“L’ora del Pastore”

Lo stazzo pastorale di Solagne ricoperto di neve
Sopra lo stazzo pastorale di Solagne. Si intravede il lago di Campotosto

Prima di inoltrarci nel vero significato dell’“ora del pastore”, è necessario soffermarsi su alcune premesse, indispensabili per comprenderne fino in fondo il valore e il motto profondo.
Parlerò di due grandi interpreti della pastorizia abruzzese, custodi della memoria di un mondo che ha modellato la storia, il carattere e perfino l’anima dell’Abruzzo.

Il primo, meno conosciuto ma straordinariamente autentico, è il Prof. Igino Di Marco (1894-1990), già preside in alcuni istituti scolastici di Firenze e mio compaesano. Con il suo capolavoro letterario, “La Baiarda” (1989), consegnò alla memoria collettiva una delle più intense narrazioni della transumanza di fine Ottocento: il lungo viaggio dei pastori dai monti di Ocre e Bagno fino al Tavoliere delle Puglie.
Sono quasi quattrocento pagine percorse dal respiro delle greggi, dal vento delle montagne e dalla fatica antica degli uomini; un racconto che avvince il lettore dalla prima all’ultima riga, senza mai concedere tregua all’emozione. E come ogni epopea degna di essere tramandata, anche questa si chiude con parole che sembrano scolpite nella pietra della memoria:

“…Berardo, Domenico e Ninno, che di fronte a fatti molto più grandi di loro, seppero avere atteggiamenti e giudizi che ancor oggi qualcosa possono insegnare: la modestia, l’adattamento, la pazienza, il buon senso ed anche certa risorsa, primitiva se si vuole, ma sana, che hanno le anime semplici di fronte alle necessità”.

Il secondo interprete, il più grande e il più autorevole, è stato il Prof. Alessandro Clementi (1926-2018), storico monumentale della civiltà pastorale abruzzese.
Con rigore, passione e immenso lavoro di ricerca, Clementi trasformò la pastorizia da semplice tradizione popolare a chiave di lettura della storia economica, sociale e culturale dell’intero Abruzzo. Nessuno, prima di lui, aveva raccolto con tale profondità documenti, testimonianze e tracce di quel mondo. In uno dei suoi interventi pubblici pronunciò una frase destinata a restare nella memoria: “Se i palazzi dell’Aquila potessero parlare, belerebbero.”

Un’immagine potentissima. Perché dentro quelle mura nobiliari, dietro i portali monumentali e sotto gli stemmi scolpiti nella pietra, vi era il respiro della transumanza. La ricchezza che innalzò L’Aquila dal Medioevo fino al Novecento nacque infatti dalla lana, dalle greggi, dai tratturi e dal sacrificio silenzioso dei pastori. Ogni palazzo, ogni corte, ogni torre sembrava custodire l’eco lontana di migliaia di pecore in cammino sotto il cielo d’Abruzzo. Ed è proprio da questo universo antico — duro, austero e profondamente umano — che prende forma il significato dell’“ora del pastore”: non soltanto un momento della giornata, ma una dimensione dello spirito. Un tempo sospeso, fatto di silenzio e vento, di attesa e resistenza, di gesti antichi che si consumano lontano dal frastuono del mondo.

Erano i primi anni Ottanta, del Secolo scorso.  Un sabato mattina di giugno, come accadeva ogni anno, avevo deciso di salutare la stagione dello scialpinismo tornando in uno dei luoghi più selvaggi e solenni dell’Appennino: la Valle del Chiarino. Lassù, il Monte Corvo — 2623 metri di pietra e neve — custodiva ancora, grazie alla sua esposizione a nord-ovest, una lunga sciata di quasi novecento metri di dislivello, ultimo dono di un inverno eccezionalmente nevoso.

Raggiungere quella montagna, però, non era semplice. All’epoca, senza un fuoristrada, bisognava conquistarsela passo dopo passo, lungo la carrareccia che dalla diga di Provvidenza saliva fino allo stazzo di Solagne: oltre sette chilometri di cammino e circa settecento metri di dislivello solo per l’avvicinamento. E quelli erano anni in cui lo scialpinismo aveva ancora il sapore rude dell’avventura vera: gli scarponi pesavano come incudini, gli sci erano assi robusti, ramponi e piccozze avevano il ferro vivo delle cose eterne. Per non consumare gli scarponi e risparmiare ai piedi vesciche crudeli, il lungo tratto iniziale si percorreva con leggere scarpe da escursionismo, portando tutto il resto sulle spalle. E io, naturalmente, quel fuoristrada non l’avevo.

