
Questa lirica trasfigura la calura soffocante dell’estate in una potente allegoria metafisica: l’agosto ungarettiano si configura come una forza primordiale, cieca e inesorabile, che annienta ogni forma di vita. Il suo ardore non si limita a opprimere la natura, ma la prosciuga fino a renderla sterile; corrode la carne, sgretola la pietra e sembra cancellare persino la memoria della storia, riducendo ogni cosa a una desolazione assoluta.
Avido lutto ronzante nei vivi,
Monotono altomare,
Ma senza solitudine,
Repressi squilli da prostrate messi,
Estate,
Sino ad orbite ombrate spolpi selci,
Risvegli ceneri nei colossei…
Quale Erebo t’urlò?
Ho scelto una poesia di Giuseppe Ungaretti per raccontare un’escursione che è stata molto più di una semplice salita: un viaggio nell’ignoto, nella paura e nella fiducia. Al mio fianco c’era l’amico di sempre, Francesco Massimi, compagno di cordata leale e determinato, con il quale abbiamo inseguito un’idea tanto audace quanto irresistibile: risalire il severo e spettrale Vallone dell’Inferno, incastonato sotto le guglie più selvagge e misteriose del Corno Grande, nel cuore della catena del Gran Sasso d’Italia.
Già dalla vigilia avvertivo un’inquietudine profonda. Un timore reverenziale, quasi un presagio, mi accompagnava al pensiero di quell’impresa. Non era la fatica a spaventarmi, ma la consapevolezza di affrontare un itinerario che pretendeva esperienza, lucidità e rispetto assoluto per la montagna. Sentivo che questa non sarebbe stata una semplice escursione, ma una vera prova d’alpinismo. Di Francesco, invece, non dubitavo. Più giovane di me, possedeva forza, entusiasmo e quella solidità che rende un uomo un compagno di cordata sul quale affidare la propria vita. La responsabilità maggiore, però, gravava sulle mie spalle. A me spettava il compito di leggere la montagna, ritrovare la linea giusta e ricordare quel percorso diretto che da Vado di Corno conduce fino ai piedi della storica Via Haas-Acitelli: un itinerario alpinistico di straordinario valore, oltre mille metri di severo dislivello che conquistano la Forchetta Sivitilli, porta d’accesso alla Vetta Orientale del Corno Grande.
Da quel punto è iniziata la parte più austera dell’avventura. Il Vallone dell’Inferno si è aperto davanti a noi come una cicatrice di roccia e detriti, un regno silenzioso dove il sole mattutino è implacabile e ogni passo impone attenzione, coraggio e umiltà. Le pareti incombono come antiche fortezze di pietra, i nevai, alcuni eterni, incutono timore, mentre le guglie selvagge del Corno Grande dominano il paesaggio con un’aura quasi irreale. In questo luogo aspro e solenne, la montagna sembra ricordarci che nessuna vetta si concede senza pretendere il massimo da chi osa sfidarla.
Tralasciato l’increscioso episodio del caffè a Fonte Cerreto, saliamo sull’auto di Francesco e raggiungiamo il parcheggio di Vado Corno, punto di partenza della nostra avventura. Sistemati gli zaini e controllata ancora una volta l’attrezzatura, imbocchiamo la vecchia carrareccia realizzata negli anni Settanta per i sondaggi preliminari alla costruzione del Traforo del Gran Sasso. È una strada che racconta una storia diversa dalla nostra, ma che oggi ci conduce verso l’alta montagna.
Con passo regolare conquistiamo il Vado di Corno, a quota 1.921 metri. Qui il paesaggio cambia improvvisamente volto: davanti a noi si erge la monumentale parete orientale del Corno Grande, un’immensa muraglia di roccia che domina l’orizzonte e incute, allo stesso tempo, rispetto e soggezione. Davanti a tanta imponenza, la sosta per una fotografia non è una scelta, ma un rito.
Da questo punto la montagna smette di concedere terreno facile. Attraversiamo cenge erbose sospese nel vuoto, canalini levigati dalle acque e dalle valanghe, blocchi instabili e passaggi che richiedono attenzione assoluta, fino a raggiungere la selletta del vecchio Sentiero Geologico, un itinerario storico che un tempo saliva da Casale San Nicola e che oggi appartiene quasi esclusivamente alla memoria degli alpinisti.
Oltre la selletta cambia anche lo spirito dell’ascensione. Il sentiero lascia definitivamente spazio al terreno d’avventura: l’ambiente diventa severo, austero, autenticamente alpinistico. Ogni metro conquistato va guadagnato con concentrazione, esperienza e rispetto per una montagna che non concede nulla.



