Nevaio perenne di Fonte Rionne (canalino Y) carta l.G.M. (F. 140, III. NE) fra 1″12’50” – 1° 13’30” long. E e 42° 25’50” – 42°26’20” lat.N.

La “chandelle”
Della relazione tecnico-scientifica sul nevaio di Fonte Rionne — o Canalino Y — abbiamo già discusso ampiamente in precedenti articoli e pubblicazioni, approfondendo aspetti geologici, idrologici e morfologici: «Il nevaio perenne di Fonte Rionne o Canalino Y» pubblicata sul sito dei https://www.icorridoridelcielo.it/il-nevaio-perenne-di-fonte-rionne-o-canalino-Y e “Gli Ultimi Misteri del Gran Sasso” a mia firma (Ediz. Portofranco).
Oggi, però, accantoniamo per un momento la parte analitica per soffermarci su un dettaglio più simbolico, quasi poetico: una candela.
Una piccola, fragile candela che, in qualche modo, “sorregge” la memoria di una capanna legata al nevaio. Un punto di luce precaria in un ambiente ostile. Un’immagine che richiama la resistenza, la precarietà, l’intimità dei luoghi remoti — e che ci invita a riflettere su ciò che resta, e su ciò che il tempo porta via.
È qui che ritorna l’immagine della candela: un punto di luce precaria in un ambiente spesso ostile, un simbolo di presenza umana protetta — o forse minacciata — dall’immensità della montagna. Una candela che sorregge metaforicamente la capanna, così come la capanna sorreggeva chi l’ha attraversata per qualche minuto.



Chi risale il canalone di Fonte Rionne conosce bene il suo silenzio. Non un silenzio vuoto, ma un’eco profondo di pietra, di gelo, di storia. È il silenzio di un nevaio che da decenni sfida le estati appenniniche, incastonato tra pareti che lo proteggono e che sembrano custodirne l’anima.

Il plateau la sede del bacino di raccolta
In questo contesto appartato, la percezione del paesaggio diventa quasi rituale: ogni rumore risuona con lentezza, ogni passo interrompe per un attimo un equilibrio antico. Qui la natura non è semplice scenario, ma una presenza vigile, austera, che osserva e accoglie.
I nevai “perenni” custodiscono una memoria millenaria: negli strati più profondi si trovano imprigionate bolle d’aria antichissima, polveri e tracce che raccontano la storia del clima del pianeta. Studiare questi archivi di ghiaccio significa conoscere il passato della Terra e capire quale potrebbe essere il suo futuro. Per questo la loro perdita è doppiamente grave: non è solo la scomparsa di un paesaggio spettacolare, ma anche la cancellazione di una biblioteca naturale che nessun’altra forza potrà mai riscrivere.
I nevai e i ghiacciai hanno un ruolo concreto nella vita quotidiana dell’uomo: forniscono acqua dolce, alimentano fiumi e laghi, sostengono interi ecosistemi. La loro scomparsa significherebbe sete per milioni di persone e squilibri irreversibili negli ambienti naturali. Per questo il loro “silenzio eterno” non deve essere inteso come assenza di vita, ma come un grido che ci raggiunge proprio perché così sottile e discreto.
La capanna un giorno non ci sarà più, ma la sua storia rimane, come quella “candela accesa” che continua a illuminare — anche solo per un istante — un mondo di silenzi e di pietra.
E forse sta proprio in questo la vera essenza del nevaio: un luogo che insegna ad ascoltare ciò che non si vede più, ma che continua a vivere nei simboli, nei ricordi e nel rispetto che dobbiamo a queste montagne.




















