Ho impiegato quindici giorni per metabolizzare la grande impresa alpinistica vissuta insieme all’amico Francesco Massimi. Non è stata una semplice salita, ma il compimento di una missione rimasta sospesa per oltre tre anni, un obiettivo che il destino, fino a quel momento, aveva sempre negato. Non ne svelerò la natura: forse sarà lo scritto stesso a lasciarne intuire il significato a chi avrà la pazienza di leggerlo fino in fondo.
La mia amicizia con Francesco affonda le radici in un passato lontano, quando a fare da collante era la figura di suo padre, Emidio Massimi. Insegnante di educazione fisica, preparatore atletico della gloriosa L’Aquila Rugby e autentico uomo di montagna, Emidio incarnava quei valori di sacrificio, forza e passione che solo la montagna sa forgiare.
Di lui si racconta un episodio rimasto nella memoria di molti. Nel 1988, al termine del Trofeo Nazionale “Piergiorgio De Paulis”, prestigiosa gara a squadre di corsa in montagna, due atleti aquilani demolirono il muro delle tre ore con una prestazione straordinaria. Durante il convivio che seguì la competizione, il professor Emidio, ancora incredulo davanti a quell’impresa, esclamò: «Ma quelli sono dei marziani!». Una frase semplice, divenuta quasi leggendaria, capace di raccontare meglio di qualsiasi cronaca la portata di quella performance.
Con Francesco, oggi insegnante presso l’Istituto Tecnico Industriale dell’Aquila, il rapporto si è consolidato negli anni nel segno del rispetto reciproco e della fiducia assoluta. Abbiamo condiviso innumerevoli escursioni, spingendoci progressivamente oltre il semplice camminare, fino a confrontarci con itinerari di autentico alpinismo, dove ogni scelta richiede esperienza, lucidità e perfetta sintonia con il compagno di cordata. Le nostre avventure, tuttavia, non si sono mai concluse sulla vetta. Il vero epilogo è sempre stato quello più semplice e autentico: seduti davanti a un bicchiere di birra e a un pezzo di pane, ripercorrendo ogni passaggio della salita, rivivendo emozioni, difficoltà e sorrisi. Perché le montagne si conquistano con il corpo, ma si comprendono davvero soltanto quando le si racconta.
Prima di immergerci nell’itinerario del nostro piccolo “Dru”, è opportuno fare una breve presentazione del vero Dru, definito dallaGuida Vallot, la bibbia della montagna più alta d’Europa, come «una delle più pure meraviglie della catena del Monte Bianco». Il Dru rappresentò il luogo del perfetto riscatto, sia alpinistico sia psicologico, per uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi: Walter Bonatti. Qui cancellò la profonda frustrazione subita l’anno precedente sul K2, l’altro grande simbolo dell’alpinismo estremo. Siamo nel 1955. Il 17 agosto Bonatti inizia la sua straordinaria avventura in solitaria sul Pilastro del Dru, una salita destinata a entrare nella storia. Da quel momento, infatti, quel pilastro porterà per sempre il suo nome: ilPilastro Bonatti.


Di buon mattino del 15 luglio u.s. partiamo con Francesco dalla Sella di Pratoriscio, oggi conosciuta come Campo Imperatore, con un obiettivo preciso, coltivato da tempo e ormai divenuto una vera missione: portarlo a termine, costi quel che costi.
Nello zaino trovano posto due corde da 60 metri, l’intera dotazione alpinistica e tutta l’esperienza maturata negli anni. Dal piazzale ci dirigiamo verso la Sella di Monte Aquila, quindi al Sassone e, poco prima di imboccare la Direttissima per la Vetta Occidentale del Corno Grande, svoltiamo a destra lungo la ferrata dell’ex Bivacco Andrea Bafile. Al bivio indossiamo casco, imbracatura e kit da ferrata: da questo momento la montagna cambia volto e inizia la parte più severa dell’ascensione.
Raggiunta la comba del Bivacco Bafile, entriamo nel cuore più autentico del Gran Sasso d’Italia. Qui la roccia domina incontrastata: guglie slanciate, placche verticali, canali e pareti percorse da storiche vie d’arrampicata compongono uno scenario che richiama le grandi architetture dolomitiche. Davanti a tanta maestosità non resta che fermarsi per qualche istante e rendere omaggio a una montagna capace di suscitare rispetto, ammirazione e un profondo senso di appartenenza.


