Dalle scaramucce del “Vecchiaccio” all’assedio dello sperone roccioso di Sant’Angelo d’Ocre: il passo fu breve


Dopo le prime scaramucce con il “vecchiaccio” e la rocambolesca, sofferta conquista del Corno Monte — là dove il “cuore precedeva i passi” e il respiro si faceva preghiera — gli orizzonti montanari smisero di accontentarsi della misura umana e reclamarono mete sempre più severe.
Fu così che, forgiati da quelle iniziali esperienze d’alta quota, un giorno lo sguardo venne catturato dalla monumentale placconata di roccia su cui è stato costruito il Monastero di Sant’Angelo d’Ocre. Una muraglia silenziosa, emersa dal fitto del bosco come un’apparizione. In quell’istante prese forma un’idea ardita, forse folle: osare l’inosabile, violare quella parete verticale e immacolata costellata di rare zolle erbose, si imponeva al paesaggio come una meteora di pietra, splendida e inaccessibile. Eravamo poveri di attrezzatura e di mezzi, ma ricchi di quella determinazione acerba e incosciente che solo la giovinezza sa regalare. Ci sentivamo pionieri dell’avventura e della sfida, attratti da pareti che promettevano più domande che risposte, proiettati verso pericoli che ancora non conoscevamo ma che, proprio per questo, ci chiamavano.
La spettrale placconata, purtroppo e per fortuna, non era come il “Vecchiaccio”, dove si poteva salire affidandosi quasi solo alle mani, ai piedi e al cuore. Qui la montagna non concedeva sconti: serviva tutto. Corda, chiodi, moschettoni. E sopra ogni cosa, coraggio. Un coraggio che, però, non bastava a colmare un vuoto ben più concreto: quello delle tasche. I soldi per quell’equipaggiamento semplicemente non c’erano.
Da qualche anno, nel mio paese, si era trasferito Clorindo Narducci, Guida Alpina di Pietracamela, sposato con una signora di Fossa. Aveva condiviso la roccia con i più grandi alpinisti dell’epoca – Lino D’Angelo, Bruno Marsili, Antonio Panza – uomini che per noi erano quasi leggende. Il suo nome circolava con rispetto, come si fa con chi ha visto la montagna da vicino e ne porta ancora addosso il silenzio. Le corde, si sa, non si prestano. Sono vita, fiducia, ritorno a casa. Eppure, davanti alla nostra ostinazione e al desiderio limpido di tentare quell’obiettivo che ci superava, il buon Angelo (così era conosciuto in paese) fece un’eccezione. Ci preparò uno zaino di tutto punto, come un padre che sistema l’ultimo bottone prima della partenza, e ci raccomandò prudenza. Tanta prudenza. Soprattutto al primo di cordata, sul quale sarebbe ricaduta la responsabilità più grande: proteggere la parete e, con essa, il destino di tutti noi.
E così, per non destare sospetti ai genitori, arrivò il giorno di Sant’Anna, quel 26 luglio del 1974. Mentre il paese si preparava al tradizionale pic-nic, quello stesso già raccontato in un altro articolo, noi scegliemmo un’altra direzione. Senza clamore, senza saluti troppo lunghi, ci incamminammo verso la meteora sulla quale svettava il Monastero di Sant’Angelo, come se fosse una passeggiata qualunque. Eravamo in tre: io, Piergiorgio e Giuseppe. I nomi detti sottovoce, come si fa con le cose importanti. Ognuno portava con sé non solo il proprio zaino, ma anche il peso di una decisione che non avevamo condiviso con nessuno. I passi si allontanavano dal paese, e con essi la spensieratezza di quella giornata di festa. Ovviamente, non disponendo di una seconda corda, la salita si annunciava ancora più complicata, più esposta. Lo sapevamo bene, ma nessuno lo disse ad alta voce. Certe consapevolezze restano sospese nell’aria, come la parete che ci attendeva, e si affrontano con il silenzio. Eppure eravamo determinati. Una determinazione ruvida, fatta di giovinezza, di incoscienza e di quel bisogno quasi fisico di misurarsi con qualcosa che stava più in alto di noi. Mentre il Monastero si faceva sempre più vicino, capimmo che, da quel momento in poi, non si tornava indietro senza aver almeno provato.


