Dalle Grandi Traversate Alpinistiche alla straordinaria impresa di Hervè Barmasse: una storia che continua.

L’immagine della Catena del Gran Sasso osservata dallo spazio (ESA Agenzia Spaziale Europea e NASA)

Le grandi traversate alpinistiche rappresentano una delle espressioni più pure e ambiziose dell’esplorazione in montagna: non semplici ascensioni, ma viaggi continui attraverso creste, vallate e sistemi montuosi complessi, dove resistenza, orientamento e visione strategica si fondono in un’unica impresa. Se nelle Alpi queste traversate hanno assunto fin dall’Ottocento un carattere epico e pionieristico, è forse meno noto quanto anche la catena degli Appennini abbia offerto, nel corso della storia, scenari altrettanto affascinanti per imprese di lunga percorrenza.

L’immaginario collettivo associa spesso le grandi traversate a nomi e luoghi iconici dell’arco alpino, ma una lettura più attenta rivela come l’Appennino, con la sua estensione longitudinale e la varietà dei suoi ambienti, abbia rappresentato un terreno privilegiato per un alpinismo diverso: meno verticale, ma più narrativo, più intimo, profondamente legato al paesaggio e alla cultura dei territori attraversati. Dalle prime esplorazioni sistematiche tra Ottocento e Novecento fino alle moderne alte vie escursionistiche, queste traversate raccontano un modo alternativo di vivere la montagna, in cui la continuità del cammino diventa esperienza totale.

In questo contesto, itinerari lungo massicci come il Gran Sasso o la Majella hanno assunto nel tempo un valore emblematico, fungendo da laboratorio per pratiche di orientamento, autosufficienza e adattamento a condizioni ambientali mutevoli. Qui, l’alpinismo si è intrecciato con il trekking d’alta quota, dando vita a una tradizione che, pur meno celebrata, conserva un’autenticità rara.

Questa prefazione intende introdurre un percorso storico e culturale attraverso le grandi traversate, con particolare attenzione al contesto appenninico: un invito a riscoprire itinerari, protagonisti e motivazioni che hanno contribuito a definire un modo peculiare di vivere la montagna. Non soltanto conquista di vette, ma attraversamento consapevole di territori carichi di memoria e identità.

Il nostro racconto prende avvio da una traversata che, nel luglio del 1989, ci vide protagonisti. Il sottoscritto, capo cordata, insieme a Evelino Aio, atleta della gloriosa squadra dell’Aquila Rugby e due volte campione d’Italia, Guido Capri, affermato maratoneta e più volte vincitore della storica campestre “Attraverso i Castelli Aquilani”, un percorso di 44 kilometri e Emidio D’Antonio, anch’egli esperto maratoneta d’alta quota — oggi purtroppo entrambi scomparsi.

Nella notte del 22 luglio 1989, quando il silenzio della montagna sembrava sospendere il tempo, fummo accompagnati fino al Lago di Provvidenza, soglia simbolica e reale della nostra impresa. Era circa l’1:30, un’ora in cui il mondo degli uomini dorme e quello delle vette si rivela solo a chi è disposto ad ascoltarlo.

Non fu una partenza casuale: la storia, o forse il destino, volle che muovessimo i primi passi proprio là dove terminava il Sentiero n. 1 tracciato dalla Sezione Aquilana del Club Alpino Italiano, un filo ideale che univa la città alla montagna. Quel sentiero scendeva fino a L’Aquila, fino al quartiere di San Sisto, ultimo avamposto dell’abitato prima che la pietra lasciasse spazio alla roccia, e il quotidiano cedesse il passo all’essenziale.

Da quel punto iniziava il nostro attraversamento, un viaggio che non era soltanto geografico ma anche interiore. L’itinerario si snodava lungo alcune tra le cime più austere e significative del massiccio del Gran Sasso: il Monte Corvo, severo e silenzioso, custode di equilibri antichi; la Forchetta Falasca, passaggio sottile tra vuoto e respiro; la Cima delle Malecoste, aspra e solitaria, dove il vento sembra raccontare storie dimenticate.

Più avanti, una vetta ancora senza nome – allora anonima, oggi dedicata a Wojtyła – si offriva come un punto sospeso tra memoria e futuro, quasi a segnare il passaggio del tempo anche tra quelle rocce immutabili. E poi il Pizzo Cefalone, slanciato e fiero, ultima grande elevazione prima di concedere tregua.

