Dove finisce il sentiero e comincia l’alpinismo.

La decisione di analizzare e percorrere il settore orientale del Pizzo d’Intermesoli maturò in seguito alla rilettura del verso 119 del Canto XXVI dell’Inferno, là dove Dante ammonisce:

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.

Il riferimento dantesco costituì uno stimolo ideale,  suggerendomi che ogni cammino, se intrapreso con mente vigile, è già un atto di conoscenza.

Non sarà questa la sede in cui narrerò la mia prima ascesa, quando la montagna scelse di rivelarsi nel suo aspetto più feroce e sanguigno. In quell’occasione, con incauta audacia, partii da Fonte Cerreto, lanciandomi in un avvicinamento di oltre milleduecento metri di dislivello lungo sette interminabili chilometri, da percorrere ancora una volta sulla via del ritorno. Un cammino in cui ogni passo pareva scolpire sulla mia pelle la vera legge dell’altura. Luoghi in cui un solo passo falso può rovinare l’intera avventura. Eppure, è lì che si scoprono angoli incontaminati, riservati a chi osa ancora cercare ciò che le montagne, gelose custodi, continuano a celare.

Oggi racconterò la salita affrontata con gli amici Giuseppe D’Annunzio, Francesco Laurenzi e Italo Tobia. Siamo partiti dalla Sella di Pratoriscio, il luogo che molti conoscono semplicemente come Campo Imperatore, porta d’ingresso a tante avventure in quota. Quella mattina l’entusiasmo era alle stelle. Durante l’avvicinamento, passando per il Passo del Lupo e lo storico Passo Portella, iniziammo a fantasticare su un “terzo tempo” immaginario, ignari delle difficoltà che il percorso ci avrebbe riservato. Portavo con me la maggior parte del materiale; l’ora ancora favorevole e il morale alto ci facevano affrontare le asperità del sentiero con ottimismo. Superato il Passo della Portella, una lunga discesa tra ghiaia e sfasciumi ci condusse fino a quota 1957 metri, dove si trovano le cosiddette “Capanne”, nostro primo traguardo della giornata. -Complesso pastorale risalente agli inizi del ‘900 con ricoveri costituiti da capanne  a falsa cupola con tetto a zolle e ripari sotto roccia  chiusi a secco. Il  complesso  pastorale capanne, ricoveri e stazzi  si estende  su un’area di circa ha 1.78.00.  Lavori di recupero  eseguiti nell’anno 1998   programma operativo Abruzzo relativo  al F.E.R.S. – L.R. N° 32/95 – sottoprogramma  3 – misura 3.1 azione – A – recupero  e valorizzazione del patrimonio storico culturale-.     

Panorama dal Passo della Portella, da dove svetta l’Intermesoli
L’insediamento pastorale denominato “Le Capanne”
Dal sentiero che attraversa l’Alta Val Maone le strutture d’Intermesoli.

Qualche foto di rito e su  un comodo sentiero,  che attraversa l’Alta Val Maone si raggiunge la “famosa” Grotta dell’Oro a quota 1710.  (Questa grotta è un vastissimo antro dove trovano riparo pecore, capre e pastori, sembra come scavata artificialmente nella roccia della parete orientale di Pizzo d’Intermesoli e nel suo fondo si rinviene pirite spesso magnificamente cristallizzate di qui il nome alla grotta e alla credenza popolare di oro nascosto.

Già dai rilievi  di Orazio Delfico del 1784, quando conquistò la Vetta Orientale del Corno Grande, la cui relazione è riportata in un opuscoletto di poche pagine poi presentato a Napoli nel 1812 si rilevano le seguenti osservazioni: “…Qui fu il termine del mio penoso cammino; e qui finalmente visitai la grotta “vena d’oro”. Nulla fui sorpreso però in trovare invece di oro del ferro mineralizzato in piriti giallognole e lucenti; poiché questo è il comune inganno del volgo. Tuttavolta per accertarmene maggiormente volli sottoporla a replicate analisi chimiche, dalle quali non ebbi, che i componenti delle piriti”. Tante altre leggende aleggiano su questa cavità…). 

L’avvicinamento alla Grotta dell’Oro
Il vastissimo antro
I segni dell’oro, in realtà sono piriti cristallizzate.
Ecco lo spettrale canale della Grotta dell’Oro
I prati vertiginosi
Il panorama immenso verso il Corno Grande e il Corno Piccolo divisi dal Vallone dei Ginepri attraversato da un sentiero attrezzato denominato “Guido Brizio”, realizzato dai famosi “Negri del Gran Sasso”.

Da questo oscuro antro si apre l’immane e spettrale canale, come una ferita nel cuore della montagna, dove ogni passo sembra sfidare la gravità e il silenzio stesso trattiene il respiro.  Le pareti rocciose, severe e antiche, i prati vertiginosi sembrano scrutare chi osa avventurarsi, e il vento porta con sé l’eco di tempi remoti. Alla Sella di Picco Pio XI a quota 2279, un piccolo stazzo pastorale emerge come un’apparizione: fragile e sorprendente, in quel regno di pietra e cielo. Qui, sospesi tra abisso e infinito, ci si domanda quali pensieri accompagnassero gli antichi pastori, soli nei pochi mesi estivi, custodendo l’eco di un isolamento che sa di leggenda, e vivendo ogni giorno come un dialogo silenzioso con la montagna stessa.

