
Prendo in prestito, forse indegnamente, alcuni versi de L’Infinito del grande poeta Giacomo Leopardi per accompagnare e celebrare l’ennesimo ritorno nel Vallone dell’Inferno. Un ritorno che, ancora una volta, si compie nel segno di una missione di ricerca e di speranza, in un luogo ormai profondamente segnato dalla memoria, dalla storia e dalle vicende che nel tempo lo hanno reso così significativo. Questa volta, per nostra fortuna, il Vallone ci accoglie con condizioni più benevole: una temperatura finalmente accettabile e un cielo terso, limpido e luminoso, quello che appartiene alle prime giornate di settembre, quando l’estate lentamente cede il passo all’autunno. E così, ancora una volta, ci si ritrova a percorrere questi luoghi con rispetto e determinazione, consapevoli che ogni ritorno non è mai soltanto un nuovo cammino, ma anche un incontro con la memoria e con la storia, nella fiducia che la ricerca possa ancora condurre verso una risposta, e che la speranza possa, un giorno, trasformarsi in certezza.
“…Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete…”
Questa volta, al mio fianco, ho avuto un amico. Anzi, lasciatemelo dire, un fratello minore: Igor Antonelli, grande organizzatore di eventi, capace di muoversi con la stessa disinvoltura tra le quote più basse e quelle più alte, ma soprattutto animato da una visione che sento profondamente affine alla mia. Con Igor condividiamo una stessa idea di montagna: lungimirante, rispettosa e consapevole. Una visione che ci spinge a immaginare queste montagne non soltanto come luoghi da vivere, ma come un patrimonio da proteggere, valorizzare e consegnare alle generazioni future ancora più bello di come lo abbiamo ricevuto. È un percorso che, a volte, ci ha portato anche a compiere scelte impopolari, decisioni non sempre comprese da tutti, ma prese con una convinzione precisa: la montagna non appartiene a noi. Noi ne siamo soltanto custodi, per un tempo limitato. E proprio per questo abbiamo il dovere di difenderne l’integrità, promuovendo un turismo sano, rispettoso ed educato. Con Igor abbiamo condiviso numerose missioni, alcune delle quali sono ormai parte della nostra piccola storia di uomini di montagna. Dal riposizionamento della Croce di Vetta del Monte Ocre e del suo prezioso bassorilievo, alla realizzazione della Via Attrezzata che conduce all’Eremo del Beato Placido da Roio, fino alla magistrale operazione aereo-terrestre che ci ha visto protagonisti nel riposizionamento dell’ex Bivacco Lubrano. E queste sono soltanto le imprese più significative. L’elenco delle tante altre operazioni, magari più piccole ma non per questo meno importanti, sarebbe troppo lungo da raccontare in queste pagine.
Ma ora basta con i ricordi. È arrivato il momento di entrare nel vivo di questa storia. Perché quello che abbiamo vissuto è stata una giornata di quelle che difficilmente si dimenticano.
Come di consueto, di buon mattino ci siamo recati alla Villetta per il nostro solito caffè. Questa volta, fortunatamente, l’orario di apertura del bar è stato rispettato. Entrati nel locale, abbiamo trovato un ragazzo intento a fare colazione, probabilmente prima di iniziare il consueto turno di lavoro presso la funivia.
Abbiamo salutato e ricevuto a nostra volta il buongiorno dalla dipendente del bar. Ho quindi ordinato due caffè e, mentre la barista li preparava, ho riconosciuto un ragazzo: i nostri sguardi si sono incrociati e ci siamo salutati con la consueta cordialità. In circostanze di questo tipo, quando tra le persone presenti esiste una certa familiarità, può accadere spontaneamente che chi è già al tavolo rivolga un gesto di cortesia agli altri presenti, anche semplicemente offrendo un caffè. In questa occasione ciò non è avvenuto, probabilmente senza che vi fosse alcuna particolare intenzione o significato. La situazione, tuttavia, assumeva per noi una sensibilità particolare, considerato il rapporto che ci lega alla sua famiglia e il fatto che il suo papà aveva fatto parte del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza. Un elemento che, inevitabilmente, ha riportato alla nostra memoria anche Igor, con il quale abbiamo condiviso diverse iniziative e al quale, dopo la sua tragica scomparsa, abbiamo dedicato un sentiero nella Valle del Chiarino.