Unica presenza umana lungo il percorso, il Rifugio Duca degli Abruzzi appariva come un presidio di civiltà in un mondo dominato dagli elementi, punto di ristoro non solo per il corpo, ma anche per lo spirito.

Quella notte non fu soltanto l’inizio di un’escursione, ma l’ingresso in una dimensione altra, dove ogni passo portava con sé il peso della storia e il respiro dell’eterno. La montagna, ancora una volta, non si limitava a essere salita: si lasciava attraversare, e in cambio trasformava.

Da lì proseguimmo verso Monte Aquila (2498 m), Vado di Corno, Monte Brancastello (2383 m), le Torri di Casanova (2362 m), Monte Infornace (2421 m), Monte Prena (2561 m), Vado Ferruccio (2220 m) e infine Monte Camicia (2564 m), per concludere la lunga traversata a Fonte Vetica.

Fu un’impresa dura, quasi epica: oltre 40 chilometri di percorso e più di 4100 metri di dislivello positivo, affrontati senza tregua. Dopo quasi quindici ore di cammino ininterrotto, alle 16:30 raggiungemmo finalmente la meta. Ad accoglierci c’erano amici e compagni di viaggio, tra cui il grande Fulvio Ciocca e Santino Farda, ma soprattutto l’abbraccio caldo e sincero del Rifugio De Carolis, che seppe restituirci energie, sorrisi e un senso profondo di conquista.

Oggi, purtroppo, quel presidio così prezioso non esiste più, cancellato dopo la ristrutturazione e il tragico incendio del settembre 2021. Resta però il ricordo vivido di quei momenti: seduti a tavola, con i piedi finalmente sotto, davanti a un piatto fumante di mezze maniche all’ortolana  e a una birra semplice, senza artifici, ma capace di raccontare tutta la bellezza dell’arrivo. Chissà se un giorno potremo tornare lì, a rivivere quella magia.

Quella traversata, forse una delle prime nel suo genere, meritò anche un articolo sul quotidiano “Il Messaggero”. Singolare, però, che la nostra impresa condividesse la stessa colonna con la “sagra dei fagioli” di Paganica. Ma anche questo, in fondo, appartiene al fascino di quegli anni: un tempo in cui grandi fatiche e piccole storie convivevano con la stessa semplicità.

Oggi, a distanza di anni, resta il valore di quell’esperienza: non soltanto una prova di resistenza, ma un modo autentico e profondo di attraversare la montagna, lasciandosi attraversare da essa.

L’articolo pubblicato su “Il Messaggero” .
Il primo Rifugio De Carolis a Fonte Vetica
La “famosa” Cappelletta di san Vincenzo sotto le pendici di Monte San Franco dove partono tutte le traversate.

Forte dell’esperienza maturata durante la traversata estiva, iniziai a concepire una versione invernale dell’itinerario: un progetto ben più impegnativo, di carattere decisamente alpinistico. L’ambiente invernale avrebbe imposto tempi dilatati, condizioni incerte e la necessità di suddividere l’impresa in due giornate, con pernottamento intermedio al Rifugio Duca degli Abruzzi — qualora aperto — oppure presso l’albergo di Campo Imperatore.

Era chiaro fin da subito che non si trattava di una semplice escursione: ramponi, piccozza e corda diventavano strumenti indispensabili, così come una solida esperienza su neve e misto, con il concreto rischio di dover rinunciare in caso di condizioni sfavorevoli. I compagni dell’estiva non disponevano della preparazione necessaria; per questo coinvolsi Ugo Imprescia, amico fidato alpinista e speleologo.

Quattro anni più tardi, tra il 29 febbraio e il 1 marzo 1992, tornammo su quelle montagne con un obiettivo ben più ambizioso. Partimmo dalla Cappelletta di San Vincenzo, sotto le austere pendici del Monte San Franco, luogo che, molti anni dopo, nel marzo 2025, avrebbe visto prendere il via la grande impresa di Hervé Barmasse.

L’accesso fu già di per sé una selezione naturale: costretti a salire da Arischia, con la strada del Vasto chiusa per l’incombente minaccia delle valanghe, ci immergemmo fin da subito in un ambiente severo, dove l’inverno detta legge e non concede attenuanti.

Davanti a noi si stendeva l’intera linea di cresta del massiccio, un tracciato continuo, esposto e grandioso, che oggi porta il nome evocativo de “Il Millenario”: una via sospesa tra cielo, neve e roccia, dove ogni passo è conquista e ogni errore può diventare fatale.

