Il Torrente della Fornaca e sullo sfondo il Monte Prena

Le caratteristiche tecniche ed ambientali di questo itinerario alpinistico che si snoda, molto articolato, sul versante Ovest di Monte Camicia (m2564) sono alquanto singolari e riassumono quelle di tutta la fascia rocciosa che caratterizza le pendici meridionali del sistema monte Brancastello – monte Camicia. Questo è un itinerario che è stato scoperto per puro caso, durante una “famosa” ritirata lungo il sentiero alpinistico del “Centenario”. Arrivati a Vado Ferruccio un forte vento ci investì con tutta la sua forza facendoci barcollare per tutta la cresta. Giunti al canalino finale per salire l’ultima asperità del percorso, una “pioggia” di piccole pietre, portate dal vento, cominciò a cadere sulle nostre sagome, oramai indifese. Contro tale violenza, nell’immediato ci riparammo in una piccola cavità sotto delle rocce strapiombanti e successivamente dopo cominciammo la discesa, per un ampio canale riparato, composto di sfasciumi e speroni di rocce instabili. Una volta raggiunta quota 2000 cominciammo a scoprire una serie di “laghetti”, alimentati dalle acque meteoriche, si succedevano lungo il canale, in numero imprecisato e nella forma più svariata; essi, assecondando la esile sopravvivenza di flora e fauna a volte eccezionali, conferivano all’ambiente una peculiare suggestività. La roccia sulla quale ci si arrampica, dolomia del trias superiore, è stata completamente frantumata per effetto meccanico, dovuto alla sua fragilità ed al fatto che occupa il nucleo centrale della piega-faglia che caratterizza questo tratto di catena, durante il sollevamento ed il trascinamento verso nord della stessa. Nei tratti in cui, come nel nostro caso, l’ultima fase della spinta è stata di natura compressiva, tale roccia ha acquistato, grazie anche alla parziale ricementazione artificiale dovuta al carbonato di calcio sciolto e ridepositato dalle acque meteoriche, quella impermeabilità che consente di dare luogo al fenomeno descritto.

Fatta questa breve premessa, necessaria per comprendere il contesto ambientale e umano nel quale si svolge la vicenda, veniamo ai fatti.

Qualche tempo fa, durante uno dei sempre più rari ma preziosi incontri con gli amici Gianfranco Poccia e Attilio Santucci, che non hanno bisogno di presentazione — due professionisti nel campo della medicina di alto livello, nonché alpinisti di lungo corso — è emersa una domanda che sapeva già di nostalgia e di avventura: era ancora possibile, alle soglie dell’estate, compiere un’escursione alpinistica in un ambiente dominato dalla neve? Ripensando alle straordinarie precipitazioni dell’ultimo inverno, protrattesi copiose fino ad aprile inoltrato, la risposta è stata immediata: sì, l’impresa era ancora possibile.

Come da antica consuetudine di ogni montanaro prudente, sono seguite attente consultazioni meteorologiche. Si è deciso, quindi, di approfittare del lungo ponte tra la fine di maggio e il 2 giugno per tentare l’ascensione. Restava però un ostacolo da superare. Le nostre primavere, ormai numerose, come recita il titolo, e non più leggere come un tempo, consigliavano di evitare inutili fatiche nei lunghi avvicinamenti. Occorreva dunque reperire un mezzo fuoristrada che consentisse di percorrere i tre chilometri della pista che, dalla strada provinciale di Campo Imperatore, conduce alla vecchia miniera di bitume posta sotto le imponenti falde di Monte Camicia, punto di partenza della nostra avventura.

La soluzione è arrivata rapidamente. Gianfranco aveva appena rimesso in efficienza un robusto fuoristrada di seconda mano e così, all’alba del 31 maggio, siamo partiti, animati da quell’entusiasmo che da sempre accompagna ogni spedizione verso la montagna. Il primo problema è stato superato senza eccessive difficoltà; davanti a noi restava soltanto il richiamo delle alte quote.

Oggi, a differenza degli anni in cui l’allora Bivacco Giorgio Lubrano non era ancora stato ricollocato nella sua posizione attuale e si saliva direttamente da metà canale, chi desidera percorrere integralmente l’itinerario non può fare a meno di transitare presso la struttura. Per Gianfranco e Attilio, che ancora non l’avevano vista dopo il riposizionamento, quella visita rappresentava quasi un pellegrinaggio.

