Il corposo nevaio riveniente dalla Coste di Sferruccio ancora presente, “vigilato” dal Tricolore

Quasi tutte le escursioni cominciano con una meta precisa. Si parte pensando a un luogo da raggiungere, a un itinerario già immaginato. Poi, qualche volta, è la montagna a cambiare il senso del cammino. Non lo fa con gesti eclatanti, ma con quella forza silenziosa che costringe a fermarsi, osservare e accettare che l’obiettivo non sia più quello stabilito alla partenza.

È ciò che è accaduto in questa occasione.

Le immagini che seguiranno raccontano un ambiente che sembra appartenere a un tempo diverso, sospeso tra ciò che la realtà concede e ciò che l’immaginazione fatica ad accettare. Eppure tutto è reale. È il risultato di un inverno eccezionale, quello del 2025-2026, quando nevicate imponenti e slavine di rara violenza hanno ridisegnato questo angolo di montagna, lasciando in eredità situazioni che, ancora nel mese di luglio, conservano il sapore dell’alta stagione invernale.

Non dirò quale fosse la meta iniziale. Chi conosce questi luoghi la riconoscerà senza difficoltà; gli altri potranno scoprirla strada facendo, seguendo il filo delle immagini e del racconto. In fondo, alcune montagne si comprendono meglio quando non svelano tutto subito.

Oggi rinuncio alle citazioni celebri. Ne avrei cercata una capace di racchiudere l’essenza di ciò che ho visto, ma nessuna è riuscita a rendere giustizia a questo scenario. Forse esiste, nascosta tra le pagine della storia o della letteratura, e un giorno la troverò.

Questo non è un itinerario da affrontare con leggerezza. L’isolamento è totale e impone esperienza, autonomia e prudenza. Ma è soprattutto la montagna, ancora ferita dalla forza delle slavine, a ricordare che nulla è davvero stabile. Blocchi di roccia, strappati alle pareti, riposano sui grandi nevai come in un equilibrio provvisorio. Basterà il progressivo scioglimento della neve perché riprendano il loro cammino verso valle, seguendo una legge antica quanto queste montagne.

In questo scenario, severo e insieme straordinario, la natura ha creato qualcosa che nessun uomo avrebbe potuto immaginare: i “funghi glaciali”della “Via dei Laghetti II”.

La Via dei Laghetti II
Il tipico fungo glaciale.
Visibile lo straordinario ex Bivacco Lubrano sormontato dal frastagliato Monte Prena

Non sono soltanto una curiosità geomorfologica. Sono il segno visibile del tempo della montagna, un tempo che non coincide con quello dell’uomo. Nascono dall’incontro tra neve, ghiaccio, sole, vento e pietra; crescono lentamente e altrettanto lentamente scompaiono, senza lasciare traccia del loro passaggio. Chi riesce a incontrarli comprende quanto sia fragile l’equilibrio che li sostiene e quanto sia breve la loro esistenza.

Camminare fin qui non significa conquistare una meta. Significa entrare, per qualche ora, in un mondo che la montagna ha costruito da sola, senza preoccuparsi di essere osservata. Noi possiamo soltanto attraversarlo con discrezione, consapevoli che la vera ricompensa non è aver raggiunto un luogo, ma aver assistito a un evento che appartiene all’ordine delle cose rare. Domani il sole continuerà il suo lavoro, la neve si ritirerà, le rocce riprenderanno il loro posto e tutto questo diventerà memoria. Ed è forse proprio questa sua natura effimera a renderlo così prezioso.

Concludiamo con una spiegazione tecnica della formazione dei “funghi glaciali”,un fenomeno geomorfologico tipico di molti ghiacciai alpini e documentato, in passato, anche sul Ghiacciaio del Calderone.

Con il progressivo arretramento del ghiacciaio e la degradazione del permafrost lungo i versanti, aumenta la frequenza dei crolli di blocchi rocciosi dalle pareti, in particolare da quelle esposte a nord. Quando un grande masso si deposita sulla superficie glaciale, agisce come uno schermo termico: la roccia riduce l’irraggiamento solare diretto sul ghiaccio sottostante e ne limita l’ablazione (fusione e sublimazione), mentre il ghiaccio circostante, privo di protezione, continua a fondere più rapidamente.

Questo processo differenziale porta alla formazione di una colonna di ghiaccio sormontata dal masso, dando origine al cosiddettofungo glaciale. Con il progredire dell’ablazione, il piedistallo glaciale diventa sempre più instabile fino a quando il blocco roccioso scivola o crolla ai lati della colonna; se il masso si deposita nuovamente su una porzione di ghiaccio, il processo può ripetersi.

La presenza e la successiva scomparsa dei funghi glaciali costituiscono un importante indicatore dell’intensità dei processi di ablazione e della progressiva perdita di spessore e volume del ghiacciaio.

Questo fenomeno è particolarmente frequente nei ghiacciai sviluppati in contesti carbonatici, dove le pareti sono costituite prevalentemente da calcari e dolomie, litologie soggette a intensa fratturazione e quindi alla produzione di abbondanti blocchi rocciosi. Nei massicci granitici, invece, l’evoluzione glaciale segue dinamiche differenti: l’erosione esercitata dal ghiaccio su rocce cristalline favorisce la formazione di conche sovraescavate che, una volta deglacializzate, possono riempirsi d’acqua dando origine ai “laghi glaciali”. Di questo aspetto parleremo più approfonditamente in un prossimo articolo.

Un fungo glaciale che un tempo si formava sul nostro Ghiacciaio del Calderone.
I funghi a confronto
I funghi glaciali disseminati lungo il nevaio.
Sulla Via dei Laghetti II
I funghi: quelli commestibili.

1 commento

Partecipa alla conversazione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati*