
Correva l’inizio degli anni Settanta del secolo scorso e, come accadeva in tutte le famiglie contadine, l’estate non era tempo di vacanze, ma di lavoro. Anche se ancora adolescenti, si doveva dare una mano in campagna, perché da quei lavori dipendeva la sopravvivenza delle famiglie. La mietitura e la trebbiatura del grano erano le operazioni più importanti: da quel raccolto sarebbe dipeso il pane dei mesi freddi, quando la terra riposava e le giornate si accorciavano.
Il pane, allora, si faceva in casa. Il forno comunale veniva acceso a giorni stabiliti, grazie all’impegno volontario di qualcuno del paese che si occupava di scaldarlo e tenerlo in funzione. A fine giornata, quando le pagnotte uscivano dorate e profumate, ogni massaia lasciava in dono un filone di pane: un gesto semplice, ma carico di riconoscenza, per chi aveva reso possibile quel piccolo rito collettivo.
Con l’arrivo dell’estate, soprattutto quando la scuola chiudeva per le “vacanze”, dalle nostre terre nella campagna di Fossa, mentre si svolgevano le normali operazioni agricole – l’essiccazione del foraggio, l’irrigazione dell’orto, i lavori di routine che scandivano le giornate – il mio sguardo finiva immancabilmente per alzarsi verso l’orizzonte.
Là, a dominare il paesaggio, c’era la catena del Gran Sasso. E sopra tutte le altre, una vetta più alta, severa, che sembrava osservare la valle dall’alto dei suoi silenzi. Nei canali più incassati si intravedevano ancora strisce bianche: erano i resti della neve dell’inverno appena passato. Quelle chiazze, così fuori posto nel caldo estivo, rendevano la montagna ancora più affascinante, quasi irraggiungibile, e alimentavano in me un senso di mistero difficile da spiegare.
Nei rari momenti di pausa mi capitava di chiedere a mio padre come si chiamasse quella montagna e se fosse possibile salirci. Lui non sapeva indicarmi un percorso, né aveva particolare interesse per l’argomento. Anzi, le mie domande sembravano infastidirlo. Con tono secco e definitivo mi rispondeva sempre allo stesso modo:
«Quello è Mont Corn. Ma lascialo perdere».
Era come se dicesse: qui c’è il lavoro, ci sono le responsabilità, e tu perdi tempo a guardare le montagne. Compresi subito che non era il caso di insistere e smisi di fare domande.
Quella vetta continuava a chiamarmi, in silenzio. Non con la voce fragorosa delle sfide dichiarate, ma con un richiamo sottile e ostinato, capace di insinuarsi nei pensieri. Ogni volta che alzavo lo sguardo verso il Gran Sasso sentivo nascere dentro di me un’inquietudine leggera e insieme profonda, un desiderio irrisolto che non trovava requie. Era come se quella montagna, così imponente e distante, custodisse qualcosa che mi riguardava intimamente.
Così, nell’estate del 1973, quando avevo appena sedici anni, smisi di limitarmi a contemplarla da lontano. Stanco di quell’ammirazione impotente, presi una decisione che allora mi parve semplice quanto irrevocabile: avrei tentato l’ascensione.
Le incognite erano molte, e ognuna sembrava voler ricordarmi quanto quel progetto fosse azzardato. Non avevo scarponi, né avrei potuto chiederli: ai miei piedi c’erano solo le “famose” Superga, le stesse che usavo per l’ora di educazione fisica a scuola, troppo leggere per la montagna, eppure destinate a diventare le mie compagne di viaggio. C’era poi il problema del viaggio, l’intera architettura degli spostamenti da immaginare e incastrare: raggiungere Fonte Cerreto, salire sulla funivia a due tronconi, arrivare all’Albergo di Campo Imperatore, a quota 2130 metri slm, punto di partenza e, in qualche modo, di non ritorno.
Restava infine lo zaino, necessario come una promessa di autosufficienza. Doveva contenere il minimo indispensabile per un pernottamento improbabile e i pochissimi viveri di conforto, giusto quanto bastava per illudersi di poter resistere a una notte all’addiaccio. Fu questo il primo ostacolo a trovare soluzione. Un mio cugino, Raffaele, si era da poco congedato dal Corpo degli Alpini, quando la leva era ancora obbligatoria. Alla mia richiesta mi affidò il suo zaino militare, accompagnandolo con una pioggia di raccomandazioni: di averne cura, di non rovinarlo, di restituirglielo non appena fossi tornato. In quelle parole c’era, insieme, l’affetto e il timore di chi sa che la montagna non è mai un gioco.


L’ascensione, inoltre, non poteva che avvenire in un giorno feriale, sabato compreso. La domenica, infatti, la corriera della ditta “Pacilli” non circolava: senza di essa mi sarebbe stato impossibile raggiungere il Capoluogo e, da lì, salire sulla “famosa” circolare “Chiodi e Capranica” diretta a Fonte Cerreto. Anche il calendario, dunque, sembrava dettare le sue leggi, come se la montagna stessa stesse già decidendo quando concedermi il permesso di avvicinarla.
Quando la trebbiatura fu finalmente conclusa, scelsi sabato 26 luglio, giorno di Sant’Anna che insieme a Gioacchino sono i genitori della Vergine Maria. Una data innocua, che non destava sospetti. A Fossa, infatti, quel giorno portava con sé una consuetudine antica: la gita fuori porta. Le famiglie si incamminavano verso le piccole radure intorno al Monastero di Sant’Angelo d’Ocre, con ceste leggere e pane appena spezzato, per un pic-nic semplice, condiviso, quasi rituale.
Era, forse senza dirlo, un ringraziamento silenzioso. Si celebrava il lavoro compiuto, la polvere finalmente posata, i granai di nuovo colmi, la certezza — rara e preziosa — che il pane non sarebbe mancato durante l’inverno. In quel movimento corale, fatto di passi lenti e di voci che tornavano leggere, il paese sembrava riconciliarsi con la fatica appena lasciata alle spalle.
Io, invece, mi preparavo a un’altra salita. Mentre tutti uscivano insieme, io seguivo un percorso diverso, obbedendo a un calendario non scritto, fatto di necessità, discrezione e attesa. Ogni gesto doveva apparire naturale, confondersi con quelli degli altri, perché nulla doveva tradire ciò che stavo per fare. Era un tempo sospeso, in cui il cuore correva più veloce dei passi.
E come sempre, alla fine della trebbiatura, arrivava anche la ricompensa. Mio padre ci porgeva una banconota da cinquemila lire, con l’effigie del famoso navigatore Cristoforo Colombo, solenne e un po’ lontano, come se osservasse anche lui il raccolto concluso. Era il suo modo di dirci grazie, senza troppe parole.
All’epoca, cinquemila lire erano una piccola fortuna: bastavano per sentirsi ricchi per un giorno, liberi da ogni pensiero. Anche il problema dei soldi, almeno per un po’, era risolto. E quella certezza, insieme al peso leggero della banconota in tasca, rendeva ancora più denso il significato di ciò che stavo per affrontare.
Alle 7.20 in punto, con la prima corsa della ditta “Pacilli” diretta al capoluogo, ebbe inizio la mia avventura. Si partiva sotto mentite spoglie, facendo credere a tutti che si trattasse della solita, innocua scampagnata di Sant’Anna. Nessuno doveva sospettare altro.
Arrivai a L’Aquila alle 7.50 e, senza perdere tempo, alle 8.00 precise salii sulla “circolare” di “Chiodi e Capranica” che mi avrebbe condotto a Fonte Cerreto. Il tragitto, che si concluse alle 8.45, attraversava i paesi di Tempera, Paganica, Camarda e Assergi: nomi che allora scorrevano veloci dai finestrini, ignaro di quanto sarebbero rimasti impressi nella mia memoria.
Con una certa fretta, acquistai il biglietto per la funivia. Alle 9.00 salii sulla prima cabina che mi portò alla stazione intermedia e, subito dopo, con una seconda corsa, raggiunsi la stazione superiore. Quel luogo, che tutti chiamano impropriamente “Campo Imperatore”, sulle antiche carte topografiche è indicato come Sella di Pratoriscio. Il vero Campo, in realtà, è l’altopiano sottostante.
Ma torniamo all’escursione.
Verso le 9.30, con un paio di Superga ai piedi e lo zaino sulle spalle — portato quasi come una reliquia —, dopo le raccomandazioni di Raffaele, mi incamminai verso la grande montagna. L’emozione e l’entusiasmo di aver superato, grazie ai mezzi di trasporto, la fatidica quota dei 2000 metri mi rendevano felice e orgoglioso. Avevo saputo mascherare un’impresa ben più ambiziosa sotto l’apparenza di una semplice gita.
