L’imponente nevaio davanti alla cascata

Anche questa giornata sembrava destinata a inseguire un altro sogno: assistere al sorgere del sole dal Colle Nord, con il disco infuocato che emerge direttamente dalle acque dell’Adriatico. Tutto dipendeva dall’arrivo dell’agognata tramontana, il vento capace di spazzare via ogni velatura e restituire al cielo quella limpidezza cristallina necessaria a trasformare un’alba in un evento memorabile. Ma la tramontana, questa volta, non si è presentata all’appuntamento. E così, almeno, è stata risparmiata l’alzataccia.

Chi frequenta la montagna, però, sa bene che un progetto può cambiare, ma la chiamata delle vette difficilmente resta inascoltata. Lo zaino, preparato con cura la sera precedente, era già pronto accanto alla porta, e la mente aveva ormai imboccato il sentiero ancor prima dei piedi. Si cambia meta, non spirito.

Avviso quindi il mio Amico Andrea del nuovo itinerario e dell’unica modifica all’equipaggiamento: la lampada frontale poteva tornare sullo scaffale. Per il resto nulla cambiava, perché ciò che ci attendeva era comunque una vera escursione alpinistica, di quelle in cui la storia delle montagne si intreccia con il passo di chi continua a percorrerle.

Oggi “scomodiamo” Omero che, nel XII canto dell’Odissea, racconta di quando la maga Circe avverte Ulisse del pericolo delle Sirene, il cui canto incanta i marinai e li conduce alla morte. Gli consiglia di far tappare con la cera le orecchie ai compagni e di farsi legare all’albero della nave, se vuole ascoltarle senza cedere al loro richiamo. Successivamente lo informa che dovrà scegliere tra due rotte molto pericolose, una delle quali passa vicino a scogli che hanno distrutto quasi tutte le navi, tranne la nave Argo, guidata dagli Dèi.

“…Udirle puoi tu solo, se brami; ma prima i compagni
nella veloce nave ti avvincano i piedi e le mani,
dritto, con funi, a ridosso ti leghin dell’albero, stretto,
sí che delle Sirene godere tu possa la voce.
Ma se tu preghi i compagni, se d’esser disciolto comandi,
legare tanto piú ti devon con doppie ritorte…”.

L’appuntamento è stato fissato per le ore 7:00, quando il giorno muoveva ancora i suoi primi passi tra le vette del Gran Sasso.

Come da tradizione, prima di metterci in cammino, abbiamo reso omaggio a un rito che il tempo non è riuscito a scalfire: una zeppoletta appena sfornata, preparata dal nostro amico Pino, e l’immancabile caffè, sorseggiato nello storico Bar San Leonardo di Isola del Gran Sasso.  Quel bar non è soltanto un luogo di ritrovo, ma un autentico custode della memoria. Le sue mura hanno assistito al passaggio di viandanti, pastori, alpinisti e pellegrini, ben prima che il traforo del Gran Sasso cambiasse per sempre il volto di queste montagne e i percorsi di chi le attraversava. È un luogo che meriterebbe un racconto tutto suo, ricco di storie e di nostalgia. Ma quella è una pagina che conserveremo per un capitolo futuro.

Con lo spirito alimentato da questa antica consuetudine, abbiamo raggiunto Contrada Rava, punto di partenza della nostra escursione. Da lì, il sentiero si apriva davanti a noi come una porta sulla storia, pronto a guidarci attraverso paesaggi senza tempo, dove ogni pietra, ogni bosco e ogni cresta sembrano custodire l’eco delle generazioni che ci hanno preceduto.

Già dal piccolo parcheggio, là dove le acque del Torrente Leomogna e del Rava si uniscono in un antico abbraccio, lo sguardo viene catturato da una visione che racconta la forza della montagna: gli imponenti nevai, eredità delle furiose slavine primaverili, giacciono ancora distesi sui greti come bianche fortezze conquistate dal tempo.  Il primo tratto di cammino segue il tortuoso Torrente Rava, immerso nel silenzio del bosco, fino a raggiungere Fonte Coccionetto. Qui termina il sentiero tracciato dall’uomo e ha inizio il regno dell’esplorazione. Da questo punto in avanti non esistono più segni certi, ma soltanto l’istinto, l’esperienza e la capacità di leggere una montagna che ogni anno viene riscritta dalla furia delle slavine, capaci di mutarne l’orografia come se la natura fosse un antico scultore.