Il cielo, quella mattina, prometteva tempesta. Nubi pesanti si addensavano sopra le creste del Corvo come un esercito in marcia. Ma era un giorno libero dal lavoro, e il richiamo della montagna era più forte di ogni prudenza… Forse perché, in fondo, chi frequenta certe solitudini sa che la fortuna, talvolta, ama gli audaci. Con il passo ostinato di chi conosce la fatica e la accetta, mi incamminai lungo la carrareccia, lo sguardo rivolto continuamente verso l’alto. Superato il Rifugio Fioretti, proprio sull’ultima rampa che conduce allo stazzo di Solagne, il cielo si squarciò. Prima due lampi violenti, poi il tuono, infine la pioggia: improvvisa, fredda, battente. Fu allora che apparve lui.

Il fulmine

Vicino allo stazzo incontrai il primo pastore che aveva già condotto il gregge all’alpeggio. Si chiamava Giacomo Ursini, veniva da Arischia, e aveva il volto scavato dal sole e dal vento, come certe rocce consumate dal tempo. Mi vide zuppo d’acqua, curvo sotto il peso dell’attrezzatura, e senza esitazione mi fece cenno di entrare nel suo ricovero. Non mi salvò soltanto dalla pioggia: mi sottrasse anche al pericolo dei fulmini, perché addosso portavo ferro abbastanza da trasformarmi in un parafulmine umano. Dentro quel riparo di montagna il tempo cambiò ritmo.

Mentre fuori l’acqua batteva sulla terra, già piena di “olaci”,  e sulle pietre, Giacomo cominciò a raccontare. Parlava della sua vita di pastore autentico, delle stagioni dure, della famiglia, della fatica antica della transumanza, di un’esistenza povera ma dignitosa, scandita non dagli orologi ma dal cielo, dall’erba e dagli animali. Le sue parole avevano la semplicità delle cose vere e il peso silenzioso dell’esperienza. Passò circa un’ora, forse più. Poi, all’improvviso, accadde qualcosa.Tra le nuvole plumbee si aprì lentamente un grande triangolo azzurro. Un varco netto nel cielo, quasi un segno.

Giacomo alzò lo sguardo, e sul suo volto comparve una luce quieta, antica. Con voce limpida pronunciò parole che non ho mai dimenticato: «È l’ora del pastore.»

Non lo disse come una semplice constatazione meteorologica. Lo disse come chi riconosce un ordine invisibile del mondo. Mi spiegò allora che il gregge poteva finalmente uscire a pascolare; che le pecore avrebbero mangiato erba fresca e che la sera ci sarebbe stato latte da mungere. Ma soprattutto che non avrebbe dovuto consumare il poco foraggio trasportato con sacrificio fin lassù per le emergenze del maltempo. Poi aggiunse, con la serena certezza di chi vive da sempre sotto il cielo aperto, che da quel momento, almeno per quel giorno, non avrebbe più piovuto. E così fu.

Poco dopo ognuno riprese il proprio destino: io verso la montagna e la mia effimera avventura di uomo libero; lui verso il gregge e il suo lavoro antico, necessario, essenziale come il pane. Ma da quel giorno compresi che “l’ora del pastore” non indicava soltanto un’apertura nel cielo. Era qualcosa di molto più profondo: il momento in cui la natura concede tregua agli uomini semplici; l’istante in cui fatica e speranza tornano a camminare insieme; il fragile equilibrio tra cielo e terra da cui, da sempre, dipende la vita di chi vive davvero la montagna.

L’ora del pastore
La lunga cresta sommitale di monte Corvo e sullo sfondo il lago di Campotosto
Il laghetto effimero nella località “Le Pozze” sopra lo stazzo di Solagne
Foto aerea Roma – Budapest
Gli itinerari della Valle del Chiarino
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