Non si trattava più di un semplice attraversamento, ma di una sfida totale, un confronto diretto con la montagna nella sua forma più pura e implacabile. E fu proprio con questo spirito che muovemmo i primi passi, consapevoli di entrare in un terreno dove esperienza, determinazione e rispetto sarebbero stati gli unici veri alleati.

La prima giornata si aprì in un ambiente severo e gelido, con la salita al Monte San Franco (2152 m), primo banco di prova. Da lì proseguimmo lungo l’ampia dorsale toccando il Monte Jenca (2208 m), quindi il Pizzo Camarda (2332 m) e la Cima delle Malecoste (2444 m). Il terreno, inizialmente scorrevole, iniziò progressivamente a farsi più tecnico ed esposto fino allo sperone che in seguito sarebbe stato denominato Cima Giovanni Paolo II.

Da questo punto la cresta si fece affilata, a tratti esile, sospesa tra vuoti importanti: un passaggio chiave ci condusse al Pizzo Cefalone (2533 m), superato il quale proseguimmo fino al rifugio, che trovammo chiuso. Fu quindi necessario scendere a Campo Imperatore per il pernottamento.

Al termine della prima giornata, la fatica accumulata era notevole. Ugo, provato, decise di interrompere la traversata e mi comunicò che il giorno seguente sarebbe sceso a valle per poi raggiungere, insieme a Fulvio Ciocca, Fonte Vetica per il recupero.

Il 1 marzo, alle prime luci dell’alba, ripresi da solo la salita verso il rifugio e mi immettei nuovamente sulla cresta. Attraverso un elegante filo aereo raggiunsi il Monte Aquila, per poi scendere lungo una lunga dorsale fino a Vado di Corno. In condizioni di neve portante, risalii con buon ritmo il Monte Brancastello (2382 m).

Monte San Franco 2152slm, la Vetta
Alba sul Monte Corvo 2623slm
Pizzo d’Intermesoli 2635slm e il Tricolore
Lo sperone roccioso dove fu installata la Croce dedicata a Giovanni Paolo II
Pizzo Cefalone 2533slm con l’antica e discreta Croce di Vetta
Il Rifugio Duca degli Abruzzi 2388slm

Da qui iniziò il tratto più impegnativo dell’intera traversata: attraverso le Torri di Casanova, il Monte Infornace e fino al Monte Prena (2561 m), affrontai creste affilate, tratti di misto roccia-ghiaccio e delicati ponti di neve. La progressione richiese concentrazione assoluta e precisione nei movimenti, ma le condizioni, seppur impegnative, si mantennero favorevoli.

Dal Prena, una neve farinosa facilitò la discesa verso Vado Ferruccio. Da lì, risalii un canale stretto ed esposto che mi condusse sulla vetta del Monte Camicia (2564 m), punto culminante dell’intero itinerario.

La discesa verso Fonte Vetica si rivelò tutt’altro che banale: la stanchezza accumulata e la trasformazione della neve, ormai marcia sotto l’azione del sole, resero la progressione faticosa e instabile.

Il previsto ristoro al rifugio De Carolis risultò impossibile per la chiusura stagionale, e solo a Castel del Monte trovammo accoglienza presso il ristorante “Il Gattone”. Inizialmente accolti con una certa diffidenza — complice il nostro aspetto provato e l’ora tarda— riuscimmo infine a guadagnarci un posto e, raccontando l’impresa, anche un clima decisamente più caloroso.

Così, anche la traversata invernale del Millenario fu portata a termine: un’esperienza totale, dove tecnica, resistenza e determinazione si sono fuse in un’unica, lunga linea di cresta sospesa tra inverno e alta montagna.

Alba sul Corno Grande 2912slm
Monte Aquila 2498slm la Vetta
Monte Infornace 2423slm
Monte Camicia 2564slm ultima vetta del “Millenario”

Il “Millenario” del giugno 1998 non lo racconterò qui, poiché ha già trovato voce e spazio nel mio libro “Gli Ultimi Misteri del Gran Sasso”, pubblicato da Portofranco nel gennaio 2025. Fu un itinerario vissuto sul filo della velocità, sospinto non solo dall’entusiasmo, ma soprattutto dalla solidità alpinistica dei due compagni che lo condivisero con me: Leandro Giannangeli e Raffaele Adiutori, destinati negli anni a diventare guide alpine.