Mentre Francesco ha raggiunto uno sperone panoramico per far decollare il drone – una piccola concessione alla tecnologia capace di restituire tutta la grandiosità di questi luoghi – io mi sono avvicinato a un imponente nevaio, residuo delle gigantesche valanghe che, durante l’inverno, precipitano lungo l’intero canalone Hass-Acitelli. Davanti a quella massa compatta di neve, ancora molto estesa, è stato impossibile non immaginare la forza devastante degli eventi che l’hanno generata. In quel silenzio assoluto, interrotto soltanto dal vento e dal rumore delle pietre sotto gli scarponi, la montagna ci ha mostrato ancora una volta il suo volto più selvaggio e maestoso.



Nel frattempo il fragore delle acque, alimentate dallo scioglimento dei nevai superstiti e dalla sorgente del Vallone dell’Inferno, che dà vita al possente“Respiro furioso della Grande Cascata”– “https://www.icorridoridelcielo.it/valle-dellinferno-il-respiro-furioso-della-grande-cascata/ già narrato in un precedente articolo” – ci ha accompagnati come una voce antica della montagna, riempiendoci di entusiasmo. E’ il segno inequivocabile che quest’anno il Gran Sasso ha finalmente ricevuto un abbondante manto nevoso. È vero, la neve è arrivata tardivamente, ma è arrivata copiosa, e questo rappresenta una promessa preziosa per il futuro: una vera benedizione per le sorgenti di acqua potabile che, dopo stagioni avare di precipitazioni, versavano in condizioni di grave sofferenza.
Ricompattata la cordata, abbiamo ripreso la nostra severa progressione, puntando verso la conquista di un altro nevaio incastonato tra le pieghe dell’alta montagna. È stato lì che la montagna ci ha riservato un dono inatteso: dal cuore della sua parte centrale sgorgava una sorgente sconosciuta, fino ad allora ignota. Abbiamo colmato le borracce e placato la sete con un’acqua gelida, limpidissima e straordinariamente pura. La sua apparente assenza di sapore non era un difetto, ma la testimonianza della sua giovane età: un’acqua di fusione, nata superficialmente dallo scioglimento delle nevi, ancora povera di sali minerali e per questo incredibilmente leggera, quasi fosse l’essenza stessa della montagna appena liberata dal ghiaccio.


Dallo zaino Francesco ha estratto duePocket Coffeedalla confezione azzurra, i decaffeinati. In quel frangente sono sembrati un piccolo lusso d’alta quota: più che per la caffeina, ci hanno restituito energia grazie alla forza della suggestione. A volte, in montagna, anche un semplice gesto sa trasformarsi in una preziosa iniezione di fiducia.
La salita è ripresa affrontando un terreno severo, fatto di massi instabili e brecciai mobili che hanno imposto attenzione e passo misurato. Sopra di noi le incombenti pareti del massiccio, austere e maestose, mentre il sole, implacabile, ha continuato a prosciugare le nostre energie, consumandoci come nel celebre“agosto ungarettiano”.
Eppure la montagna, come spesso accade, ha saputo ricompensare la perseveranza. La vista di un ampio prato sospeso, conquistato dopo gli ultimi faticosi metri, ha ridato slancio al corpo e allo spirito. Da lì, con passo lento ma regolare, abbiamo proseguito tra i Karren– i caratteristici solchi scolpiti dall’acqua nella roccia calcarea – e grandi massi erratici, superando gli ultimi ostacoli che difendevano la cima.


Infine, dopo una salita aspra e combattuta, abbiamo raggiunto l’agognata vetta del Monte Aquila(2.498 m), dove il vento e l’immensità del panorama hanno dissolto in un istante ogni fatica. Da lassù lo sguardo ha abbracciato il cuore del Gran Sasso, mentre la soddisfazione di aver conquistato la cima ha ripagato abbondantemente il tributo imposto dalla montagna.
La lunga cresta, ampia e armoniosa, ci ha infine accompagnati in una discesa elegante verso Vado di Corno, per poi ricondurci all’auto, rimasta ad attenderci sotto il sole rovente di quell’inflessibile agosto. Ancora una volta la montagna ci ha chiesto molto, ma ci ha restituito infinitamente di più.








Il Gran Sasso, un universo !!!
È il posto più bello, isolato e selvaggio della montagna al punto che l’ho fatto più volte di cui una anche in inverno.Mette soggezione!!!!Sicuramente la permanenza dei nevai ti ha spinto!!!
grazie Paolo, mi hai fatto vivere una cosa che ormai posso solo “SOGNARE”,ciao a presto
caro Paolo buongiorno..
ieri ho finalmente potuto leggere il tuo prezioso articolo..
e ci tenevo a farti i miei più sinceri complimenti!!
l’eccellente descrizione narrativa in sintonia con la poesia ungarettiana è stata una sorpresa straordinaria..!!
un saluto dal collocatore..