Oltre l’immaginario: alla scoperta della Grotta dell’Orso e non solo…

La Grotta dell’Orso

“Facesti come quei che va di notte, 
che porta il lume dietro e sé non giova, 
ma dopo sé fa le persone dotte…”
 (Purgatorio XXII 67-69)  

Un viaggio sospeso tra storie antiche e leggende popolari, sotto i severi crinali nord dell’Ocre, dove il tempo sembra essersi fermato per lasciare spazio a racconti tramandati a voce e a una bellezza discreta, quasi nascosta. Qui la montagna si concede a pochi, lontana dai percorsi affollati, custode silenziosa di valori autentici e tesori dimenticati.

Molti anni fa, gli anziani di San Martino d’Ocre — oggi un piccolo borgo di appena una ventina di anime — mi parlarono di un antro misterioso, celato sotto le radure di Malequagliata. Nessuno però seppe indicarmene la posizione esatta. E forse, più che l’età avanzata, era il fascino stesso del mistero a impedire che qualcuno mi accompagnasse… ammesso che ci fossero mai stati davvero.

Così, per lungo tempo, quella grotta rimase sepolta nei miei pensieri, come una leggenda irrisolta.

Finché, pochi giorni fa, l’incontro con il mio amico Marco Colaianni — montanaro autentico e profondo conoscitore di questi luoghi — ha riacceso quella curiosità sopita. Anche lui, mi raccontò, aveva provato a cercarla, vagando a lungo tra boschi e radure, senza successo. Quella “grotta leggendaria” sembrava destinata a restare tale.

Ma certe storie chiedono di essere inseguite.

Così, armato di pazienza, determinazione e perfino di una cesoia, ho deciso di provarci. La ricerca, inizialmente, non restituiva nulla: solo silenzi, sentieri incerti e il dubbio crescente di inseguire un’illusione. Quando ormai l’idea di rinunciare iniziava a farsi strada, ho deciso di tentare un’ultima ricognizione.

È lì che tutto è cambiato.

Su una radura, dominata da un grande masso erratico fatto di roccia e zolle d’erba, qualcosa ha catturato il mio sguardo. Girandogli attorno, quasi nascosta, è apparsa la cavità: un’apertura rivolta a ovest, protetta da ciò che restava di un antico muretto a secco, ormai crollato e inghiottito dal tempo.

Era lei.

Con un misto di emozione e rispetto, ho iniziato a liberarla: guanti alle mani, ho ricostruito il muretto pietra dopo pietra, ho tagliato gli arbusti che ne celavano l’ingresso… e lentamente, come risvegliata da un lungo sonno, la grotta è tornata a mostrarsi.

Un piccolo, silenzioso trionfo.

La Grotta dell’Orso “liberata”

Durante la discesa, ho cercato anche di tracciare un percorso più diretto dal paese, per non smarrire più quella via e permettere, un giorno, di tornarci senza incertezze.

Da questa scoperta prende forma un’idea più grande, quasi inevitabile: immaginare un itinerario che sappia legare quella cavità alle altre meraviglie del territorio, naturali e umane. Un percorso ampio, arioso, autentico. Non un semplice giro, ma un’esperienza da concedere solo a chi ama davvero la montagna — quella fatta di silenzi profondi, fatica sincera, memoria viva e stupore puro.

Perché certi luoghi non si attraversano soltanto: si conquistano. E, soprattutto, si rispettano e si custodiscono.

Ci penso per un paio di giorni. Poi, cogliendo l’occasione della Festa del Papà, il 19 marzo, sento che è il momento giusto: questo giro devo regalarlo a me stesso. Ma la montagna, si sa, non è mai un’esperienza da vivere da soli. E così, con il consueto spirito montanaro e quel senso di rispetto che certe quote insegnano, il giorno prima coinvolgo una persona fidata: Gaetano Russo, mio amico di tante avventure giovanili, di emozioni condivise tra estati luminose e inverni severi.

Come spesso accade, però, la montagna decide di aggiungere il suo tocco. Le previsioni — che non a caso si chiamano così — vengono smentite. La sera del 18 marzo una nevicata intensa avvolge il capoluogo e, ancor più, le cime intorno. Una parte di me ne è felice: immagino il percorso vestito di bianco, reso ancora più misterioso, quasi sospeso. L’altra parte, invece, già sente la fatica della neve fresca sotto i miei passi che devono tracciare il percorso.

Ma ormai la decisione è presa. Come disse Giulio Cesare: “Alea iacta est”.

La mattina del 19 marzo ha un sapore antico, quasi sacro. È la Festa del Papà, e nell’aria si mescola il profumo dolce delle zeppole — appena ritirate dal mio amico pasticcere Pino Guida e riportate a casa per il consueto rito familiare — con qualcosa di più profondo, difficile da nominare.

Dopo aver assolto ai piccoli riti da padre — gesti semplici ma densi, come tappe obbligate di un sentimento — io e Gaetano partiamo. La destinazione è San Martino d’Ocre, un pugno di case sospese nel silenzio.