Otto ore e venti minuti: tanto bastò per ricucire un dislivello positivo di quasi quattromila metri e oltre quarantadue chilometri di cammino. Numeri che oggi suonano quasi astratti, ma che allora si tradussero in respiro, fatica e determinazione.

Il ritorno al Rifugio De Carolis, a Fonte Vetica, ebbe il sapore quieto delle imprese compiute: non un traguardo rumoroso, ma un approdo essenziale, umano.

Rievocare oggi quell’esperienza in una luce più matura e consapevole significa restituirle profondità: non solo impresa, ma memoria viva di un tempo in cui la montagna si misura ancora con il passo e con il cuore.

Nel marzo del nuovo millennio, precisamente nel 2002, quando l’alpinismo italiano era alla ricerca di sfide capaci di mettere alla prova non solo il fisico ma anche la tenuta interiore, due nomi si imposero con determinazione: Leandro Giannangeli e Giampaolo Gioia.

Lo sguardo dei due forti alpinisti era già rivolto alle grandi quote himalayane, ma prima di confrontarsi con l’immensità dell’Asia scelsero un banco di prova altrettanto severo e carico di significato: il “Millenario”, un itinerario ormai noto tra gli appassionati per la sua durezza, resa ancora più implacabile dall’inverno.

Non fu una semplice ascensione, ma una dichiarazione di stile. Nessun supporto esterno, nessuna concessione alla leggerezza: affrontarono la montagna in totale autonomia, caricando sulle spalle tutto ciò che serviva — corde, ramponi, attrezzatura tecnica, ma anche tenda, sacco a pelo e telo termico. Ogni passo pesava di più, ogni tratto si allungava, ogni scelta diventava irrevocabile.

L’inverno avvolgeva tutto in un silenzio arcaico, quasi sacro. Il freddo non era solo una condizione, ma una presenza viva, capace di insinuarsi nelle ossa e mettere alla prova la lucidità. Ed è proprio in quell’ambiente ostile che la loro impresa assumeva un valore più profondo: non solo performance, ma testimonianza di determinazione, amicizia e rispetto autentico per la montagna.

Il “Millenario”, immobile custode del tempo e delle stagioni, si trasformava così in un rito di passaggio. Non un semplice allenamento in vista dell’Himalaya, ma un confronto diretto con i limiti umani, dove ogni bivacco nella neve e ogni metro conquistato diventavano racconto di volontà e coraggio.

Fu un viaggio breve nello spazio — una sola notte in tenda sulla vetta del Brancastello — ma immenso nel significato. Uno di quei rari momenti in cui l’alpinismo torna alla sua essenza più pura: l’uomo, la montagna, e il tempo sospeso tra i due.

In quegli anni, i racconti e le imprese che avevano iniziato a circolare tra gli appassionati di montagna accesero lentamente una scintilla. Non fu un fuoco improvviso, ma piuttosto una curiosità crescente, quasi un richiamo silenzioso che spinse altri alpinisti a volgere lo sguardo verso quegli itinerari d’alta quota, fino ad allora percorsi solo da pochi audaci precursori.

Fu così che, in una luminosa giornata di mezza estate, prese forma un nuovo progetto. Corrado Liberatore, figura nota anche a livello internazionale per il suo prestigioso passaporto Worldloppet — testimonianza concreta delle maratone sciistiche affrontate e portate a termine nei diversi angoli del mondo — mi confidò un’idea che aveva il sapore delle grandi sfide di un tempo.
Aggiungo che il documento è fornito di un “Global”, cioè comprende tutte quelle incluse nel circuito, e di due “Master 10 + 10”.

Accanto a lui, Francesco Adiutori, per tutti “Franz”: alpinista esperto, uomo di montagna temprato dall’esperienza e già membro del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza. Insieme, animati da quello spirito che unisce determinazione e passione, avevano deciso di misurarsi con il cosiddetto “Millenario”, un itinerario che evocava non solo fatica e tecnica, ma anche una sorta di dialogo intimo con la storia e con la montagna stessa.

Quella volta, il nostro ruolo sarebbe stato diverso. Io e Raffaele Adiutori, figlio di Franz, avremmo fornito supporto da terra, seguendo l’impresa con l’autovettura, quasi a tessere un filo invisibile tra la valle e le alte quote, tra chi affrontava la montagna passo dopo passo e chi, da sotto, ne accompagnava il cammino.

Non era soltanto un tentativo alpinistico. Era, in fondo, la prosecuzione di un racconto: un passaggio di testimone tra generazioni di uomini che, davanti alle vette, continuavano a cercare qualcosa che andava oltre la semplice conquista.

