Fonte Grotte i laghi sotterranei.

Qualche giorno fa ricevo la chiamata dell’amico Francesco Laurenzi, che mi propone, insieme agli inseparabili Mauro Congeduti e Luca Angeletti, di affrontare ancora una volta il famigerato “Giro dei Gelati”, itinerario già protagonista di approfondite relazioni pubblicate in precedenza. Dopo il consueto, non proprio semplice, incastro di impegni — quelli lavorativi per qualcuno, quelli familiari per qualcun altro — finalmente troviamo la combinazione giusta. La data è fissata: venerdì 28 agosto. Non si tratta, questa volta, della classica escursione in montagna. Il “Giro dei Gelati” è un percorso dal carattere decisamente alpinistico, capace di mettere alla prova gambe, testa e soprattutto la voglia di stare lassù, tra roccia, creste e ambienti che non concedono troppe distrazioni.

L’appuntamento è dunque segnato sul calendario. Quattro amici, una montagna da attraversare e quel pizzico di sana incoscienza che, alla vigilia di certe avventure, non guasta mai.

Nei giorni precedenti, però, le previsioni meteo non sembravano volerci fare alcun regalo. Per il venerdì era annunciata una giornata umida e calda, con un cielo nebuloso e poco incline a regalare panorami. E proprio i panorami, in un percorso come quello che ci aspettava, sarebbero stati una parte importante dell’avventura. A rendere il tutto ancora più impegnativo ci avrebbe pensato la seconda parte dell’itinerario, decisamente più faticosa. Insomma, il meteo non sembrava affatto dalla nostra parte. Ma forse era proprio questo il bello: partire comunque, lasciandoci alle spalle le previsioni e affidandoci a quella voglia di avventura che, a volte, riesce a far sembrare ogni salita un po’ meno ripida e ogni imprevisto parte della storia.

Comunque, ben consapevole che la gita programmata avrebbe potuto subire variazioni, o addirittura saltare del tutto, già la sera precedente avevo preparato lo zaino con una certa lungimiranza. Oltre all’immancabile e obbligatorio materiale alpinistico, avevo infilato anche due lampade frontali particolarmente potenti: una precauzione tutt’altro che casuale, in previsione di un possibile itinerario B, qualora le condizioni ci avessero costretto a cambiare completamente programma. Di buon mattino, alle 6.00 in punto, ci siamo dati appuntamento al piazzale di Trony. Caricato tutto sull’auto di Mauro, siamo partiti alla volta della Villetta, con la certezza che il bar sarebbe stato aperto per il nostro immancabile caffè di rito. Ma, mentre avanzavamo, continuavo ad alzare lo sguardo verso il cielo. E quello che vedevo non lasciava presagire nulla di buono: anche alle prime luci dell’alba, il cielo appariva sempre più nebuloso, chiuso e minaccioso. Le condizioni stavano rapidamente prendendo una piega diversa da quella che avevamo immaginato.

Eppure, non ho detto nulla agli altri.

Non ho comunicato  agli astanti un  possibile cambio di programma. Ho preferito  aspettare, osservare e capire fino all’ultimo momento. In montagna, del resto, spesso è proprio il confine tra ciò che hai programmato e ciò che la montagna ti concede a decidere come andrà davvero la giornata.

A questo punto, però, mi discosto per un momento dal racconto per riferire un episodio decisamente meno piacevole, accaduto alla Fonte Cerreto.

Entrati nell’hotel del luogo, dove alcuni escursionisti provenienti dal Nord Italia stavano facendo colazione, ci siamo imbattuti in un nostro vecchio concittadino, che, riconoscendoci, ci ha accolti con i consueti baci e abbracci. E, come ormai vuole la liturgia dei tempi moderni, anche persone di una certa età sono state felicemente arruolate nel mondo virtuale: dunque, selfie immancabile.

Fin qui, tutto bene.

Il problema è arrivato al momento del caffè. Terminata la consumazione, mi sono recato alla reception per effettuare il pagamento e, con mia sorpresa, il portiere mi ha chiesto 6 euro per quattro caffè: vale a dire 1,50 euro ciascuno. Fin qui, si potrebbe anche discutere del prezzo, che evidentemente ognuno è libero di stabilire secondo le proprie convinzioni commerciali. Peccato, però, che al pagamento non sia stato rilasciato alcun documento fiscale.

E qui la questione cambia.

Non è la prima volta che mi capita, ed è proprio questo che mi lascia perplesso. Mi chiedo allora: a Fonte Cerreto il caffè gode forse di una particolare denominazione d’origine? È previsto un supplemento per l’aria di montagna? Oppure il prezzo aumenta semplicemente perché è ancora presto e, a quell’ora, anche il caffè sembra avere bisogno di essere “svegliato”? Ironia a parte, sarebbe interessante capire se esiste una ragione per cui, in alcuni locali della Villetta, un semplice caffè debba costare più del dovuto e, soprattutto, perché il cliente debba uscire senza lo scontrino fiscale. Forse sarà colpa dell’altitudine. O magari, più semplicemente, a qualcuno piace fare montagna anche con i prezzi… ma solo in salita.