Due considerazioni, tuttavia, sono inevitabili.
La prima riguarda la piazzola che per decenni ha ospitato lo storico Bivacco dedicato alla Medaglia d’Oro al Valor Militare Andrea Bafile. Vederla vuota provoca un’autentica stretta al cuore. Ancora più amareggia il fatto che la Sezione dell’Aquila del Club Alpino Italiano, dopo aver rimosso il manufatto nell’autunno del 2024, non abbia ancora provveduto al suo riposizionamento. Un’assenza che pesa, sia dal punto di vista storico sia da quello alpinistico, e sulla quale resta l’incognita dei tempi di restituzione. La seconda riflessione riguarda la ferrata, ristrutturata nel 2017 dal Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. L’intervento ne ha ridotto sensibilmente il carattere alpinistico, rendendola molto più accessibile rispetto al passato. Oggi è frequentata da un numero sempre maggiore di escursionisti con esperienza spesso limitata, i quali, in caso di improvviso peggioramento del tempo, non dispongono di alcun ricovero. E proprio questa comba è tristemente nota per i temporali improvvisi e di eccezionale violenza. Rendere più facile l’accesso senza garantire un punto sicuro di riparo significa, in fondo, creare un percorso che può trasformarsi in una trappola.
Ma torniamo alla nostra missione.
Il vero obiettivo della giornata ci attende ancora più in alto. Da qui in avanti ogni passo, ogni tratto di roccia e ogni manovra di corda ci avvicinano al momento decisivo. L’avventura entra finalmente nel suo capitolo più intenso, quello in cui la determinazione, la tecnica e la fiducia reciproca saranno chiamate a fondersi in un’unica, grande impresa.
Attraversiamo senza particolari difficoltà il residuo nevaio della Comba e, subito dopo, sulla sinistra, imbocchiamo la storicaVia Alpinistica “4”, tracciata dal CAI dell’Aquila negli anni Settanta. Da questo punto il terreno cambia radicalmente: ogni traccia di sentiero escursionistico scompare e si entra in un ambiente severo, autenticamente alpinistico, dove nulla è stato addomesticato dall’uomo. L’itinerario si sviluppa tra placche levigate, ripidi pendii di sfasciume instabile, rocce affilate ed esposte, canali che conservano i residui degli ultimi nevai. È un percorso vivo, in continua trasformazione, modellato stagione dopo stagione dall’azione del gelo, delle frane e delle precipitazioni, che ne modificano costantemente l’aspetto e le difficoltà.
Con Francesco procediamo concentrati, scegliendo con attenzione ogni appoggio. Solo qualche breve scambio di parole rompe il silenzio imposto dalla montagna, più per stemperare la tensione che per reale bisogno di comunicare. Nella mente rimane sempre la stessa incognita: la discesa, che arriverà solo molte ore più tardi e che, come spesso accade su questi itinerari, rappresenta una sfida non meno impegnativa della salita. Questa parete era un tempo il regno incontrastato del genepì. Oggi, a causa della raccolta indiscriminata praticata per decenni e del pascolo dei camosci che ne divorano i giovani germogli, la sua presenza è diventata quasi simbolica: soltanto poche zolle isolate sopravvivono tra le rocce, con rarissimi fiori a testimoniare un’antica abbondanza ormai scomparsa.
Superata una straordinaria crestina aerea, sottile come la lama di un coltello e sospesa nel vuoto, raggiungiamo finalmente il piccolo“Dru”, torrione roccioso che offre rifugio al magnifico picchio muraiolo, autentico gioiello di queste pareti verticali.




Lo scenario che si apre davanti a noi è semplicemente grandioso. La spettacolare cresta dell’Occidentale precipita con eleganza verso la Forchetta del Calderone, mentre le pareti e i profondi salti di roccia costruiscono una delle architetture alpine più suggestive dell’Appennino. È un ambiente di rara imponenza, dove geologia, storia glaciale e alpinismo si fondono in un equilibrio unico. Eppure siamo ancora ben lontani dall’aver raggiunto la metà dell’itinerario previsto.
Conquistata la Forchetta del Calderone, perdiamo deliberatamente alcuni metri di quota per superare il passaggio chiave e risalire poi sulle celebri terrazze della“Coppitana”. Oggi appaiono come ampi ripiani sospesi nel vuoto, ma per millenni furono lambiti dalla poderosa massa del Ghiacciaio del Calderone, che qui spingeva la propria fronte durante le fasi di massima espansione. Camminare su queste rocce significa attraversare una pagina della storia geologica del Gran Sasso.
Proprio in questo luogo riaffiora alla memoria un curioso episodio, già raccontato nel mio libroGli Ultimi Misteri del Gran Sasso: un aneddoto che dimostra come, anche negli ambienti più severi e apparentemente inospitali, la montagna riesca sempre a custodire storie sorprendenti, sospese tra realtà, memoria e leggenda.