I due, pur non essendo più nel fiore degli anni — Corrado Liberatore nato nel 1940 e Francesco Adiutori nel 1937 — portavano con sé il peso e il valore di un’esperienza che, sommata, faceva quasi cento trent’anni di vita vissuta. Un’età che per molti avrebbe significato rinuncia, ma che per loro rappresentava invece la misura di una passione mai sopita.

All’alba del 19 settembre 2003, quando il giorno era ancora una promessa sospesa tra ombra e luce, vennero accompagnati alla consueta Cappelletta di San Vincenzo, ai piedi del Monte San Franco, prima asperità di un itinerario che non concedeva tregua. Da lì avrebbe avuto inizio il loro cammino, fatto di passi lenti ma determinati, immersi nel silenzio severo della montagna.

Io e Raffaele Adiutori, fedeli al nostro ruolo di supporto, ci muovemmo con ben altro ritmo. Senza fretta, dopo le consuete incombenze del mattino, raggiungemmo Fonte Vetica, luogo d’attesa e di passaggio, dove il tempo sembrava scorrere con una calma quasi irreale.

Ma la montagna, si sa, non ama la prevedibilità. Custodisce sempre un margine d’imprevisto, un’ombra di sorpresa pronta a mutare i piani più semplici.

Fu così che, insieme a Raffaele, decidemmo di salire loro incontro, spingendoci fino alla vetta del Monte Camicia, che con i suoi 2564 metri domina l’intero itinerario, punto più alto e simbolico di quella storica traversata. Là, sospesi tra cielo e pietra, li avremmo attesi, partecipando a nostro modo a quell’impresa che univa fatica, memoria e un profondo rispetto per la montagna.

Le sensazioni che ebbero i due protagonisti non ve le posso raccontare perché, in queste imprese, sono del tutto personali. Tuttavia all’arrivo a Fonte Vetica — ma questo si percepì già dalla vetta del Camicia — i loro volti erano pieni di gioia e soddisfazione per l’impresa portata a termine, tra l’altro in sole 14 ore, data l’età non più giovanile, come già scritto.

Questa volta, oltre alla calorosa accoglienza della famiglia De Carolis, proprietaria dell’omonimo rifugio, ci fu anche spazio per un intermezzo musicale: un noto “artista” aquilano, Aurelio Nolletti, che con la sua mitica chitarra allietò e risollevò lo spirito dalle fatiche sostenute — in primis i protagonisti dell’impresa, in secundis la “cordata di contorno” che partecipò a quella straordinaria missione.

Uscirò per una breve parentesi dal seminato per rivelarvi la canzone cavallo di battaglia del “maestro”  Aurelio, purtroppo non più tra noi: quella che chiudeva il suo repertorio, seppur contenuto, era “Rose Rosse per Te” di Massimo Ranieri. Certamente questo brano va ascoltato in presenza di un pubblico femminile… ma al “maestro” Aurelio tutto era permesso.

Il ricordo di quella giornata resta vivido, quasi sospeso nel tempo: una rievocazione storica fatta di passi, silenzi, fatica e umanità, in cui la montagna non fu soltanto sfondo, ma vera protagonista.

Il biglietto autografo dell’Alpinista Francesco Adiutori classe 1937 dove annova tutte le vette attraversate
Adiutori Francesco sul Pizzo d’Intermesoli
L’Alpinista Corrado Liberatore, classe 1940, sul Pizzo d’Intermesoli

Forti ormai delle esperienze maturate nelle traversate alpinistiche d’alta quota, sentivamo che era arrivato il momento di alzare l’asticella. L’orizzonte, neanche troppo lontano, era quello del Tor des Géants: una delle prove di endurance trail più dure e prestigiose al mondo. Non una semplice gara, ma un vero “giro dei giganti”, 330 chilometri e 24.000 metri di dislivello, lungo le Alte Vie valdostane, al cospetto dei grandi quattromila alpini. Un banco di prova estremo, da meritarsi passo dopo passo.

Fu con quello spirito che nacque l’idea: costruire un test in casa, duro, continuo, senza sconti. La linea di partenza era fissata nel cuore urbano, nel quartiere di San Sisto. Da lì, avremmo imboccato il primo tratto del Sentiero n. 1 del CAI, lasciandoci rapidamente alle spalle l’asfalto per entrare in una progressione sempre più verticale. Il passaggio per Monte Stabiata segnava già un primo cambio di ritmo: pendenze sostenute, fondo irregolare, necessità di gestire lo sforzo senza andare fuori giri.

