Nevaio perenne di Fonte Rionne (canalino Y) carta l.G.M. (F. 140, III. NE) fra 1″12’50” – 1° 13’30” long. E e 42° 25’50” – 42°26’20” lat.N.
Della relazione tecnico-scientifica ne abbiamo già ampiamente parlato in altri articoli e pubblicazioni: https://www.icorridoridelcielo.it/il-nevaio-perenne-di-fonte-rionne-o-canalino-y/ – “Gli Ultimi Misteri del Gran Sasso”, laddove nel 1923 vi fu costruito il primo acquedotto che portò l’acqua al paese di Santo Stefano di Sessanio, su progettazione dell’Ing. Giovanni Taranta https://www.icorridoridelcielo.it/lacquedotto-di-rionne/ . Oggi tratteremo il “silenzio” che aleggia in questi meandri.



Il silenzio è tranquillità, assenza di suono ma anche formidabile strumento di comunicazione, talvolta più intenso delle parole stesse, assurgendo anche a valore etico per contenuti che può esprimere: però il silenzio omertoso è condannabile, così come è lodevole quello dell’asceta. Talvolta sorpresi dal silenzio improvviso di una notte stellata, come quella dell’altopiano di Campo Imperatore, o magari da quello che è possibile avvertire su una vetta innevata, o anche su una superficie di un immenso nevaio, restiamo dapprima incantati e poi spaventati per la perdita del contatto con la civiltà cui siamo abituati, fatta di suoni e rumori costantemente presenti, anche quando non li avvertiamo coscientemente. Siamo figli del chiasso più di quanto immaginiamo.



Davanti ai nevai si prova la sensazione di trovarsi al cospetto di qualcosa di eterno. Un paesaggio immobile, scolpito dal tempo e dal freddo, si stende come un mare bianco e silenzioso. Non c’è rumore che disturbi la loro quiete: solo il fruscio impercettibile del vento e, a tratti, il crepitio profondo del ghiaccio che si muove, come se la montagna stessa stesse respirando. Quel silenzio non è vuoto, ma presenza: è memoria di epoche lontane, custode di storie scritte nei cristalli di neve che si sono stratificati per millenni. È un silenzio che parla, se sappiamo ascoltarlo, e che ci ricorda con la sua imponenza quanto fragile possa essere l’equilibrio del nostro pianeta.
Il silenzio dei nevai non è mai davvero totale: al suo interno vivono piccoli suoni nascosti, come il gorgoglio dell’acqua che scorre sotto la superficie o il fragore lontano di un blocco di ghiaccio che si stacca e precipita. Sono voci discrete, che testimoniano la vitalità di queste immense masse di neve. Ma, allo stesso tempo, quei suoni sono il segno della loro fragilità: oggi, infatti, il loro scioglimento non è più un processo naturale e lento, ma un fenomeno accelerato dall’azione dell’uomo e dal riscaldamento globale.
I nevai “perenni” custodiscono una memoria millenaria: negli strati più profondi si trovano imprigionate bolle d’aria antichissima, polveri e tracce che raccontano la storia del clima del pianeta. Studiare questi archivi di ghiaccio significa conoscere il passato della Terra e capire quale potrebbe essere il suo futuro. Per questo la loro perdita è doppiamente grave: non è solo la scomparsa di un paesaggio spettacolare, ma anche la cancellazione di una biblioteca naturale che nessun’altra forza potrà mai riscrivere.




Accanto a questo aspetto scientifico, i nevai ma soprattutto i ghiacciai hanno anche un valore poetico e simbolico. Molti scrittori e poeti li hanno descritti come luoghi di silenzio assoluto, di contemplazione e di pace. Antonia Pozzi, ad esempio, nelle sue liriche invernali evoca il ghiaccio come un velo che cela e rivela al tempo stesso la profondità del mondo interiore. È un silenzio che non spaventa, ma che accompagna, come una voce muta che invita a fermarsi e ad ascoltare.
I nevai e i ghiacciai hanno un ruolo concreto nella vita quotidiana dell’uomo: forniscono acqua dolce, alimentano fiumi e laghi, sostengono interi ecosistemi. La loro scomparsa significherebbe sete per milioni di persone e squilibri irreversibili negli ambienti naturali. Per questo il loro “silenzio eterno” non deve essere inteso come assenza di vita, ma come un grido che ci raggiunge proprio perché così sottile e discreto.
Abbandoniamoci quindi, per quanto possibile, al silenzio che non ammette alcuna ingerenza della quotidianità, con quella introspezione che il Grande Poeta Giacomo Leopardi descrive a tinte tanto soffuse quanto incisive: “Ma sedendo e mirando, interminati; spazi di là da quella, e sovrumani; silenzi, e profondissima quiete; io nel pensier mi fingo, ove per poco; il cor non si spaura…” (tratto da “L’infinito”).



















