La risalita dell’alveo del torrente del Chiarino comincia in silenzio, tra il rumore discreto delle acque limpide e il crepitio delle pietre spostate dai passi. Il torrente, incastonato tra le pieghe severe della montagna, ci guida in un lento ma costante cammino verso l’alto, dove un’aria sottile ci accompagna dove il tempo sembra dilatarsi.




D’apprima, il cammino incrocia un lastricato antico, levigato dal tempo e dall’acqua, che si estende ai margini del corso d’acqua. Le sue pietre ordinate sembrano quasi raccontare storie lontane: qui, forse, sorgeva un tempo una piccola riserva idrica, a servizio dell’antico villaggio degli Arcari, che costruirono in queste valli un sistema ingegnoso per dominare le acque e, di conseguenza per il proprio fabbisogno quotidiano (forse furono proprio i resti di questa a ispirare i progettisti della diga di Provvidenza). Sono i resti muti degli Arcari, un popolo montano ormai scomparso, abili intagliatori del legno – soprattutto di faggio -, muratori e pastori. Le case in pietra grezza, adagiate con rigore e semplicità, conservano ancora la loro dignità nonostante il tempo e le intemperie. L’edera e il muschio hanno abbracciato i muri di arenaria, il bosco circostante sta rinascendo ovunque mentre il vento sussurra tra i ruderi storie dimenticate, di vite scandite dal ritmo delle stagioni e dalla voce del torrente.



Le case in pietra grezza, adagiate con rigore e semplicità
Lasciato il villaggio, la salita si fa più ripida. Il greto del torrente si stringe, serpeggiando tra massi erratici e rovi di vario genere contorti dallo scorrere delle acque. E poi, quasi all’improvviso, in un piccolo spiazzo erboso che si apre tra due ampie radure, compare la discreta cappelletta dedicata a San Martino. Essenziale nella forma, con un tetto a spiovente e una minuscola croce in ferro battuto, sorge come custode silenziosa del luogo, punto di riposo e riflessione per chi sale. Le sue pareti trasudano fede e tempo, e dentro, un piccolo quadro raffigura il santo con il mantello, protettore dei viandanti. Incastonate nell’altare ci sono quattro pietre bianche, forse appartenute all’antico Castello del Chiarino, i cui resti si trovano sul vicino promontorio del “Torraccio”.


All’interno della struttura un piccolo quadro raffigura il santo con il mantello, protettore dei viandanti. Incastonate nell’altare quattro pietre bianche, forse appartenute all’antico Castello del Chiarino, i cui resti si trovano sul vicino promontorio del “Torraccio”
Qui, lo sguardo può finalmente distendersi sulla valle dove il bosco di faggi, specialmente in questo periodo autunnale, ha assunto una colorazione variopinta, e il respiro si fa più pieno. È un luogo che invita alla quiete e al raccoglimento, dove il sacro si intreccia con il paesaggio, e ogni cosa -roccia, acqua, vento- sembra trovare un senso nel silenzio.
Da qui in avanti, la valle si apre con ampio respiro. Il sentiero segue ancora l’alveo che ora scorre più docile, quasi accompagnando chi lo segue. Le alte montagne si stringono tutt’intorno come un abbraccio solenne, e il bosco di faggi, fitto e lussureggiante, colora l’orizzonte di sfumature bronzee e verdi.
Infine, al termine della salita, si raggiunge il Rifugio Fioretti, costruito presso l’antica masseria Vaccareccia. Sorge su un pianoro erboso, in posizione dominante sulla valle, come una sentinella che guarda il passato e accoglie chi giunge dal basso. Il rifugio, in pietra viva e legno, conserva l’austera semplicità delle strutture montane, ma emana un calore familiare. È il punto d’arrivo, ma anche un luogo da cui partire per scoprire sentieri più alti, sospesi tra storia, natura e silenzio.






















..e che si può commentare!?
Tutto talmente bello da restare senza parole. Figuriamoci a starci fisicamente.
Grazie per il lusinghiero commento sul sito. Parole nate dal cuore di chi, pur non potendo vivere queste esperienze di persona, sa leggere l’anima di chi le attraversa.
Luoghi a dir poco meravigliosi e
complimenti per l’articolo e la descrizione!