Superate le ampie terrazze sommitali, abbiamo proseguito lungo il filo della montagna fino a raggiungere il magnifico Camino, elegante passaggio che ci ha condotti alla panoramica e affilata Forchetta Gualerzi. Da questo intaglio, sospeso tra i versanti, transita la storica Via della Traversata delle Tre Vette (oggi Quattro), una delle linee più prestigiose del Gran Sasso.
Superando alcune facili roccette, abbiamo conquistato infine l’agognato Torrione dedicato allo sfortunato alpinista Mario Cambi, posto a quota 2.875 metri, punto culminante della nostra giornata. Sulla figura di Mario Cambi esiste una vasta documentazione, certamente raccontata da autori più autorevoli di me; qui basti ricordare come il suo nome sia indissolubilmente legato a questo straordinario torrione.





E’ stato proprio da questa cima che la nostra missione è entrata nella sua fase più impegnativa. Dallo zaino finalmente sono comparse le due corde da 60 metri, fino a quel momento rimaste silenziose protagoniste. Solo allora ho rivelato a Francesco quale sarebbe stato il prosieguo dell’itinerario. Fino a quel momento conosceva la meta, ma non la via scelta per raggiungerla. La sua espressione è passata rapidamente dalla curiosità all’incredulità.
Gli ho prospettato due possibilità: una discesa assicurata dall’alto, sotto il mio costante controllo, oppure una calata in corda doppia, quindi in completa autonomia. Dopo qualche istante di riflessione, Francesco ha optato per la seconda soluzione. Rimaneva tuttavia un dubbio, più che legittimo: i 120 metri complessivi di corda sarebbero stati sufficienti a raggiungere la prima sosta?
Qui è necessaria una breve parentesi storica.
La nostra linea di discesa coincideva con il Canalino Riebeling, un itinerario dal profondo valore storico. Grazie alla traduzione della professoressa Ilona Metsis, pubblicata nel volumeIl Mistero delle Tre Vette del 2008, è stato possibile ricostruire come gli alpinisti austriaci Riebeling e Smith, durante la celebre Traversata delle Tre Vette del 1910, percorsa da ovest verso est, furono costretti a risalire proprio questo canalino. La ragione era dettata dalle condizioni glaciologiche dell’epoca: la Forchetta del Calderone e l’attuale Coppitana erano completamente occupate dal Ghiacciaio del Calderone, rendendo impossibile il passaggio oggi abitualmente utilizzato. Il testo originale relativo a quel tratto della relazione l’ho già pubblicato in altra sede.
Tornando alla nostra impresa, all’incredulità di Francesco ho risposto con una certezza maturata sul campo: nell’agosto del 2022 avevo già percorso integralmente quella stessa discesa insieme agli amici Giuseppe D’Annunzio e Francesco Laurenzi. Era stata un’esperienza memorabile, che mi aveva consentito di verificare la fattibilità dell’itinerario e la corretta successione delle soste. Di quella giornata conservo ancora un episodio che racconta bene come, anche nei momenti di maggiore concentrazione, una battuta possa alleggerire la tensione. Mentre ci preparavamo alla prima calata, mi rivolsi scherzosamente a Giuseppe dicendo: «Professò, dai un’occhiata a quanti metri di corda servono per scendere in doppia… tu che sei architetto!» La frase, riportata poi da Francesco Laurenzi in un post pubblicato nell’agosto del 2022, suscitò una risata generale e contribuì a stemperare la naturale tensione che accompagna sempre l’inizio di una lunga sequenza di calate in ambiente severo.
La missione per la quale eravamo partiti entrava finalmente nella sua fase decisiva. Francesco, ancora poco convinto delle mie “fantasiose” misurazioni sull’effettiva estensione delle corde, si è calato per primo. Prima di partire gli ho raccomandato che, una volta raggiunta la cengia dove si trovava la seconda sosta, avrebbe dovuto liberare immediatamente le corde e trovare riparo nella stretta fessura della parete, al riparo dall’eventuale scarica di pietre che avrei potuto provocare durante la mia delicata discesa.
Quando è arrivato il mio turno, ho fotografato con attenzione la posizione del nodo di bloccaggio sulla sosta, riferimento indispensabile per il successivo recupero delle corde, quindi ho iniziato la calata. Ogni movimento è stato studiato: la discesa è stata lenta, quasi “chirurgica”, per limitare al minimo il distacco del materiale instabile che rivestiva la parete. In un ambiente tanto severo, la fretta sarebbe stata la peggiore alleata.
Raggiunta la cengia, ho trovato Francesco intento a migliorare la sicurezza della sosta. Il cordino che avevo lasciato nel 2022 non gli aveva ispirato sufficiente fiducia e, con la prudenza che contraddistingue ogni buon alpinista, lo aveva rinforzato aggiungendone uno nuovo. Appena mi ha visto arrivare, mi ha rivolto nuovamente la domanda che ormai lo accompagnava dall’inizio dell’impresa:
«Siamo davvero sicuri che le corde arrivino anche alla terza sosta?»
La mia risposta non poteva che essere affermativa. Conoscevo quell’ambiente, ricordavo le distanze e avevo piena fiducia.
Siamo ripartiti così per la seconda calata. Anche questa si è rivelata più complessa del previsto: qualche passaggio delicato, il continuo controllo degli attriti delle corde e una stanchezza, soprattutto mentale, che iniziava lentamente a farsi sentire, rendevano ogni manovra più impegnativa. Alla fine, però, abbiamo intercettato con precisione la storica Via “4”, il riferimento che stavamo cercando.
Restava soltanto l’ultima doppia, una trentina di metri. Questa volta è stato sufficiente utilizzare una sola corda. Una discesa ormai più rilassata, consapevoli che la parte più delicata della missione era alle nostre spalle, ci ha riportato sulla ferrata dell’ex Bivacco Bafile.