La salita verso la Cappelletta di San Vincenzo rappresentava uno snodo chiave, non solo geografico ma anche mentale. Da quel punto, infatti, iniziava il tratto del “Millenario”: un segmento lungo e selettivo, dove la continuità dello sforzo metteva alla prova economia di corsa, gestione delle energie e capacità di alimentazione. Qui il gesto diventava essenziale: passo corto, cadenza regolare, attenzione al terreno.

Superata Fonte Vetica, ambiente più aperto e battuto dal vento, il percorso imponeva un cambio di registro. Le variazioni altimetriche e il fondo più corribile invitavano ad aumentare l’andatura, ma senza perdere lucidità. La progressione verso Fonte Zorlana richiedeva ancora disciplina: ogni rilancio andava calibrato, ogni discesa gestita per preservare la muscolatura.

Elemento strategico non secondario era il cambio scarpe previsto a Vado di Corno, poco oltre metà percorso. Una scelta tecnica precisa: alleggerire il piede, adattarsi meglio al terreno successivo, ridurre il rischio di vesciche e sovraccarichi dopo ore di attività continua.

L’arrivo a Castel del Monte non era soltanto una meta geografica, ma la chiusura di un cerchio: circa 65 chilometri e 4200 metri di dislivello positivo concentrati in un’unica giornata. Un test completo, evocativo e concreto insieme. Non ancora il “Tor”, ma qualcosa che ne richiamava l’essenza: gestione del tempo, del corpo e della mente lungo una linea che non concede scorciatoie.

In questa occasione il mio compagno di viaggio fu Giampiero Tartaglia, atleta d’alta quota classe 1978, significativamente più giovane ma dotato di grande solidità e resistenza. Con lui e con Cristhian Cioni, ciclista di straordinaria potenza, avevamo già consolidato un’intesa operativa affrontando alcune delle più impegnative sfide in ambiente montano, laddove le famose “rasoiate” erano devastanti per ognuno di noi.  Il supporto logistico fu affidato all’Amico comune Mauro Marcocci, triatleta di livello internazionale, che avrebbe garantito assistenza nei punti chiave del tracciato.

Partimmo la mattina dell’8  novembre del 2008 dal quartiere di San Sisto, all’Aquila, in condizioni meteorologiche tutt’altro che favorevoli: una copertura nuvolosa bassa generava umidità diffusa e visibilità ridotta. Il primo segmento, dall’Aquila fino a Vado di Corno passando per la solita Cappella di San Vincenzo, si svolse con regolarità, nonostante una pioggia leggera ma persistente.

Raggiunto Vado di Corno, effettuammo un cambio scarpe strategico grazie all’assistenza puntuale di Mauro. In quel momento il quadro meteorologico peggiorò sensibilmente: la precipitazione divenne più intensa e continua, compromettendo la sicurezza del previsto tratto sul Sentiero Alpinistico del “Centenario”. Optammo quindi per una variante tattica: attraversare integralmente di corsa l’Altopiano di Campo Imperatore.

La progressione proseguì in direzione di Fonte Vetica e successivamente Fonte Zorlana, mantenendo un ritmo costante nonostante le condizioni del terreno rese insidiose dalla pioggia. Dal Guado della Montagna affrontammo una discesa tecnica, impegnativa sia dal punto di vista muscolare che della concentrazione, che ci condusse direttamente verso l’abitato di Castel del Monte.

L’arrivo, avvenuto in tarda ora, fu percepito come un vero e proprio miraggio, dopo ore di esposizione continua agli elementi atmosferici.  Ricordo un gesto semplice ma emblematico: l’acquisto di due limoni in un piccolo negozio del paese, preludio al rientro nella mia abitazione dove un tè caldo e una doccia rigenerante segnarono il ritorno a condizioni di normalità.

Il bilancio tecnico della giornata evidenziò circa 52 chilometri percorsi e un dislivello positivo complessivo di 3200 metri, inferiore ai 4200 inizialmente previsti ma comunque significativo in relazione alle condizioni meteo e alla variante adottata. Anche questa esperienza, adattata in corso d’opera con lucidità e spirito di squadra, fu portata a termine con successo.