Poiché io e Igor avevamo soltanto preso due caffè, ci siamo trattenuti per poco. Prima di andare via mi sono quindi avvicinato alla cassa e, con discrezione, ho provveduto a pagare anche la colazione del ragazzo, che nel frattempo era ancora intento a terminare la sua bevanda. È stato un gesto semplice e spontaneo, compiuto con naturalezza e senza aspettative. In determinati contesti, tuttavia, anche un piccolo gesto di cortesia può assumere un significato più profondo, soprattutto quando richiama rapporti, ricordi e legami che vanno oltre la semplice circostanza del momento.
Veniamo alla ricognizione.
Rispetto alle precedenti uscite alpinistiche, compiute per la medesima finalità, questa volta ho scelto un itinerario apparentemente più ardito, anche in considerazione delle qualità alpinistiche di Igor, particolarmente adatte a un terreno come quello del Vallone dell’Inferno: friabile, severo, discontinuo e spesso difficile da leggere. Un ambiente nel quale la progressione richiede attenzione costante, capacità di individuare la linea più sicura e una buona padronanza del terreno instabile. Il Vallone dell’Inferno, del resto, non concede mai nulla senza chiedere in cambio fatica, concentrazione e rispetto. Ogni passaggio deve essere valutato, ogni appoggio verificato, ogni salto roccioso affrontato senza sottovalutare la natura mutevole del terreno. È una montagna che impone un approccio alpinistico, più ancora che semplicemente escursionistico.
La scelta del percorso è stata favorita anche dalla splendida giornata di inizio settembre, ben diversa dall’implacabile calura dell’“Agosto Ungarettiano”. Affrontare nuovamente lunghi tratti sotto un sole ancora aggressivo avrebbe significato aggiungere un’ulteriore componente di difficoltà fisica a un itinerario che, pur non presentando necessariamente grandi dislivelli, richiede già una progressione lenta e concentrata. La temperatura più favorevole ci ha quindi permesso di affrontare il terreno con maggiore lucidità, dedicando più attenzione alla lettura morfologica del Vallone e alla ricerca delle possibili linee di passaggio. Ma la diversa impostazione dell’uscita ci ha consentito soprattutto di spingerci in una porzione del Vallone che nelle precedenti occasioni non avevamo potuto raggiungere. È proprio questo l’aspetto che rende la ricognizione odierna particolarmente significativa: la possibilità di osservare direttamente nuovi settori, verificarne la conformazione e confrontarli con quanto già rilevato nelle precedenti esplorazioni. Abbiamo concentrato la nostra progressione nella parte mediana e inferiore del Vallone dell’Inferno, là dove confluiscono le acque provenienti dalle sorgenti d’alta quota e quelle alimentate dalla fusione dei nevai residui. Qui il terreno assume progressivamente un carattere più accidentato: l’acqua si raccoglie, incide il substrato e trova il proprio sbocco naturale attraverso una successione di salti rocciosi, canaloni e brusche rotture di pendenza, fino a precipitare nella spettacolare cascata della Valle dell’Inferno. La progressione in questo settore restituisce pienamente il carattere alpinistico dell’ambiente. La roccia friabile impone prudenza, i detriti mobili rendono incerti gli appoggi e la morfologia del vallone obbliga continuamente a ricercare la linea di salita più logica e sicura. Non esiste una traccia evidente e definitiva: il percorso va di volta in volta interpretato, seguendo la conformazione del terreno e adattandosi alle condizioni del momento.





Il confronto con le precedenti ricognizioni ha inoltre evidenziato un elemento particolarmente interessante: il progressivo arretramento di alcuni nevai, più evidente rispetto alle nostre precedenti osservazioni, ha reso oggi più facilmente individuabili e raggiungibili alcuni settori del Vallone. La maggiore presenza di terreno libero ha però prodotto un effetto tutt’altro che scontato. La scomparsa della neve, infatti, non ha significato necessariamente una riduzione delle difficoltà. Al contrario, ha restituito nella sua interezza la morfologia aspra del terreno: salti rocciosi, canaloni detritici, pietrame instabile e passaggi che, quando parzialmente ricoperti dalla neve, potevano apparire più continui e uniformi. Senza la coltre nevosa, ogni discontinuità emerge invece con maggiore evidenza e la progressione richiede una lettura più attenta della parete e del fondo del vallone.
