Alla conquista della cresta del Corvo: sfida all’imperiosa montagna

Tramonto sul lago di Campotosto visibile l’imperiosa cresta illuminata dagli ultimi raggi di sole

Da non confondere con “L’imperiosa Cresta del Corvo” che è il titolo italiano del romanzo Stormbringer di Michael Moorcock, pubblicato nel 1965, dove si parla dell’”Imperatore albino di Melniboné” che affronta il destino ultimo del suo mondo. Guidato dalla spada senziente Stormbringer (in italiano spesso chiamata proprio “Cresta del Corvo”), che  si trova coinvolto nella battaglia finale tra Legge e Caos. La storia conduce a un epilogo tragico e cosmico, coerente con il tono oscuro e decadente dell’intera saga.

L’imperiosa cresta ovest del Corvo si erge come una linea netta e aerea, un percorso sospeso dove lo sguardo si arresta, rapito dagli straordinari panorami della catena del Gran Sasso. Da lassù l’orizzonte si distende ampio: dalla vetta del Monte Terminillo alle acque del Lago di Campotosto, fino al profilo del Corno Monte che accompagna il cammino estivo. Ma oltre le vie tracciate e le storie di chi è passato, resta il gesto essenziale del salire: questa non è solo una via, è un’ascensione.

La graziosa Cappelletta di San Martino
L’interno della Cappelletta, si riconosce il quadro con San Martino e il suo mantello, mentre le pietre incastonate all’altare provengo dai resti del Castello del Chiarino, uno dei Castelli fondatori della Città dell’Aquila

L’imponente massiccio del Monte Corvo appare distaccato dal resto della catena e si protende verso la Valle del Vomano. Lo delimitano la Valle del Venacquaro ad Est e quella del Chiarino a Sud, mentre la Sella del Venacquaro lo divide dalla catena meridionale. È formato da due vette, quella orientale 2623 m, la più alta e quella occidentale 2533 m, detta anticamente Arco Cigliano. A Nord il Monte Corvo rivolge tre ripidi speroni che, a loro volta, incorniciano tre valli secondarie di origine glaciale: il Vallone del Crivellaro, sovrastato dalla vetta occidentale, il Vallone Fosso del   Monte, dove sorge l’omonimo rifugio, sotto la vetta orientale e infine a Est, l’ampia Conca di Capovelle  che sbocca nella Valle del Venacquaro. Sono ambienti selvaggi e poco frequentati, soprattutto per il lungo avvicinamento e ritorno, valli e resti morenici, testimonianze di antiche glaciazioni. L’interesse per questo sottogruppo è prevalentemente escursionistico, salvo d’inverno quando alcune salite rappresentano delle vere e proprie alpinistiche da non sottovalutare in virtù delle tempeste di neve e di vento che si abbattono sulle creste rendendo il terreno infido e insidioso.

il famoso Arco Cigliano osservato da monte San Franco
Il Rifugio Domenico Fioretti con alle spalle l’imperiosa
Il cosiddetto “Dito del Pastore” che chiude la Valle del Chiarino

Per molti anni, quando ero ancora immerso nel mondo del lavoro, percorrere questa cresta nella vigilia di Natale era divenuto un rito. In Banca si poteva usufruire di mezza giornata di ferie e, compatibilmente con le condizioni meteorologiche — non sempre ottimali, ma mai tanto avverse da farmi desistere — si partiva. Era una consuetudine che univa disciplina e passione, dovere e libertà.

Oggi quei vincoli non esistono più: si va quando il tempo e la neve lo consentono. Ma, come sappiamo, le stagioni non sono più quelle di un tempo. Il cambiamento climatico ha mutato i ritmi consueti: la neve non cade più nei mesi stabiliti, le temperature oscillano in modo imprevedibile e viene meno quel periodo di freddo stabile e duraturo capace di consolidare il manto nevoso. Programmare con anticipo, anche solo di quarantotto ore, è diventato un azzardo. Occorre saper cogliere l’attimo propizio, assumendosi un rischio ponderato, e partire.