Raggiunto un ampio ballatoio naturale, la valle concede finalmente la sua ricompensa: appare il maestoso salto d’acqua che precipita nel vasto anfiteatro della Cavuccia a circa 900 metri s.l.m., una visione solenne che domina l’intero scenario con la potenza di un monumento scolpito dagli elementi.

Il maestoso salto d’acqua

L’avanzata continua lungo strette cenge erbose, custodite da arbusti aggrappati alla roccia, fino a entrare in un magnifico bosco di faggi secolari, dove convergono i torrenti Rava e Pila. È qui che scegliamo di risalire il corso della Pila.

Quest’anno la montagna ha imposto ancora una volta la propria legge. L’intero alveo del torrente è sepolto sotto un colossale e compatto nevaio, una coltre di neve antica che accompagna il cammino fino ai piedi della cascata. Ma quella stessa massa, separata dalla parete rocciosa, impedisce qualsiasi accesso al greto. Sotto di essa l’acqua continua il suo corso invisibile, nascosta da giganteschi ponti di neve che hanno creato vere e proprie volte naturali. È un paesaggio severo e grandioso, dove la forza delle valanghe e il lento lavoro del gelo ricordano come, in questi luoghi, sia ancora la montagna a dettare le proprie leggi, custodendo gelosamente i suoi segreti.

Passaggi impossibili
L’arcobaleno

Avevamo perlustrato in lungo e in largo quel vasto nevaio, sfidandone ogni piega e ogni insidia, senza riuscire a scorgere un varco che concedesse il passaggio. Quando ormai ogni speranza sembrava svanire, spostandoci verso il lato in ombra della parete, la montagna ha rivelato il suo segreto: un corridoio tortuoso, severo e minaccioso, tanto pericoloso quanto, forse, praticabile.

E’ stato  allora che mi sono rivolto ad Andrea. Con la consapevolezza dei rischi che ci attendevano e con il desiderio di preservarne l’incolumità — perché qualcuno potesse eventualmente dare l’allarme qualora il destino si fosse mostrato avverso — gli ho detto che da quel momento la mia personale discesa agli inferi l’avrei affrontata da solo.

In una piccola cengia, finalmente al riparo, ho indossato il casco come un antico elmo e chiusa la giacca a vento come fosse un’armatura contro gli elementi. Ogni passo ha richiesto  la vigilanza di quattro occhi e quattro orecchie: la montagna non concedeva distrazioni né esitazioni. Così ho iniziato la lenta e complessa discesa, insinuandomi fra rocce, ghiaccio e neve, fino a raggiungere l’alveo ai piedi dell’imponente cascata.

Da qui le “Sirene” hanno levato il loro canto

E’ stato allora che le “Sirene” hanno levato il loro canto.

Come Ulisse, anch’io ne ho udito  il richiamo.  Come l’eroe acheo, però, non avevo tappi di cera per sottrarmi al loro incantesimo; e, del resto, dove avrei potuto trovare la cera nel cuore di quel regno di pietra, acqua e ghiaccio?

Lo spettacolo che mi si è presentato dinanzi è stato di una potenza quasi sovrumana. Il fragore dell’acqua, l’eco che rimbalzava sulle pareti, il gelo sospeso nell’aria e la forza primordiale della cascata si sono fuse in un’unica visione capace di suscitare insieme timore e meraviglia. Per qualche istante sono rimasto sospeso tra la prudenza e l’incanto, consapevole che ogni secondo trascorso in questo luogo è stato un privilegio conquistato e un rischio calcolato.

Poi, con gesti rapidi e misurati, quasi a strappare al tempo una prova del mio passaggio, ho realizzato alcune fotografie. Non semplici immagini, ma testimonianze di una bellezza aspra e selvaggia, degna dei racconti degli antichi, destinata a sopravvivere nella memoria ben oltre il fragore di quelle acque.

