
Oggi non racconterò né un’escursione né un’uscita alpinistica, ma un episodio sempre legato alla montagna, questa volta però dal sapore paesano, di quelli che ricordano altri tempi, quando in paese si diceva:“Paese di gente seria, che parla poco e sottovoce”.E proprio perché questa storia non ne ha bisogno, oggi non prenderò in prestito nessuna frase di grandi autori. È una storia semplice, fatta di persone, di piccoli gesti e, soprattutto, di buona educazione.
Oggi sono andato nella mia casa di Castel del Monte per fare qualche piccolo lavoro di manutenzione all’interno dell’abitazione. Durante il viaggio di andata, però, mi è tornato in mente un episodio di qualche tempo fa e ho pensato che, già che ero lì, avrei potuto andare a cercare quel particolare formaggio pecorino che avevo avuto modo di assaggiare dopo una giornata in montagna. All’epoca, al ritorno da un’escursione sulle montagne castellane, insieme a Mauro Congeduti, Francesco Laurenzi e Luca Angeletti, avevamo cercato invano un posto dove fermarci per una merenda, quello che oggi, con termine più moderno, chiameremmo “terzo tempo”. Non trovando nulla di disponibile, siamo approdati nella mia casa, dove, come spesso accade, qualche confezione di pasta e una bottiglia d’olio non mancano mai. Mentre cercavo di mettere insieme un pasto di fortuna, chiesi a Francesco e Luca, che erano anche i più giovani della cordata, di andare in un piccolo negozio situato in un vicoletto sopra la mia struttura, da “Mariannina”, per acquistare un po’ di pecorino da grattugiare sulla pasta. Avevo del guanciale congelato in casa e così, improvvisando, stavo preparando una sorta di “gricia”, o meglio una matriciana in bianco. Mentre tagliavo il guanciale, arrivò una telefonata di Francesco. La signora dell’alimentari voleva sincerarsi di una cosa molto semplice, ma evidentemente per lei importante:“Ma in casa avete una grattugia?”La mia risposta fu naturalmente scherzosa:“In una casa non può mancare una grattugia! E poi siamo a Castel del Monte, un paese che per secoli ha vissuto soprattutto di pastorizia!”Francesco e Luca tornarono con il pecorino. Ne grattugiammo la quantità necessaria per condire la pasta e il resto, invece, finì direttamente sul tavolo come aperitivo, accompagnato da qualche cracker e da una birra, anche queste cose sempre presenti in casa. Fu proprio assaggiando quel formaggio che rimasi colpito:uno dei pecorini più buoni che avessi mai mangiato.
Da quel giorno mi era rimasta quella “golia”, come si dice dalle nostre parti. E così, oggi, si è presentata l’occasione giusta per tornare a cercare quella leccornia e portarne un po’ in città, per la mia famiglia.


Ed eccoci ai fatti di oggi.
Terminato di organizzare il piccolo lavoro da fare in casa, sono andato subito all’alimentari di “Mariannina”. Entro nel negozio, saluto come si usa fare in paese e trovo due signori. Uno dei due mi guarda, mi riconosce e mi dice:“Tu sei Paolo Boccabella… io sono il marito di Luciana.”Luciana, per chi non lo sapesse, è l’attuale sindaca del paese, eletta qualche mese fa. Gli rispondo con la consueta calma:“Sì, lo so. Ci siamo già conosciuti qualche anno fa, nel 2021.”Ci salutiamo cordialmente e lui esce dal negozio.
Rimaniamo io, l’altro signore e la signora Mariannina, che nel frattempo stava tagliando il prosciutto. Ad un certo punto si rivolge a me con grande naturalezza:“Dica pure… in che cosa posso esserle utile?”
Ed io:“Signora, sto cercando un pecorino che qualche tempo fa due miei amici sono venuti ad acquistare su mia richiesta. Dovevano riportarlo a casa per una merenda.”Le racconto anche l’episodio della grattugia, che evidentemente aveva lasciato un piccolo ricordo. Mariannina ci pensa un attimo e mi domanda:“Quello più stagionato?” “Sì, proprio quello.”A quel punto, terminato di tagliare il prosciutto, prende immediatamente uno spicchio di formaggio. Io avevo cercato di individuarlo nel banco, ma era nascosto dietro altri prodotti caseari.
E qui arriva la cosa che più mi ha fatto sorridere. Mariannina, con la naturalezza di chi ricorda ancora bene i propri clienti e le proprie storie, mi dice:“Sì, sì… ricordo benissimo i due signori! Erano un po’ sudati, poveretti, ed erano entrati chiedendo rigorosamente del pecorino molto stagionato.”Mi è sembrato quasi di tornare a quel pomeriggio.
Il formaggio era proprio quello. Acquisto fatto, pago e mi appresto a salutare. Prima di uscire ricordo alla signora quando aveva l’altro negozio, quello con annessa macelleria, sempre qui a Castel del Monte, ma in un altro locale. Ci scambiamo ancora qualche parola e poi arriva il momento di andare. Ed è proprio nel saluto finale che Mariannina mi regala la frase che, più di tutto il resto, mi ha fatto piacere:“Arrivederci… e mi scusi tanto se non l’ho riconosciuto.”
Una frase semplicissima. Eppure, in quelle poche parole, ho ritrovato qualcosa che oggi non sempre è così scontato:la gentilezza, il garbo, il rispetto e la buona educazione.Non c’era bisogno di scusarsi, naturalmente. Non mi sarei aspettato che mi riconoscesse dopo tanti anni. Ma proprio quel “mi scusi” detto spontaneamente, senza alcuna necessità, mi ha fatto sorridere. Forse perché appartiene a un modo di fare che ricorda i nostri paesi di una volta: ci si saluta, ci si dà del “lei”, si parla con calma, ci si scusa anche quando non ce n’è bisogno e, soprattutto, si cerca di essere gentili con chi si ha davanti.
Alla fine sono uscito dal negozio con il mio tanto desiderato pecorino sotto il braccio e con un sorriso.A volte non servono grandi avventure per raccontare una bella giornata.Basta un piccolo negozio, un pezzo di buon pecorino, il ricordo di due amici arrivati sudati dalla montagna, una grattugia, qualche parola scambiata con semplicità e, soprattutto, un gesto di buona educazione. Perché, in fondo, sono proprio queste piccole cose che riescono ancora a metterci di buon umore.








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