Partivo senza una carta topografica — probabilmente non avrei saputo leggerla —, senza consigli, affidandomi solo a qualche escursionista che mi precedeva e alle poche indicazioni tracciate a terra dal Club Alpino Italiano. Negli anni Settanta, la folla che oggi affolla qualsiasi sentiero di montagna, specialmente quelli diretti al Corno Grande, semplicemente non esisteva. Inoltre, il mio orario di partenza da Campo Imperatore era piuttosto tardivo per un’escursione di quel tipo, che in seguito si sarebbe rivelata più alpinistica del previsto. Ma non c’erano alternative: tutto dipendeva dall’orario del primo autobus “Pacilli”.
Dopo circa mezz’ora di cammino, seguendo un bel sentiero segnato dai bolli giallo-rossi, arrivai alla Sella di Monte Aquila. Lì trovai un cartello metallico con indicazioni chiare e tempi di percorrenza ben definiti. Fu una sorpresa piacevole e mi dissi: fin qui, tutto bene.
Leggendo con attenzione il cartello, il mio sguardo si soffermò sulle due possibilità per raggiungere la vetta del Corno Grande: il “Sentiero Estivo”, oggi noto come la “Normale”, e la “Via Direttissima”. Alla vista di quest’ultima non esitai un attimo. Pensai ingenuamente che fosse l’itinerario più rapido, ignorando del tutto le difficoltà tecniche che comportava.
Spinto da un entusiasmo ingenuo e irrefrenabile, con il passo ormai deciso di chi non contempla alternative, raggiunsi senza particolari difficoltà il famigerato Sassone. Poco oltre, un cartello metallico indicava “Bivacco Bafile” e, ancora una volta, “Via Direttissima”. Fu lì che tutto cominciò davvero. Appena misi piede sulle prime roccette mi accorsi che i consueti segni giallo-rossi erano scomparsi, sostituiti da triangoli verdi. Solo molti anni dopo avrei compreso il significato di quella differenza; in quel momento li seguii senza alcuna esitazione, con la fiducia cieca di chi ancora non conosce il peso delle scelte in montagna.
Non avevo mai arrampicato prima. L’unica eccezione era stato lo sperone roccioso che sovrasta il Monastero di Sant’Angelo d’Ocre, il “Vecchiaccio”, affrontato con la celebre tecnica dei “tre appoggi fissi e uno mobile”, più istinto che metodo. Eppure salivo quel canale senza la minima sbavatura, forse perché totalmente concentrato a non commettere errori, forse anche per colpa — o per merito — delle mie calzature Superga, quanto di più inadatto si potesse immaginare per quel terreno. La montagna, allora, sembrava accettarmi così com’ero.
Di tanto in tanto, tra una roccia e l’altra, apparivano piccole zolle verdi, punteggiate da fiori gialli, aggrappate a minuscoli terrazzini ostili e improbabili, eppure intensamente profumati. Non sapevo cosa fossero; solo più tardi avrei scoperto che si trattava del genepy, simbolo silenzioso di quell’ambiente severo e generoso allo stesso tempo.
Continuando a salire, sempre su roccia e su qualche esile cengetta erbosa, raggiunsi la ben nota “schiena d’asino”, di cui avevo sentito parlare vagamente da qualche alpinista anziano. Fu lì che, per la prima volta, il pensiero del ritorno si impose con forza. Mi chiesi come avrei potuto scendere, una volta conquistata la vetta. Ma l’entusiasmo, ancora una volta, ebbe la meglio su ogni prudenza: arrivare in cima era ormai l’unico obiettivo possibile. Mi rassicurava, quasi come una promessa, il cartello metallico sulla Sella di Monte Aquila, dove una freccia indicava il “sentiero estivo”, la “normale”.
Superata la “schiena d’asino” con qualche difficoltà, tra rocce rotte e sfasciumi instabili, raggiunsi finalmente l’agognata vetta del Corno Grande, a 2912 metri. Abbracciai quella croce come se fosse viva, come se custodisse un’anima antica, e recitai una preghiera a bassa voce, senza saltare un verso. Era il mio modo di ringraziare, forse di chiedere perdono. In vetta c’erano solo tre alpinisti. Oggi, nello stesso momento, ne avrei trovati trenta, se non di più.
Dopo l’immancabile panino e qualche sorso d’acqua, tornò prepotente il pensiero della discesa. In silenzio, attesi che uno dei tre si muovesse, sperando di intuire la via da seguire. Ma nessuno si alzava. Chiacchieravano a bassa voce, con la calma di chi sa di essere nel posto giusto. Io, nel frattempo, cercavo di imprimere nella memoria la grandiosità e l’immensità del panorama: non avevo una macchina fotografica, e in fondo pochi, allora, potevano permettersela.