Giunti alla selletta dell’acquedotto della Fornaca, è bastato scorgere in lontananza il Tricolore che svetta sopra il bivacco per suscitare una forte emozione. È stato come vedere riapparire un vecchio compagno di cordata dopo una lunga assenza.

Quando finalmente abbiamo raggiunto la struttura, il sole del mattino illuminava le cime del massiccio e il piccolo bivacco appariva come un presidio umano incastonato in uno scenario grandioso, quasi monumentale. Attorno, l’anfiteatro di rocce e di neve esaltava ancora di più la presenza di quel manufatto che racchiude storie, sacrifici e memoria alpinistica. È stato il momento in cui abbiamo pensato che la nostra escursione avrebbe potuto considerarsi già compiuta.

Il nostro selfie
Gianfranco e Attilio al cospetto del Bivacco

Proprio mentre stavamo per aprire la porta dell’anticamera, una giovane donna è uscita dal locale delle cuccette. Con il dovuto rispetto abbiamo chiesto il permesso di entrare e, subito, un’altra ragazza, rimasta all’interno, ci ha accolti con grande cordialità. Ci hanno raccontato di aver trascorso la notte nel bivacco e che, di lì a poco, sarebbero partite per una loro escursione, scegliendo però itinerari privi di neve, non disponendo dell’attrezzatura necessaria per affrontare i pendii ancora innevati.

Dopo le presentazioni abbiamo conosciuto Sara e Nicoletta. La prima, pugliese d’origine, vive e lavora ormai in Spagna; la seconda proveniva da Prato. Osservando quei tre alpinisti non più giovanissimi, ma ancora animati dallo stesso spirito delle grandi salite, le due ragazze, con una gentilezza ormai rara, ci hanno rivolto una domanda inattesa:

«Gradite un caffè?» Un’offerta simile non poteva essere rifiutata.

Del resto, bere un caffè preparato con la moka all’interno dell’ex Lubrano, oggi Piergiorgio Desiati, è un privilegio che pochi possono vantare. In quell’istante il semplice gesto ha assunto il valore di un rito, capace di unire generazioni diverse sotto il comune segno della montagna.

È stato allora che Attilio ha confidato alle due giovani escursioniste che uno dei componenti della cordata era stato l’ideatore e uno dei principali coordinatori del progetto che aveva reso possibile, seppur con tante difficoltà, il ritorno del bivacco in quel luogo tanto significativo. Da quel momento, quel caffè ha acquistato un sapore ancora più speciale, quasi simbolico: un brindisi silenzioso alla memoria, all’impegno e alla passione che avevano restituito vita a quella piccola ma preziosa sentinella d’alta quota.

Ci siamo congedati poco dopo, scambiandoci auguri di buona montagna e promettendo di far loro conoscere le storie, le vicende e le leggende che da sempre aleggiano intorno a quel luogo straordinario e alla struttura che ne custodisce la memoria.

Il Bivacco alle nostre spalle con il Tricolore

E mentre abbiamo ripreso il cammino verso le nevi del Monte Camicia, il bivacco è rimasto alle nostre spalle come una sentinella di pietra e memoria, faro silenzioso tra le montagne. Custode di imprese antiche e future, esso è apparso come un luogo sacro dell’alpinismo appenninico, punto d’incontro di uomini, generazioni e destini uniti dalla stessa inesauribile passione per l’alta quota e dall’eterno richiamo delle vette.

Dopo aver reso omaggio al Tricolore, dono dell’Esercito Italiano, abbiamo ripreso la marcia risalendo l’ampio canale colmo di neve. Le gigantesche slavine precipitate dalle Coste di Sferruccio hanno compattato il manto in una bianca autostrada naturale, scavata dalla forza degli elementi. Metro dopo metro, il canale si è stretto, trasformandosi in una sorta di corridoio glaciale, severo e maestoso, dove il silenzio è sembrato appartenere a un’altra epoca.

Superati alcuni ponti di neve, è apparsa improvvisamente una grande cascata, nascosta fino a quel momento tra le pieghe della montagna. Era ancora avvolta dall’ombra del mattino, ma la sua visione è bastata a riempirci gli occhi e l’animo di meraviglia. Il sole ha tardato a raggiungerla, ma noi non abbiamo potuto attendere: la montagna aveva ancora molto da chiederci prima di concederci la vetta.