C’è una regola, non scritta ma sentita: si parte dal cuore del paese, davanti al vecchio fontanile in pietra. Lì l’acqua scorre da sempre, indifferente al tempo, e sembra quasi benedire ogni passo. È da lì che il cammino prende forma, che smette di essere spostamento e diventa viaggio.

Il fontanile monumentale

Camminiamo di buon passo, con il GPS acceso come una memoria artificiale pronta a custodire la nostra traccia. Raggiungiamo la carrareccia che sale verso il Rifugio Malequagliata, mentre il paesaggio si apre in radure dimenticate, dove la terra — un tempo lavorata — ora si lascia andare all’abbraccio selvatico degli arbusti. È una bellezza malinconica, fatta di abbandono e resistenza.

Dopo circa un chilometro lasciamo la via più evidente e ci affidiamo a una traccia più sottile, quasi invisibile. È quella che avevo salvato giorni prima, un filo digitale che ora diventa istinto. Deviamo più volte, schivando alberi carichi di neve che, a tratti, cade improvvisa come un respiro trattenuto troppo a lungo.

Poi, all’improvviso, appare. Il masso erratico.

Eccola!

Immobile, solenne, come se fosse sempre stato lì ad aspettarci. E dentro di lui, la Grotta dell’Orso.  L’emozione non è la stessa della prima volta — è di più. È più profonda, più consapevole. La grotta è avvolta in un silenzio bianco, la neve la veste come un mantello, e il piccolo muretto a secco alla base — appena ricostruito — sembra tracciare un confine tra il mondo di fuori e qualcosa di più antico, più intimo. Non una barriera, ma una soglia.

Gaetano è raggiante. Nei suoi occhi c’è stupore puro, quasi incredulo che tanta meraviglia sia così vicina, così raggiungibile. E in quel momento capisco che il viaggio non è stato per arrivare fin lì, ma per condividere quello sguardo.

Scattiamo qualche foto, ma sono tentativi goffi di trattenere qualcosa che sfugge per natura. La luce è ancora incerta, la giornata porta addosso le ombre della perturbazione della sera prima. Eppure tutto vibra, tutto sembra vivo. Mi avvicino al roccione, lo osservo. Non è solo pietra. È memoria compressa, un racconto scritto senza parole. Frammenti di rocce antiche — clasti spigolosi — un tempo separati, poi raccolti, trasportati, uniti. Cementati non solo dalla materia, ma dal tempo stesso. Dentro quella massa convivono terra, resti vegetali, tracce di vita passata. È come se la montagna avesse imparato a ricordare.

E allora capisco. Anche noi siamo così.

Un insieme di frammenti — giorni, gesti, incontri — che il tempo assembla, che l’esperienza cementa. E in quel momento, davanti alla grotta, sotto un cielo ancora incerto, tutto trova un senso silenzioso.

Non è solo un’escursione. È un ritorno.

Proseguiamo lungo antiche tracce pastorali, con passo più deciso, lasciandoci guidare dal respiro della montagna e dal silenzio che avvolge questi pendii. La salita scorre via, tra radure e segni discreti di vita d’alpeggio, finché, quasi all’improvviso, raggiungiamo la nostra seconda meta di giornata: il Rifugio Malequagliata, a quota 1444 metri.

Il Rifugio Malequagliata 1444slm e la bastionata dell’Ocre

Questa costruzione, nata negli anni ’70 per volontà del Comune di Ocre, si presenta ancora oggi nella sua essenzialità: linee semplici, funzionali, quasi austere. Per un periodo è stata poco più che una stalla d’alta quota, rifugio per il pastore di San Martino. Poi, grazie alla passione e alla determinazione del compianto Adelio Nardis e del mio amico ingegner Igor Antonelli, dal 2016  questo luogo ha ritrovato dignità e vita.  Oggi è custodito e aperto agli escursionisti e agli alpinisti dalla Polisportiva di San Martino, ma la gestione appare discontinua e poco strutturata. Si tratta di un rifugio di media quota che, per la sua posizione e il suo potenziale, meriterebbe una presenza più costante, servizi meglio organizzati e una visione gestionale più attenta alle esigenze di chi frequenta la montagna.  Attualmente, invece, si percepisce una certa approssimazione: aperture non sempre prevedibili, manutenzione migliorabile e una gestione che sembra più occasionale che pianificata. Questo limita fortemente la fruibilità del rifugio e ne penalizza il ruolo come punto di riferimento per escursionisti e alpinisti. Una struttura del genere dovrebbe rappresentare un presidio affidabile sul territorio, capace di offrire accoglienza, sicurezza e continuità. Senza questi elementi, si rischia di compromettere non solo l’esperienza degli utenti, ma anche la valorizzazione dell’area in cui il rifugio è inserito.

Eppure, ciò che colpisce davvero non è solo il rifugio, ma ciò che lo circonda. Qui la montagna si esprime con una bellezza autentica, quasi primordiale. D’inverno, i pendii si trasformano in un paradiso silenzioso per lo scialpinismo; d’estate, il paesaggio si accende nei colori di un piccolo giardino botanico spontaneo, dove ogni fiore sembra raccontare la propria storia. E sopra tutto, come una presenza vigile e maestosa, si erge la bastionata dell’Ocre: imponente, severa, straordinaria. Una parete che domina lo sguardo e invita al rispetto, ricordandoci quanto siamo piccoli, e quanto sia grande, invece, l’emozione di essere qui.