È proprio questa una delle caratteristiche più affascinanti del Vallone dell’Inferno: la sua capacità di cambiare continuamente volto. Neve, acqua, gelo, disgelo e detrito rimodellano senza sosta il terreno, modificando le linee di passaggio e restituendo, a ogni stagione, una montagna diversa. Per questo motivo ritornare nel Vallone non significa semplicemente ripercorrere un itinerario già conosciuto. Significa affrontare nuovamente la montagna con occhi diversi, verificare ciò che è cambiato, interpretare nuove forme del terreno e cercare tracce che le precedenti ricognizioni non avevano consentito di individuare.
E comunque, lo spettacolo offerto da questi meandri ripaga ampiamente ogni fatica.
Oggi abbiamo concentrato l’esplorazione soprattutto nel settore in cui confluiscono le acque delle numerose sorgenti laterali del Vallone, che, raccogliendosi progressivamente, alimentano la Grande Cascata e conferiscono all’ambiente una dimensione quasi primordiale. Acqua, roccia, neve e verticalità si sovrappongono in un paesaggio severo, modellato dagli elementi e capace di restituire quella sensazione di isolamento che solo certi ambienti d’alta montagna sanno trasmettere. Anche qui, come spesso accade quando ci si muove su terreno selvaggio, la montagna impone le proprie regole. Non siamo realmente soli e le fotografie di rito vengono quindi scattate rapidamente. In un contesto simile non è prudente concedersi soste prolungate: l’esposizione del terreno, la conformazione delle pareti e la presenza di acqua e neve impongono attenzione continua, valutazione costante dell’itinerario e tempi di permanenza necessariamente ridotti.




Per il rientro abbiamo optato per la stessa linea di salita, evitando di ripercorrere passaggi differenti e, soprattutto, di aggiungere ulteriori difficoltà tecniche nella fase di discesa. Una scelta dettata anche dalla volontà di sottrarci, per quanto possibile, alla morsa del sole di mezzogiorno, seppur quello ancora relativamente benevolo di settembre.
Dopo 4 ore e 12 minuti di progressione, 9,710 chilometri complessivi e 640 metri di dislivello positivo, altrettanti in negativo, l’esplorazione giunge finalmente al termine.
Più che una semplice escursione, è stata una vera uscita esplorativa: un itinerario nel quale la progressione su terreno non sempre evidente, la lettura morfologica dell’ambiente, la valutazione dei passaggi e la capacità di adattare continuamente la linea di percorrenza hanno avuto un ruolo determinante. Qui la componente escursionistica passa inevitabilmente in secondo piano e lascia spazio a una dimensione più alpinistica, dove non è sufficiente seguire un sentiero: occorre interpretare la montagna. Lasciamo alle nostre spalle la Valle dell’Inferno e la Grande Cascata con la consapevolezza di aver attraversato uno degli ambienti più selvaggi e suggestivi del versante del Gran Sasso. Un terreno aspro, inciso dall’acqua e dominato dalla verticalità, dove ogni passaggio richiede attenzione e dove la bellezza del paesaggio è direttamente proporzionale alla sua severità.
Poi, quasi a spezzare bruscamente l’incantesimo della montagna, eccoci nuovamente nel piccolo parcheggio a fianco della Strada Provinciale. La “folla” agostiana è ormai passata, lasciando dietro di sé rifiuti di ogni genere, spesso abbandonati senza alcun rispetto e a occupare indiscriminatamente gli spazi.
È il contrasto finale di questa giornata.
Pochi minuti prima eravamo immersi nel silenzio assoluto della montagna, tra neve, roccia, acqua e il verde intenso delle cenge erbose; ora siamo nuovamente dentro la confusione del mondo ordinario.
Ma la montagna non finisce con il rientro.
Il ricordo rimane lassù, tra le imponenti pareti del Corno Grande, le acque dell’Haas-Acitelli e il fragore della Grande Cascata della Valle dell’Inferno. Rimane nei passaggi cercati e valutati, nella roccia attraversata, nell’acqua da seguire e nei silenzi di un ambiente nel quale, per qualche ora, abbiamo avuto la sensazione di essere davvero fuori dal mondo.






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