Il Rifugio del Monte: oltre la slavina, la memoria.

Il Rifugio del Monte in assetto invernale
Il Rifugio del Monte in piena operatività.
(La fotografia è stata scattata durante la percorrenza del celebre “Giro del Merlo”, in un momento che ne cattura il fascino e la suggestione).

A quota 1614 metri sul livello del mare, sotto le aspre e severe pendici del Fosso del Monte, là dove il tempo sembra essersi fermato tra giganteschi massi erratici sospesi come antichi guardiani di pietra, sorse un tempo un umile ma tenace ricovero pastorale, con il suo stazzo. Era rifugio di uomini temprati, di animali fedeli e di silenzi carichi di memoria, custode di una vita essenziale e aspra. “Una nota di Alessandro Meucci riporta che il rifugio, per quanto gli risulta, sarebbe stato costruito nei primi anni Cinquanta, o forse anche in precedenza, dalla famiglia Santarelli, e che era denominato ‘rifugio dei Santarelli’.”

Ancora oggi, come un’eco vivente di quel mondo remoto, nelle immediate vicinanze affiorano gli “olaci”, detti anche “orapi” o, nel dialetto teramano, “voliche”: erbe antiche e resistenti, conosciute dalla scienza come chenopodium bonus-henricus, che continuano a crescere indomite, testimoni silenziose di una storia che non ha mai smesso di respirare. E a suggellare questo luogo senza tempo, sgorgava una sorgente di acqua purissima e gelida, dono perenne della terra, capace di sostenere la vita in ogni era, come un respiro eterno inciso nella roccia.

Fu la famiglia Riccioni di Fano Adriano l’ultima a custodire quella presenza umana tra le pietre e il vento, prima che il luogo entrasse in una nuova stagione della sua storia.

Tra il 2009 e il 2010, il Comune di Fano Adriano restituì vita alle antiche mura, trasformando quel ricovero in un rifugio alpino: presidio fragile ma tenace in un ambiente tanto magnifico quanto severo. Negli anni successivi, tra il 2014 e il 2015, la sua custodia fu affidata a Arnaldo Di Crescenzo, uomo di montagna e membro del Soccorso Alpino e Speleologico, che ne fece baluardo di accoglienza e sicurezza fino al 31 agosto 2019. Dopo la sua partenza, il rifugio rimase solo, esposto al lento scorrere delle stagioni e alla forza indomita della natura.

Poi, nell’aprile del 2026, la montagna ha reclamato ciò che era suo. Una slavina immensa, scesa con furia dai pendii sovrastanti, ha travolto il rifugio e lo ha cancellato,  come un’eco dissolta nel bianco. Non è stato un  evento isolato, ma compimento di un equilibrio antico e inquieto: quelle terre, da sempre disseminate di massi erratici, portano i segni di distacchi e cadute, di una montagna viva e in perpetuo mutamento.

E oggi, più che mai, su questo scenario incombe un tempo nuovo, segnato da trasformazioni climatiche profonde, la cui intensità supera ogni memoria tramandata.

Così il Rifugio del Monte, nato come riparo e divenuto simbolo, ritorna al silenzio della pietra e della neve, consegnando la sua storia al vento, alla montagna e al ricordo degli uomini.

Il Rifugio del Monte durante una scialpinistica di grande spessore.
Di notte (foto proveniente dal web)
La famosa Grotta del Monte
Il locale invernale del Rifugio
La sorgente d’acqua nei pressi del Rifugio.
Il Rifugio del Monte ieri e oggi

Relazione tecnica dopo il sopralluogo avvenuto il 7 maggio 2026

A seguito del sopralluogo effettuato in data 7 maggio 2026, è stato possibile elaborare un’analisi più approfondita delle cause che hanno determinato gli eventi valanghivi che hanno interessato e devastato il Rifugio del Monte. Dal punto di vista storico-insediativo, il manufatto risultava già presente in epoca pastorale ed era stato successivamente ristrutturato su un preesistente insediamento destinato alla pastorizia stagionale. Tale utilizzo, limitato ai soli mesi estivi, rappresenta un primo elemento indicativo della severità climatica e nivologica dell’area durante la stagione invernale.

Ulteriore elemento di rilievo è costituito dalla diffusa presenza di massi erratici distribuiti lungo tutto il perimetro della zona interessata. Tali depositi testimoniano pregresse dinamiche geomorfologiche riconducibili a fenomeni di distacco e trasporto di materiale roccioso proveniente dalle pareti del Monte Corvo, evidenziando la naturale instabilità del versante.

Particolare attenzione dovrà inoltre essere rivolta agli effetti dei cambiamenti climatici, che negli ultimi anni stanno modificando in maniera significativa gli equilibri meteorologici e nivologici delle aree montane. L’aumento della variabilità climatica e l’intensificazione degli eventi estremi impongono una revisione dei criteri di valutazione del rischio e della pianificazione delle opere in ambiente alpino.

Dalle osservazioni effettuate sul terreno emerge che gli eventi valanghivi siano stati almeno due:

  • una prima slavina, di minore intensità, originatasi dal Canale del Mozzone;
  • una seconda slavina, di carattere fortemente distruttivo, distaccatasi dall’anfiteatro del Malecupo, al di sotto della vetta del Monte Corvo, presumibilmente a una quota di circa 2.500 m s.l.m.  Quest’ultima massa nevosa, nel suo percorso di discesa, avrebbe superato un dislivello stimato in circa 900 metri prima di impattare violentemente contro la struttura del rifugio, nonostante quest’ultima fosse stata ricostruita con murature portanti in pietra di considerevole robustezza.

Va inoltre evidenziato che, secondo la Carta Valanghe del 1984 conservata presso l’Università dell’Aquila (foto allegata), nell’area in oggetto non risultavano censiti eventi valanghivi significativi. Tale circostanza conferma come gli scenari di rischio possano evolversi nel tempo in relazione ai mutamenti climatici e alle nuove condizioni ambientali.

Alla luce delle considerazioni sopra esposte, si ritiene necessario affrontare con maggiore consapevolezza la gestione del rischio in ambiente montano, adottando criteri più cautelativi nella localizzazione e progettazione di rifugi, avamposti e altre opere alpine, privilegiando, ove possibile, siti caratterizzati da migliori condizioni di sicurezza geomorfologica e nivologica. In un contesto climatico in continua evoluzione, fenomeni un tempo considerati eccezionali possono oggi manifestarsi con frequenza e intensità crescente, rendendo sempre più complessa la previsione degli eventi naturali.

In alto le rocce strapiombanti dell’anfiteatro del Malecupo dove si è staccata l’imponente slavina. Siamo riusciti a raccapezzare un umile Tricolore
I muri portanti sbriciolati dalle slavine
Una sezione della carta valanghe del 1984 descritta nella relazione.
A sinistra il canale del Mozzone dove è partita una delle due slavine.
Uno scorcio dai monumentali massi erratici presenti sul perimetro dell’ex Rifugio del Monte
L’umile Cappelletta degli Alpini che si oltrepassa per raggiungere l’ex Rifugio del Monte.
2 comments to “Il Rifugio del Monte: oltre la slavina, la memoria.”
  1. Grazie Paolo per averci raccontato cosa la montagna ha voluto riprendersi. Chiederemo ai pastori di perdonare la slavina ?

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