Per una comoda carrareccia ci inoltriamo in un paesaggio che sembra sospeso nel tempo. Il bosco di conifere ci accoglie in silenzio, avvolto da una soffice coltre bianca che ovatta ogni suono e amplifica ogni respiro. Poco più avanti, quasi a sorpresa, si apre il frutteto d’alta quota: alberi di mele e pere che, anche sotto la neve, raccontano storie di stagioni passate e di vita resistente.

Al centro di questo scenario emerge il Rifugio L’Acquazzese, a 1553 metri, discreto e solido, custode di memorie. Costruito negli anni ’70 dalla Comunità Montana Sirentina, oggi è curato dai Carabinieri Forestali, che ne preservano l’anima e il legame con il territorio.

Il frutteto fu voluto, proprio in quegli anni, da un dirigente del Corpo Forestale dello Stato, convinto che queste terre fossero frequentate dall’orso. Un’intuizione forse audace, forse visionaria… ma qui, immersi in questo silenzio antico, tra neve e alberi, viene naturale chiedersi se davvero non avesse ragione.

Il bosco di conifere
La forza dell’acqua
Il frutteto e il fontanile
Il Rifugio L’Acquazzese
Il bellissimo frutteto d’alta quota
L’albero di Natale nella sua originalità
Il succoso raccolto
Le grandi conifere
Mosaici nevosi
Le conifere nascondono i severi crinali dell’Ocre

Superato il bosco di conifere, seguendo antiche tracce pastorali che ancora sussurrano storie di passaggio e fatica, ci dirigiamo verso il quarto obiettivo della giornata: il lago d’alta quota di Collalto, a 1540 metri.

All’improvviso si apre davanti a noi come uno specchio silenzioso, incastonato tra radure palustri cariche di mistero. L’acqua riflette il cielo e sembra custodire memorie lontane, quando d’estate un’erba finissima ondeggiava al vento, nutrendo numerosi greggi in transito.  Oggi quel paesaggio appartiene a una quiete più selvatica: è il regno discreto di caprioli e cervi, che si muovono leggeri tra le erbe, come custodi di un tempo sospeso.

Il lago di Collalto
Il lagio di Collalto nella tipica veste invernale

Ci attende l’ultima sfida della giornata: l’imponente muraglione, ormai celebre tra chi conosce questi luoghi. Parte dalla quota di 1704 metri e scende fino a 1616 slm, segnando il confine tra passato e presente.  Costruito nel 1838  dal Comune di Ocre per separare i terreni dal vicino Comune di Rocca di Cambio, questo capolavoro monumentale si estende per oltre 700 metri in linea retta. Ogni pietra, recuperata dalla bonifica dei terreni circostanti, racconta una storia di fatica e dedizione.

La sua struttura a secco, grezza ma perfetta, è frutto del lavoro instancabile di contadini e braccianti che, con coraggio e sacrificio, hanno trasformato la roccia in arte. Nulla è lasciato al caso: ogni pietra posata è un gesto di maestria e rispetto per la terra. Camminare lungo questo muraglione significa respirare la storia, sentire la fatica e la determinazione di chi lo ha eretto, e lasciarsi avvolgere dall’eco di un lavoro antico che ancora oggi affascina e commuove.

La rigorosa struttura del Muraglione
Lo sperone del Muraglione
Panorama dal Muraglione

Percorriamo, passo dopo passo, l’intero asse murario, come se camminassimo lungo la storia stessa. Il sentiero ci conduce fino a un promontorio che si apre davanti a noi come un balcone sul mondo, e da lì ci lanciamo in una discesa ripida, avvolti dal silenzio della natura, fino a raggiungere il torrente San Martino. Le sue acque impetuose e cristalline si insinuano tra le rocce e scorrono attraverso il manufatto della sorgente omonima, creando un piccolo spettacolo di forza e delicatezza.

La pozza sorgiva del Torrente di San Martino
Le acque cristalline del torrente
Il sinuoso torrente

Da questo punto parte un sentiero ben segnato, che lentamente si trasforma in una carrareccia immersa nel verde, fino a condurci al discreto e accogliente abitato di San Martino. Dopo 9,590 km percorsi e 703 metri di dislivello positivo, coperti in poco più di tre ore e mezza, la nostra escursione si conclude, ma con la sensazione di aver vissuto qualcosa di intenso, di puro.

E come sempre, il “terzo tempo” ci aspetta… dove il vento accarezza la pelle, il canto degli uccelli accompagna ogni passo e il profumo della terra bagnata si mescola all’aria frizzante. Tra panorami che mozzano il fiato e silenzi pieni di vita, ogni istante diventa un piccolo rituale di gioia. Ma questo lo sapete già, anch’esso va oltre l'”immaginario”.

Km 9,590 dislivello 704+ – h 3,37’20”
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