Nel quadro di una possibile partecipazione al TOR e nel contesto ancora segnato dal post-sisma dell’aprile 2009, avevo concepito un concatenamento severo di alte vette, strutturato come una traversata continua d’alta quota, dove la gestione dello sforzo e dell’autonomia aveva assunto un ruolo centrale e non accessorio.

La partenza da Fonte Cerreto (1123 m) aveva rappresentato soltanto l’innesco di una progressione verticale costante. Il primo segmento mi aveva condotto a Fonte Portella (1870 m), uno dei rarissimi punti di approvvigionamento idrico, rivelatosi essenziale in un itinerario impostato in totale autosufficienza. Da lì avevo attaccato la salita verso il Pizzo Cefalone (2533 m), affrontando pendenze sostenute su terreno tipicamente appenninico d’alta quota, instabile e selettivo.

La traversata verso la Sella e Fonte dei Grilli (2220 m) aveva introdotto una fase più tecnica e mentale, fungendo da preludio alla successiva ascesa al Pizzo d’Intermesoli (2635 m), una delle cime più impegnative del massiccio per sviluppo, esposizione e morfologia. La discesa verso le Capanne (1900 m), seguita dalla risalita al Rifugio Garibaldi (2230 m), aveva imposto continui cambi di ritmo, tipici delle lunghe traversate di respiro alpino.

Il cuore dell’itinerario si era concretizzato nella salita al Corno Grande, Vetta Occidentale (2912 m), affrontata lungo il sentiero estivo, impropriamente conosciuta come “La Normale”: un’ascesa lunga, fisicamente esigente, dove la quota e l’accumulo della fatica avevano iniziato a presentare un conto concreto. La discesa per la Direttissima aveva richiesto attenzione costante e piena lucidità, soprattutto in condizioni di affaticamento avanzato.

Dalla Sella del Corno Grande (2421 m) avevo proseguito verso Monte Aquila (2498 m), mantenendo quota e continuità di movimento, prima di scendere al Vado di Corno (1912 m). Qui si era aperto il tratto finale: il Sentiero Alpinistico del “Centenario”, segmento tecnico ed esposto, che aveva richiesto sicurezza di passo, precisione e concentrazione fino all’arrivo a Fonte Vetica (1600 m).

Il bilancio complessivo era risultato significativo: 35 km e 4700 metri di dislivello positivo, percorsi in completa solitudine. La gestione dell’idratazione, garantita unicamente da Fonte Portella e Fonte dei Grilli, aveva comportato un consumo complessivo di circa 6 litri di liquidi, elemento determinante per sostenere uno sforzo così prolungato.

Nonostante la durezza della prova, fatta di fatica e concentrazione assoluta, l’esperienza assunse un valore ancora più alto grazie al sostegno, silenzioso ma incrollabile, di mia moglie Giuliana: presenza lontana nel corpo, ma vicinissima nello spirito, compagna invisibile di ogni passo e di ogni respiro.

E quando la giornata volse al termine, come spesso accade dopo le imprese più autentiche, giunse il momento della ricompensa: un pranzo conviviale e rigenerante presso il rifugio della famiglia De Carolis, approdo caldo e accogliente, degna conclusione di un’ascesa che aveva messo alla prova corpo e anima.

Fu da questi primi racconti, sussurrati più che proclamati, che altri escursionisti e alpinisti iniziarono a volgere lo sguardo verso questa traversata antica, quasi fuori dal tempo, intrisa di fascino e rispetto.

E così, senza clamore né testimoni, nel giorno del solstizio d’estate del 2018, l’amico e fratello  Matteo Pacifico scelse di misurarsi con essa. Solo, in silenzio, come si conviene alle imprese più pure, si incamminò lungo quei 43 chilometri segnati da 3670 metri di dislivello positivo: un viaggio non soltanto nella montagna, ma dentro sé stesso.

Più tardi racconterà di aver sfiorato il dubbio, di aver temuto di non riuscire a portare a compimento quell’impresa. Ma chi conosce davvero Matteo sa che in lui dimorano tenacia e volontà fuori dal comune: per questo, il suo arrivo al Rifugio De Carolis non fu una sorpresa, bensì il naturale compimento di un destino già scritto tra le pieghe della sua determinazione.

Ecco il famoso “Millenario” osservato dai Canali del Ventaglio del Gruppo dell’Ocre

E siamo così giunti all’epoca dei social. È il 20 giugno 2020, nel silenzio irreale del mondo fermo per il COVID, quando un manipolo di uomini temprati dalla montagna — Giampiero Tartaglia, Massimiliano e Piergiorgio Olla, Francesco D’Aurizio e Ugo Sansone — sceglie di sfidare ancora una volta il “Millenario”.