Una volta risaliti in auto, con lo sguardo ancora ostinatamente rivolto verso quel cielo che continuava a mostrarsi nebuloso e indecifrabile, a un certo punto ho trovato il coraggio di proporre un possibile cambio di programma. Un’altra escursione di alto livello, certo, ma questa volta senza l’obiettivo di conquistare una vetta. Eppure, paradossalmente, sarebbe stata un’esperienza molto più intensa e appagante. Non una cima da raggiungere, ma un luogo da esplorare, da vivere e, soprattutto, da ritrovare attraverso la memoria delle nostre precedenti esperienze. Il percorso ci avrebbe permesso non solo di osservare tutti e tre gli Stemmi Aragonesi, ma anche di intervenire nuovamente, come già accaduto in passato, su quegli stessi siti. E soprattutto ci avrebbe condotto all’interno di due straordinarie risorgenze d’alta quota: la Grotta della Madonnina, scoperta nel settembre del 2015, e la ben più conosciuta Fonte Grotte. Due luoghi profondamente diversi, ma accomunati da un fascino difficile da raccontare e da una lunga letteratura che ne ha documentato storia, caratteristiche e peculiarità. Non è questa la sede per ripercorrerne ancora una volta le vicende.

Quello che contava, in quel momento, era altro: l’idea di tornare lassù, di rimetterci in gioco e di affrontare un’esperienza forse meno celebrata di una vetta, ma certamente capace di regalarci emozioni ancora più profonde.

Per fortuna, oltre alle mie due lampade, anche Mauro e Luca avevano avuto l’accortezza di infilare nello zaino due piccole lampade frontali. Una scelta provvidenziale. Così, sommando la potenza delle mie due torce alle due frontali, alle rispettive luci degli smartphone — dotati sia di flash sia di una piccola lampada — l’assetto luminoso risultava più che soddisfacente e ci consentiva di procedere con sicurezza nell’oscurità.

Raggiunto il parcheggio all’imbocco della carrareccia che conduce all’ex miniera di bitume, ci siamo incamminati di buon passo, dirigendoci verso il primo, e più lontano, degli stemmi Aragonesi. Giunti alla selletta, proprio prima di affrontare la salita verso il primo Stemma, il nostro sguardo viene inevitabilmente catturato dall’ex Bivacco Lubrano, con il Tricolore che, mosso dal vento, sembra quasi volerci dare il benvenuto. È un’immagine che ci ha rincuorati e che, inevitabilmente, ha riacceso la memoria di una storia che appartiene profondamente a questi luoghi.

L’ex Bivacco Lubrano e il Tricolore

Laddove oggi sorge la struttura riposizionata, quella caratteristica costruzione color rosso Ferrari, un tempo insisteva un basamento rudimentale, quasi dimenticato, perennemente colmo di acqua putrefatta e ormai inglobato in un rigoglioso boschetto di pino mugo. Quel boschetto non era affatto casuale: era stato piantato nel lontano 1972 dalla lungimirante Associazione U.R.R.I. di Roma, proprio in concomitanza con la realizzazione del primo Bivacco, dedicato alla memoria del Capitano Giorgio Lubrano, Medaglia d’Argento al Valor Militare. Non era soltanto un bivacco. Era un segno concreto di presenza, di memoria e di rispetto per la montagna e per gli uomini che ne avevano fatto la propria vita. Vedere oggi il Tricolore sventolare nuovamente accanto al Bivacco Lubrano, dopo tante vicissitudini, suscita emozione e restituisce dignità a una storia che rischiava di essere lentamente cancellata dal tempo. Per chi conosce le vicende di questo luogo, non si tratta semplicemente di una struttura ricollocata: è il recupero di una memoria, di un simbolo e di un pezzo importante della storia della montagna. Anche su questa vicenda abbiamo già scritto dettagliate e ben documentate relazioni, alle quali rimandiamo per ricostruire, passo dopo passo, una storia che merita di essere conosciuta e soprattutto non dimenticata.