A un certo punto lo sguardo fu catturato da un pendio ghiacciato, incastonato tra le vette più alte dell’anfiteatro. Rimasi a lungo a osservarlo, senza sapere cosa fosse davvero. Solo nei giorni successivi avrei scoperto che quello era l’Apparato Glaciale del Calderone, considerato il ghiacciaio più meridionale d’Europa. Negli anni a venire, quel luogo sarebbe diventato il mio teatro di ricerche, di studio, e di silenziose frequentazioni. Ma quel giorno era solo un’intuizione, un richiamo lontano, ancora senza nome.


Nel frattempo i tre alpinisti continuavano a chiacchierare pacatamente. Io, invece, sentivo crescere l’impazienza. Così ruppi gli indugi e provai a scendere. Per qualche metro seguii i segni giallo-rossi, ricomparsi poco sotto la vetta, ma poi, scendendo verso ovest, imboccai un canale breccioso — forse il Bissolati — senza vedere più alcun segno.
Capì subito che stavo sbagliando. Tornai indietro senza esitazione. Proprio mentre stavo per riacciuffare la croce vidi i tre alpinisti in piedi, che con passo lento e cadenzato venivano verso di me. Sottovoce dissi: «Sono salvo».
Restai a debita distanza e, senza parlare, scendemmo insieme la parte più ripida della Vetta Occidentale. Alla Conca degli Invalidi, davanti a un corposo nevaio, loro si fermarono di nuovo. Io invece proseguii: i segni erano ormai chiari e, per la prima volta, mi sentivo davvero sicuro.
Raggiunsi la Sella di Monte Aquila e rividi il cartello metallico: l’elemento chiave di tutta l’escursione. Senza di lui, tutto sarebbe stato molto più complicato. Poi arrivai alla stazione superiore della funivia. Alle 17.00 presi l’ultima corsa e atterrai finalmente a Fonte Cerreto.
La giornata però non era finita. Le corse per L’Aquila c’erano fino alle 19.00, ma per Fossa terminavano alle 17.30. Tornai a piedi, seguendo la carrozzabile: Assergi, Camarda, Paganica, Onna e infine Fossa. Arrivai a casa verso le 21.30. Nessuno si accorse di nulla.
Mia madre mi chiese solo dove avessi preso quello zaino. Ero troppo stanco per rispondere. Mi addormentai subito. Il sogno, in fondo, si era compiuto.
Nei giorni seguenti avrei voluto raccontare tutto, ma non trovai il coraggio. Forse perché certe “scampagnate” vanno capite prima di essere spiegate.
Nei giorni successivi, come promesso, mi recai dal cugino Raffaele per restituire il prezioso zaino. Il mio volto, raggiante e insieme velato di commozione, tradì ciò che quell’esperienza aveva significato per me. Raffaele forse lo comprese subito e, con un gesto semplice ma colmo di fratellanza, decise di donarmelo per sempre. Forse, in cuor suo, sapeva che quello strumento avrebbe continuato a vivere attraverso nuove avventure.
Negli anni che seguirono, il mio alpinismo prese una direzione sempre più esplorativa. Fu determinante l’incontro con un pensiero di Albert Einstein, letto su una rivista scientifica: «Colui che segue la folla non andrà mai più lontano della folla. Colui che va da solo ha più probabilità di trovarsi in luoghi dove nessuno è mai arrivato.»
Quelle parole divennero una guida silenziosa. E il 29 settembre 2015 accadde qualcosa di straordinario: la scoperta della prima grotta carsica sulla catena del Gran Sasso, che chiamammo “Grotta della Madonnina”. In quella impresa difficile e affascinante non fui solo: al mio fianco c’era Mauro Marcocci, Amico fidato e compagno di tante altre avventure.
Il migliore dei ricordi.






















gentile signor Paolo Boccabella, ho letto con vero entusiasmo il suo articolo,che ho trovato avvincente e intrigante . E con ancora più entusiasmo il suo libro, di cui ha gentilmente fatto omaggio a ciascuno di noi Tonini. Le pagine che ella dedica a nostro padre ,Dino Tonini, che ha studiato e misurato il ghiacciaio del Calderone per tanti anni,mi hanno emozionata e riportata alle varie volte in cui da ragazzi portava noi figli, e quindi anche me, a condividere la sua passione. Sono bellissime anche le foto, su tutte quella di nostra madre Sofia, il cui nome è stato dato al laghetto
. Di tante altre cose vorrei parlare con lei, perciò spero di incontrarla in Abruzzo, a Nocciano dove passo gran parte dell’estate. Affettuosi saluti e buon anno. Lucia Florio Tonini