve e guardinga.

Il corposo nevaio che scende dal Canale Haas-Acitelli.
Piccoli laghetti ancora sotterranei composti da acqua sorgiva e di fusione
I delicati passaggi sul greto del torrente.
Qui ha origine la Grande Cascata della Valle dell’Inferno.
Il ballatoio dove ha origine la Grande Cascata della Valle dell’Inferno.

È quindi tempo di rientrare.

Per il ritorno scegliamo lo stesso itinerario dell’andata, evitando così di affrontare nuovamente passaggi differenti e, soprattutto, sottraendoci all’implacabile aggressione del sole dell’“Agosto Ungarettiano”.

Dopo quattro ore e venticinque minuti di progressione, con 10,350 chilometri complessivi e 630 metri di dislivello positivo, altrettanti negativi, la nostra esplorazione giunge finalmente al termine. Una vera uscita esplorativa, più che una semplice escursione: un itinerario nel quale la componente tecnica, la lettura del terreno e la capacità di adattamento hanno avuto un ruolo determinante.

Lasciamo alle nostre spalle la Valle dell’Inferno e la Grande Cascata con la consapevolezza di aver attraversato uno degli ambienti più selvaggi e affascinanti del versante del Gran Sasso. Poi, quasi a spezzare bruscamente la magia della montagna, eccoci nuovamente nel piccolo parcheggio a fianco della strada Provinciale, dove una “folla” si aggira senza particolare criterio, spesso occupando gli spazi in maniera indiscriminata e poco rispettosa. È il contrasto finale di questa giornata: pochi minuti prima eravamo immersi nel silenzio assoluto della montagna, tra neve, roccia, acqua e camosci; ora siamo nuovamente dentro la confusione del mondo ordinario.

Ma il ricordo rimane lassù, tra le pareti del Corno Grande, le acque dell’Haas-Acitelli e il fragore della Grande Cascata della Valle dell’Inferno.

Il grande nevaio.
Piccole marmitte costituite da acqua sorgiva e di fusione, visibile il serpentone del nevaio.
Km 10,350 h 4,25’17” dislivello 630 + –

1 commento

  1. Il Gran Sasso, isolato in mezzo al vecchio Appennino, con quel suo nome infantile e popolare, mostra i suoi segreti a chi sa guardarlo con rispettosa familiarità. Un racconto di cuore.

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