Recentemente un vortice di bassa pressione ha interessato l’Italia centrale, portando nevicate per lo più oltre i 2000-2300 metri di quota. Alle altitudini intermedie, invece, abbondanti precipitazioni nevose si sono alternate a ripetute sciroccate, rendendo il manto instabile e incerto. L’attesa si fa allora spasmodica, logora i nervi, mette alla prova la pazienza. Eppure la natura, dopo tanta sospensione, sa ancora offrire l’occasione attesa: un varco improvviso, una finestra di equilibrio. Allora si parte, con rispetto e gratitudine, verso quella cresta che continua a chiamare.

Quella mattina, già dall’avvicinamento — questa volta affrontato con un mezzo adatto lungo la strada dissestata che dalla diga di Provvidenza conduce al Mulino Cappelli, attraversando l’incassata Valle del Chiarino — appariva severa contro il cielo di piombo la Cresta del Corvo: una lama di roccia e neve sospesa tra terra e abisso.

Il vento, seppur sopportabile, ululava tra le fenditure come un antico presagio, e ogni passo verso l’alto era una sfida lanciata all’ignoto.

Giunto al Mulino Cappelli, il chiarore del sole illuminava la graziosa cappelletta di San Martino, mentre la cresta rimaneva nell’ombra, quasi in attesa del “cliente” di turno — che poi non siamo in molti ad avere voglia di misurarci con questo spettro.

Impugnati i bastoncini da trekking, di buon passo cominciò l’avventura.

La cresta
I ramponi che devono mordere roccia e neve
L’ultimo baluoardo
I “residenti del luogo” al “pascolo”
Uno sguardo indietro con la Vetta del Corvo settentrionale e un ramo del Lago di Campotosto

Arrivati al Rifugio Fioretti, lo sguardo rivolto a sinistra incontrava soltanto la cresta sottile, affilata come la lama di una spada; davanti, il “Dito del Pastore” chiudeva la Valle del Chiarino. Ogni metro conquistato era una battaglia. I ramponi risuonavano, nel primo tratto, tra roccia e neve, mentre la piccozza diventava un appoggio sicuro. Un passo falso avrebbe significato il vuoto — e il vuoto non perdona.

Per un attimo pensai al calore delle case, ai vetri appannati, ai tavoli preparati. Eppure avevo scelto di essere lì, sospeso tra cielo e terra, mentre il mondo celebrava altrove.

A metà cresta le raffiche aumentarono, senza mai però farmi desistere. La montagna sembrò ribellarsi, scuotendo la neve che pungeva come spilli. Per un istante il tempo si fermò: solo il battito nel petto e il sibilo del vento. Mi parve davvero un corvo gigantesco, immobile, che mi osservava. Non una minaccia, ma una presenza antica.

Poi, con ostinazione silenziosa, ripresi la salita.

Quando finalmente raggiunsi la sommità, i ramponi mordevano il ghiaccio con un suono secco e ritmico, e il mondo si aprì davanti a me. Il sole incendiava le cime lontane. La paura si dissolse in un grido liberatorio che si perse nell’aria limpida.

La “cordata solitaria” aveva conquistato la Cresta del Corvo — o forse era lei che mi aveva concesso il privilegio di sfiorarne la vetta.

La Vetta del Corvo 2623slm alle spalle il Pizzo d’Intermesoli, il Corno Piccolo e quello Grande
Le meringhe di vetta
Pareti Patagoniche

In quell’istante capii che la montagna non si conquista: si attraversa, si ascolta, si accetta. L’imperiosa Cresta del Corvo non era un trofeo, ma un passaggio.

Quando ebbe inizio la discesa, prima di rendere omaggio ai miei due Amici, Renzo Martellucci ed Emilio Ciammetti del Soccorso Alpino della Guardia Finanza, strappati troppo presto alla vita, tornai con la mente a quella lontana “Vigilia di Natale”, quando la prima stella già tremava nel cielo.

Il Cippo dedicato a Renzo Martellucci del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza
Il Sentiero dedicato a Emilio Ciammetti del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza
Veduta aerea

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