Giunti al consueto bivio, abbiamo riposto finalmente imbraghi, corde, moschettoni e tutto il materiale alpinistico. Solo allora ci siamo resi conto di quante energie quella giornata ci avesse sottratto. Con il passo ormai appesantito dalla fatica, abbiamo raggiunto l’automobile.
Il cronometro segnava otto ore, trentuno minuti e ventisei secondi. La missione era compiuta.
Più che la fatica fisica, a sorprenderci era stato l’enorme dispendio mentale richiesto da ogni singola decisione: valutare gli ancoraggi, gestire le corde, interpretare una parete severa e affrontare continuamente il rischio oggettivo di un ambiente tanto fragile. Forse anche gli anni che avanzano rendono più consapevoli del peso di ogni scelta, ma proprio questa consapevolezza ha dato ancora più valore all’impresa.
La conclusione non poteva che essere all’altezza della giornata. Seduti al Thermopolium di Luca Di Carlo, il pasto consumato dopo quella lunga e intensa avventura ha assunto il significato di un autentico rito celebrativo. Non è stato semplicemente un pranzo: è stato il momento in cui la tensione ha lasciato finalmente spazio alla soddisfazione, suggellando una giornata capace di fondere fede, amicizia, memoria, tecnica alpinistica e profondo rispetto per la montagna. Una giornata destinata a rimanere impressa nei nostri ricordi, non tanto per la difficoltà dei singoli passaggi, quanto per l’intensità umana dell’intera esperienza. Qual era la “missione” per cui avremmo sacrificato tutto?






Bravi e sempre siurezza
Credo che ognuno di noi abbia un proprio “petit Dru”, che bisogna individuare per poter riuscire a raggiungerlo, coronando così un obiettivo importante, talora un sogno.
Con molto piacere ho letto, di notte, l’avvincente racconto, senza dover ricorrere all’uso della pazienza. Anzi ti devo ringraziare perché ha messo in moto “un meccanismo” per cui ho rivissuto, come in una visione accesa dalla tua narrazione, il racconto del Dru fatto direttamente dal grande Valter Bonatti, in una cena con lui ed altri amici all’Argentario, in una notte d’estate. Così è partita una struggente ed infinita emozione …..
Grazie Paolo per questa gioia.