Il primo Stemma Aragonese

Una volta concluse le immancabili foto di rito sul primo Stemma, abbiamo iniziato un lungo traverso, procedendo a vista, fino a ritrovare proprio i muri perimetrali dell’ex Miniera di Bitume. Una struttura ormai silenziosa e segnata dal tempo che, a mio avviso, con un intervento strutturale leggero e rispettoso del contesto, potrebbe essere recuperata e restituita alla montagna, diventando un prezioso punto di appoggio e di servizio per escursionisti e pastori. Superata la vecchia struttura, ci attendeva una salita sostenuta che, passo dopo passo, ci ha condotti alla prima delle due risorgenze: quella della Madonnina. Una cavità particolarmente concrezionata, forse la più suggestiva e affascinante delle due, capace di ripagare ampiamente la fatica dell’ascesa. La salita, impegnativa e in alcuni tratti severa, ha messo alla prova qualcuno del gruppo. Ma, come spesso accade in montagna, non conta soltanto la forza delle gambe: contano soprattutto la collaborazione, l’attenzione e la capacità di leggere le difficoltà. La situazione è stata gestita con calma e determinazione, permettendo a tutti di proseguire e raggiungere l’obiettivo. Anche un piccolo inconveniente, nato da un errore fotografico e da una momentanea perdita della traccia, è stato brillantemente risolto. Nessuna concitazione, nessuna inutile fretta: soltanto quella calma, quella lucidità e quella freddezza che in ambiente montano devono sempre accompagnare chi conduce e chi cammina in gruppo.

Poi è arrivato il momento di entrare nella prima cavità.

La colata lavica
Le vele
Il tabernacolo
Il pavimento concrezionato.
I capelli d’angelo e i figuranti.

La visita sembrava non finire mai. Del resto, quando la montagna offre spettacoli simili, il tempo perde quasi importanza e le macchine fotografiche diventano un prolungamento dello sguardo. Ogni concrezione, ogni piega della roccia, ogni dettaglio sembra meritare uno scatto in più. E, come sempre, le fotografie non sembrano mai abbastanza per portarsi a casa tutta la bellezza di ciò che abbiamo davanti. Usciti dalla prima cavità, però, la montagna è tornata immediatamente a ricordarci che non eravamo lì soltanto per ammirarla. Il percorso successivo, ostico e delicato, ci ha impegnati in una progressione attenta verso la seconda risorgenza, quella di Fonte Grotte. Prima di raggiungerla, abbiamo dovuto affrontare un passaggio particolarmente scosceso e delicato, che abbiamo ritenuto opportuno attrezzare con la corda. Ed è proprio in questi frangenti che emerge il vero valore dell’attrezzatura e, soprattutto, della capacità di utilizzarla correttamente. La corda non deve mai mancare nello zaino di chi assume la responsabilità della conduzione, ma ancora più importante è sapere quando utilizzarla, come predisporla e gestirla.

Il delicato traverso
Il “Centenario” in miniatura.
I laghi sotterranei.
i laghi sotterranei.

Anche questa visita si è protratta più del previsto, non tanto per la presenza di concrezioni — la grotta, essendo relativamente giovane, ne presenta infatti poche — quanto per la morfologia stessa dell’ambiente ipogeo. Nell’ultima sala, dopo circa settanta metri di cunicolo estremamente angusto, si aprono improvvisamente piccoli laghi concrezionati di rara bellezza, con acque limpide e cristalline. Sono ambienti che non si concedono facilmente e che solo pochi hanno la possibilità e la fortuna di osservare. Riemersi dalla grotta e rinfrancati da queste visioni, accompagnati anche da alcuni “residenti del luogo”, abbiamo ripreso il cammino lungo un tratto ormai più agevole, fino a raggiungere la placca rocciosa sulla quale è scolpito il secondo Stemma Aragonese. L’antico manufatto appare oggi fortemente degradato e quasi completamente corroso. Un lento processo di erosione che, oltre all’azione naturale degli agenti atmosferici, potrebbe essere stato accentuato anche dalle alterazioni ambientali e dai cambiamenti climatici che stanno modificando gli equilibri del nostro territorio. Dalla placca, una ripida discesa attraverso il Colle dell’Omo Morto ci ha condotti verso l’ultima delle tre testimonianze aragonesi, la più conosciuta e spettacolare: il cosiddetto “Masso Aragonese”. Lo stemma è inciso direttamente su un grande masso erratico, divenuto ormai uno dei segni più riconoscibili di questo itinerario.

Lo stemma Aragonese sulla placca del Camicia.
Il Masso Aragonese

Da qui abbiamo affrontato l’ultimo tratto del percorso, sviluppato sul lungo pianoro dei conoidi attivi e semi attivi di Campo Imperatore, che ci ha infine ricondotti al punto di partenza e alle nostre auto.

Al termine dell’escursione il contachilometri segnava 11,670 km, con un dislivello complessivo di 975 metri, di salita altrettanti di discesa, affrontati in 6 ore e 3 minuti di cammino.

Una giornata lunga, varia e decisamente intensa, dove la componente escursionistica si è intrecciata con l’esplorazione, la storia e l’ambiente carsico, regalando scorci e situazioni che difficilmente si incontrano tutte insieme nello stesso itinerario.  Il terzo tempo, invece, non ve lo posso raccontare… diciamo soltanto che, un po’ arrangiato, ma c’è stato.

Km 11,670 dislivello 975+ – h 6,03’48”

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