Finalmente la conquista della Selletta di Picco Pio XI

Quota 2279 metri, un piccolo stazzo pastorale emerge come un’apparizione.
L’umile giaciglio dello stazzo con l’omaggio floreale del doronico dei macereti.

Al nostro cospetto si apriva l’anfiteatro meridionale del Pizzo d’Intermesoli  e una vista maestosa sulla Conca del Sambuco, un tempo custodiva un nevaio perenne che ne ricopriva i pendii con un manto bianco costante. Questo spettacolo naturale, ampiamente documentato nel mio libro “Gli Ultimi Misteri del Gran Sasso”  (Ed. Portofranco), non era solo un elemento di bellezza: la neve eterna garantiva l’approvvigionamento idrico necessario alla sopravvivenza delle greggi e dei pastori che qui avevano stabilito il loro insediamento. Così, la presenza dell’uomo e della natura si intrecciava in un equilibrio delicato, dove ogni sentiero, ogni pietra e ogni filo d’erba raccontava la storia di un ambiente plasmato dalla vita pastorale e dal tempo.

La maestosa Conca del Sambuco, con l’esiguo nevaio ancora presente
L’attraversamento della spettrale pietraia della Conca del Sambuco
L’immane pietraia che sale alla Vetta di Pizzo d’Intermesoli

L’immane pietraia della cresta d’Intermesoli meridionale ci attendeva come un silenzioso e spettrale guardiano. Il sole cominciava a picchiare impietoso, costringendoci a riflettere con apprensione sulle nostre ormai scarse riserve d’acqua. Ogni passo lungo quella lunghissima salita logorava le forze di Francesco, che avanzava a fatica, rinfrancato e sorretto soltanto dalla presenza vigile e dall’aiuto dei compagni di cordata. L’aria rarefatta e il silenzio rotti dal rumore dei sassi sotto i nostri piedi rendevano ogni metro conquistato un piccolo trionfo sulla montagna stessa. Solo alla vista della Madonnina di Vetta, posta a quota 2635 metri, il nostro morale tornava a risollevarsi. Ne seguì un abbraccio fraterno, a celebrare la conquista della vetta d’Intermesoli (la storia completa della Madonnina ritrovata tra le macerie di via Barete, a L’Aquila, dopo il terremoto del 2009, è ampiamente raccontata anche nel libro “Gli Ultimi Misteri del Gran Sasso”).

L’agognato arrivo in vetta.

A quel punto non ci restava che affrontare la lunga discesa lungo la parete sud dell’Intermesoli,  caratterizzata da tratti esposti e terreno misto, mentre la stanchezza della salita e la poca acqua rimasta negli zaini cominciavano a farsi sentire. La montagna, però, ha sempre un modo tutto suo di sorprendere. Mi tornò alla mente una vecchia sorgente nei pressi della Sella dei Grilli, intorno a quota 2150: un ricordo lontano, quasi sfocato, e con le ultime stagioni avare di neve non nutrivo grandi speranze di trovarla ancora viva.

La miracolosa sorgente dei Grilli ritrovata…

La deviazione per raggiungerla era tutt’altro che leggera, tanto che Francesco e Giuseppe preferirono dirigersi direttamente verso la Sella, dove avrebbero potuto riposare un po’. Io e Italo, invece, decidemmo di rischiare e di seguire quell’idea incerta, quasi un’ostinazione dettata dalla sete. E fu allora che la montagna ci concesse un dono: la sorgente c’era, scarsa ma viva, e dalla sua minuscola vena d’acqua riuscimmo a riempire le nostre borracce. Un rifornimento prezioso, arrivato nel momento in cui ne avevamo più bisogno.

Rinfrancati da quella bevuta miracolosa, il morale ci sollevò tutti, e la salita leggera verso la Sella dei Grilli, preludio alla conquista della Sella del Cefalone, non ci pesò più di tanto. Tornò alla mente, come un miraggio, la “birra” che avevamo sognato, forse, lungo la fredda e spettrale pietraia d’Intermesoli.

La penultima asperità: la dolce salita di Sella dei Grilli

Attraversata l’alta Val Maone, ci trovammo sotto l’imponente parete est di Pizzo Cefalone, il cui “cengione” sommitale, sospeso nel cielo, incuteva un misto di timore e reverenza. Raggiungemmo di nuovo il Passo della Portella, luogo che porta ancora l’eco di drammatiche vicende lontane. Una di queste è descritta da  Francesco  De Marchi, primo a conquistare il Corno Grande nel 1573, racconta nelle sue memorie della terribile slavina del 1° maggio 1569, quando diciotto valligiani persero tragicamente la vita. Il sentiero, ormai ben segnato, ci riconduceva lentamente al Piazzale di Campo Imperatore, mentre il silenzio delle montagne sembrava custodire gelosamente le memorie di chi le aveva sfidate.

Il “Cengione” della Est di Cefalone con un piccolo “selfie”

Il percorso: Sella di Pratoriscio 2130 (albergo Campo Imperatore), Passo del Lupo 2153, Passo Portella 2260, Val Maone – Capanne 1957, Grotta dell’Oro 1710, Canale Grotta dell’Oro, Sella Picco Pio XI 2279, Conca del Sambuco 2050, Pizzo d’Intermesoli Meridionale 2635slm, Sella dei Grilli 2220, Sella del Cefalone 2320, Passo Portella 2260, albergo Campo Imperatore 2130. Percorso alpinistico passaggi fino al III, su cenge erbose.

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