Gli zaini, poggiati a terra, sembravano più pesanti di quanto non fossero davvero, soprattutto quello che conteneva la corda. Nessuno parlava. La parete ci sovrastava fredda e muta, una distesa di roccia compatta che non lasciava intuire appigli, né perdono. Da vicino appariva ancora più liscia, quasi ostile, come se volesse misurare le nostre intenzioni prima ancora delle nostre capacità. Controllammo l’attrezzatura una volta, poi un’altra. I moschettoni tintinnarono brevemente, un suono metallico che ruppe il silenzio e subito ci parve fuori luogo. La corda, arrotolata con cura, aveva un odore familiare di canapa e polvere, un odore che rassicurava e inquietava allo stesso tempo. Non era nostra, e questo la rendeva ancora più preziosa. Il primo di cordata si avvicinò alla base della parete senza dire nulla. Lo osservavamo di spalle, cercando di leggere nei suoi movimenti qualcosa che potesse rassicurarci. Si fermò, appoggiò una mano sulla roccia, come per prendere confidenza, come si fa con un animale selvatico prima di tentare un avvicinamento. In quel gesto c’era rispetto, ma anche una sfida silenziosa. Il cielo sopra di noi era immobile. Nessun vento, nessun rumore, solo il battito del cuore che sembrava troppo forte per passare inosservato. In quell’istante capimmo che non si trattava più di dimostrare qualcosa a qualcuno. Era una questione privata, quasi intima, tra noi e la montagna. Un ultimo sguardo, un cenno appena accennato. La corda si tese lentamente. E senza altre parole, l’avventura ebbe inizio.
Per i primi dieci-quindici metri tutto filò liscio. La corda scorreva, i movimenti erano cauti ma fiduciosi, e la parete sembrava concederci il tempo di prenderle le misure. Poi, all’improvviso, dalla piccola finestrella scavata nel muro comparve una figura scura. Un “frate”, o almeno così ci parve in quell’istante. Senza una parola rovesciò un secchio d’acqua, e subito dopo cominciò a sbraitare, con una voce che rimbalzava sulla roccia, minacciando di chiamare i carabinieri. L’incanto si ruppe di colpo. La paura, più ancora della delusione, fece il resto. I “malcapitati”, bravi ragazzi più che temerari, rinunciarono in fretta e si allontanarono quasi di corsa, lasciando in parete — con grande rammarico — due chiodi, unica traccia del tentativo interrotto.



Solo qualche tempo dopo si sarebbe saputo chi era stato davvero l’artefice di quell’improvviso “gavettone” ai giovanissimi scalatori: Alberto Sollecchia, originario di Cavalletto d’Ocre. Rimasto orfano sin da bambino, era stato accolto dai frati del convento quando aveva appena cinque anni, e lì era rimasto per tutta la vita.
Alberto era un uomo semplice, umile nei modi e nei pensieri. Cresciuto tra le mura del convento, aveva imparato a stare in disparte, a rendersi utile senza farsi notare. Si occupava dell’orto, della cucina, rammendava gli abiti dei religiosi, accudiva i pochi animali, faceva piccoli lavori di legno. Conosceva bene la montagna che sosteneva la struttura del convento: la osservava ogni giorno, immobile e severa, come una presenza da rispettare più che da sfidare. Forse, vedendo quei ragazzi attaccare la parete, Alberto non aveva riconosciuto un gioco o una prova, ma solo un pericolo improvviso, qualcosa che poteva spezzare quell’equilibrio fragile che per lui era casa. Il secchio d’acqua, le grida, la minaccia dei carabinieri furono gesti goffi, nati più dalla paura che dalla cattiveria. I ragazzi se ne andarono in fretta, lasciando due chiodi piantati nella roccia. Rimasero lì, silenziosi, a testimoniare un incontro mancato: il desiderio di salire e quello, più antico, di custodire. Forse Alberto li avrà visti ancora, osservando dall’alto quella parete, senza sapere davvero cosa fossero, sentendo solo che quella ferita di ferro non gli apparteneva.
La montagna, come sempre, rimase. E con lei, quei chiodi, a ricordare che a volte le storie non sono fatte di sfide vinte, ma di paure incrociate, specialmente in un luogo come quello.
Per questo, forse, possiamo perdonarlo.
Osservazione:
Oggi, purtroppo, quel vecchio sperone roccioso è stato ingabbiato e violato da una rete metallica, come se la pietra stessa potesse temere il futuro. Alcuni geologi avvertono: dopo il terremoto del 2009, quella parete potrebbe cedere. Eppure, sembrano dimenticare che da secoli, da almeno il 1100 — anno in cui il primo uomo vi pose un segno della sua presenza — quella roccia ha già sfidato la terra che tremava sotto di sé. Cinque scosse, nel corso dei secoli, tra le più violente, avrebbero potuto spezzare chiunque, eppure non un solo sassolino si è mai staccato. La pietra ride, silenziosa, della nostra paura.
Un tempo, quando si costruivano certe strutture, non si improvvisava nulla. Ogni pietra, ogni arco, ogni incastro era frutto di osservazioni attente, minuziose, precise. Lo testimoniano le opere di epoca romana —gli acquedotti, per esempio — ancora in piedi, a ricordarci che chi sa osservare può sfidare i secoli.
E la montagna, come Alberto, non ha mai fatto rumore. Ha solo resistito.





















La vita della montagna con la penna di Paolo, un binomio incantevole ed emozionante. Grazie Paolo.
Carlo DN
con tutto il cuore è sempre una meraviglia e resisterà a qualsiasi evento
BELLISSIMO RACCONTO