La grande cascata
L’acqua si inabissa nei nevai eterni
Aggirando la cascata

Pur restando fedeli all’itinerario, devo fare una deviazione che avrebbe lasciato un segno ben più profondo del semplice mutare di una traccia. Nel tratto più delicato del percorso, dove ogni passo richiedeva attenzione assoluta, abbiamo sostato a osservare il prodigio della vita che si ostina a germogliare tra sfasciumi brulli e instabili, ancora ammantati da una crosta di neve vetrata che ne accresceva l’insidia.

È stato allora che Attilio, forte della sua vasta cultura letteraria, levando la voce nel silenzio della montagna, ha iniziato a recitare un verso di “La Ginestra” di Giacomo Leopardi. Quelle parole si sono fuse con il paesaggio stesso, evocando l’immagine della ginestra che, sola e tenace, restituisce colore e dignità alle pendici del Monte “Vesevo” (Vesuvio), ricoperte di cenere e carbone dopo la furia devastatrice delle sue eruzioni.

In quei versi immortali non risuona soltanto la celebrazione di una fragile resistenza, ma anche una profonda riflessione sulla condizione umana. A quasi due secoli dalla loro composizione, le intuizioni di Leopardi conservano una forza sorprendente: parlano ancora a noi, uomini e donne del presente, chiamati a confrontarci con la potenza della natura, con la precarietà dell’esistenza e con la necessità di trovare, nella solidarietà e nel coraggio, la risposta alle sfide del nostro tempo.

In quell’istante, tra neve, rocce e silenzio, la poesia ha cessato di essere soltanto letteratura: è divenuta esperienza viva, eco senza tempo, capace di unire il cammino degli uomini alle grandi verità della storia e della natura.

L’antrosace villosa pioniera su questo terreno ostile
La bellissima margherita anch’essa pioniera degli sfasciumi
Delicati passaggi.
Delicati passaggi.

A quota 2.020 metri abbiamo deciso di calzare i ramponi. Il pendio, ripido e ancora immerso nell’ombra, imponeva rispetto e prudenza. Con passo saldo abbiamo conquistato il severo traverso sotto le rocce strapiombanti del Camicia, autentica muraglia naturale che domina queste terre d’altitudine. Raggiunta una zona più favorevole, siamo tornati a procedere senza ramponi fino alla base del canalino finale.

Da quel punto lo sguardo si è aperto su uno degli scenari più grandiosi dell’intera catena del Gran Sasso. La nobile sagoma di Punta Caterina, il lungo e aereo Sentiero del Centenario e l’imponente parete orientale del Corno Grande si sono eretti davanti a noi come pagine viventi della storia alpinistica appenninica. In quell’ambiente severo e magnifico ci è sembrato di percepire il respiro stesso della montagna.

La traccia diagonale che prelude il colle
Il “residente” del luogo che si affaccia su Punta Caterina
Finalmente sull’ultimo colle.
Verso le rocce strapiombanti del Camicia

È stato proprio alla base del canalino finale, tra neve e roccia, che Gianfranco ha avuto un momento di esitazione. Non è stata la difficoltà del passaggio a frenarlo, bensì il peso della fatica accumulata durante l’intera ascensione. Ma la montagna premia chi persevera. I ramponi, nuovamente ai piedi, hanno restituito sicurezza e determinazione a Gianfranco e Attilio. Con rinnovata fiducia abbiamo affrontato l’ultimo tratto, breve ma severo e, superato il nevaio sommitale di cresta, abbiamo infine conquistato la vetta del Monte Camicia, a 2.564 metri sul livello del mare.

L’infido canalino
Il nevaio sommitale
Una “finestra” sul Corno Monte

In quel momento il vento è sembrato tacere. Una stretta di mano sincera e una breve preghiera personale hanno suggellato la riuscita dell’impresa. Non vi sono stati trionfi da proclamare né trofei da esibire, ma soltanto la consapevolezza di aver condiviso una giornata autentica di montagna, di quelle che restano impresse nella memoria degli uomini molto più a lungo delle tracce lasciate sulla neve.

La discesa è stata effettuata lungo il vasto e meno ripido “Paginone”, sfruttando gli ultimi nevai ancora presenti per accelerare il ritorno. Mentre il fuoristrada si è fatto sempre più vicino, le alte pareti del Camicia si sono allontanate lentamente alle nostre spalle, custodendo ancora una volta i segreti, le fatiche e le emozioni di una giornata destinata a entrare nella storia personale di ciascuno di noi.

E’ la Vetta! Monte Camicia 2564slm

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