Finalmente dietro la cascata
Dall’interno del nevaio protetto dai tetti nevosi e piovosi
La grande cascata

Il ritorno lungo la traccia della salita si è rivelato più agevole di quanto avessimo immaginato. Dopo le difficoltà affrontate durante l’esplorazione, ripercorrere i nostri passi è sembrata quasi una marcia trionfale, fino a quando abbiamo raggiunto il punto di partenza. Ma, come spesso accade nelle migliori avventure, l’epilogo ci riservava ancora un ultimo episodio degno di essere ricordato.

Accanto all’auto di Andrea era parcheggiata una Fiat Panda. A bordo viaggiavano una coppia – lui e lei, ormai avanti con gli anni, dall’inconfondibile accento settentrionale – intenta a consultare con grande attenzione una carta topografica. Alla nostra vista sono scesi dall’auto con l’espressione di chi aveva finalmente trovato le guide che stavano cercando.

E’ stata la signora a rompere il silenzio con una domanda tanto semplice quanto spiazzante:
«Scusate, per raggiungere la Cascata delle Sirene da dove si passa?»

Per qualche istante io e Andrea siamo rimasti immobili, quasi increduli. In tanti anni trascorsi a percorrere quei monti, a studiarne la storia, i sentieri e gli antichi toponimi, nessuno dei due aveva mai sentito nominare una “Cascata delle Sirene”. Era un nome che sembrava appartenere più ai miti dell’antica Grecia che alla severa geografia del Gran Sasso.

Nel frattempo erano ormai le 12:15 e il sole di mezzogiorno picchiava con decisione. Per un fugace istante ci ha sfiorato  persino il dubbio che il caldo avesse giocato qualche scherzo ai due escursionisti. Eppure la loro convinzione era assoluta: quella cascata doveva esistere, perché era riportata sulla carta che stringevano tra le mani.

Per non deludere le loro aspettative, abbiamo mostrato loro alcune fotografie scattate durante la nostra escursione, spiegando che, se davvero quella fosse stata la cascata da loro cercata, il percorso per raggiungerla non aveva nulla di una semplice passeggiata, ma richiedeva esperienza, passo sicuro e una discreta dimestichezza con l’ambiente alpinistico.

I due coniugi hanno osservato con attenzione le immagini sul display del mio cellulare. Si sono scambiati uno sguardo eloquente, ringraziando con cortesia e sono risaliti sulla Panda. Considerata l’ora, è lecito immaginare che abbiano preferito rinviare la ricerca delle misteriose “Sirene” e dirigersi verso mete più rassicuranti… probabilmente una buona trattoria.

Per noi, invece, la giornata non poteva che concludersi secondo una tradizione ormai consolidata. Ci aspettava il meritato “terzo tempo” a Isola del Gran Sasso: una generosa porchetta, accompagnata dall’immancabile birra Hoegaarden, consumata come sempre allo storico Bar San Leonardo. Dopo ogni avventura, anche gli esploratori più tenaci sanno rendere onore ai piaceri della tavola.

Rientrato a casa, la curiosità a preso il sopravvento. Ho aperto  le mie carte topografiche, confrontato  mappe di epoche diverse, ho ripercorso mentalmente ogni valle, ogni fosso e ogni cascata conosciuta. Ho cercato  ovunque la leggendaria “Cascata delle Sirene”, ma senza alcun risultato. Quel nome è rimasto avvolto nel mistero, come un toponimo perduto o forse nato da un’antica leggenda dimenticata.

Ancora oggi resta una domanda senza risposta: quale carta topografica stavano consultando quei due instancabili, e simpatici, coniugi diversamente giovani? Forse una mappa dimenticata dal tempo, forse una carta dove realtà e leggenda avevano finito per confondersi. E chissà… magari, da qualche parte tra le gole del Gran Sasso, le “Sirene” continuano ancora a custodire il loro segreto.

Tra roccia, neve e acqua.
L’impossibile accesso

4 commenti

  1. Bella esperienza trasmessa perfettamente dal racconto di chi è in perfetta sintonia con la montagna in tutti i suoi aspetti.

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