Ma questa volta lo fanno controcorrente, da est verso ovest, partendo da Fonte Vetica per puntare alla Cappelletta di San Vincenzo, con Igor Antonelli, anch’esso validissimo alpinista,  a vegliare su di loro da terra.

Tredici ore di fatica, 3.522 metri di salita e oltre 42 chilometri di creste, vento e resistenza: un viaggio lungo un giorno intero, dove ogni passo è conquista e ogni metro guadagnato racconta la forza e la determinazione di chi non si ferma.

Dopo questo necessario sguardo alla storia, giungiamo finalmente alla straordinaria impresa di Hervé Barmasse, tra i più grandi interpreti dell’alpinismo contemporaneo a livello internazionale.

Il suo incontro con l’Abruzzo, e in particolare con il maestoso Gran Sasso, avviene grazie al regista Luca Cococcetta, autore nel 2023 del film Monte Corno. L’opera rievoca la prima ascensione documentata del “Corno Monte”, compiuta il 19 agosto 1573 dall’ingegnere militare bolognese Francesco De Marchi — un’impresa che, sorprendentemente, rappresenta la prima relazione scritta di una salita alpinistica nella storia mondiale.

Durante le riprese del film, alle quali partecipò come attore e alpinista, Barmasse rimase profondamente colpito da questa montagna aspra e luminosa, incastonata nel cuore dell’Appennino. Un fascino che non si esaurì con la fine del progetto, ma che si trasformò in un desiderio: tornare, in inverno, per dare forma a una nuova visione.

Fu osservando un’immagine satellitare realizzata dall’Agenzia Spaziale Europea e dalla NASA che quell’intuizione prese corpo. In quella distesa immacolata, Barmasse vide qualcosa di unico, quasi irreale. Come raccontò nella trasmissione Kilimangiaro su Rai 3, condotta da Camila Raznovich:
“…quest’isola bianca negli Appennini, in Italia… mi piacerebbe attraversarla…”

Un’immagine potente, quasi poetica: un’isola sospesa nel gelo, lontana dal mondo, tutta da esplorare.

E da qui, ha inizio la vera impresa.

Il pomeriggio del 5 marzo dello scorso anno ricevo una telefonata dal mio amico Igor Antonelli. Oltre a essere un bravo alpinista, è anche un eccellente organizzatore di eventi sportivi e, insieme alla compagna Lucia — dalle mani d’oro per l’alta pasticceria — gestisce con passione due B&B: il più intimo, “Lo Chalet di Ocre”, a San Felice d’Ocre, e un’elegante struttura ospitata in un palazzo settecentesco nel cuore del capoluogo, “Amaranto”.

Hervé era già stato loro ospite durante le riprese del film.
“Vieni stasera,” mi dice Igor, “Hervé vuole fare un briefing con alcuni alpinisti locali per raccogliere informazioni sulla traversata di domani.”

Per un attimo resto in silenzio. Poi rispondo quasi d’istinto:
“Cosa potrei mai dire a un grande alpinista che già non sappia?”

Eppure, onorato dell’invito, alle 19:00 raggiungo lo Chalet di Ocre. Porto con me una copia del mio libro, Gli Ultimi Misteri del Gran Sasso, pubblicato appena due mesi prima. A pagina 103 si racconta proprio del “Millenario”, uno dei passaggi che Hervé avrebbe affrontato concatenandolo con altre cime oltre i duemila metri, incluso il Corno Grande, la vetta più alta dell’Appennino con i suoi 2912 metri.  Quello che nessuno, come si è potuto leggere nei racconti precedenti, aveva mai fatto.

All’interno trovo un piccolo mondo di montagna: Pierluigi Parisse, “Ju Lupe”, grande alpinista, anch’esso aveva preso parte al film “Monte Corno”, il figlio Roberto — fotografo e alpinista —, il regista Luca Cococcetta, un operatore cinematografico e naturalmente Igor. Ognuno, con la propria esperienza, contribuisce a costruire un mosaico di racconti, consigli, memorie.

Quando arriva il mio turno, esito appena. Poi, quasi con cautela, porto l’attenzione su un punto preciso: il traverso delle Malecoste. Un passaggio sottile, ingannevole. Lì la neve, custodita dall’ombra, non si lascia addomesticare: resta fragile, incerta, mai davvero trasformata.

Gli auguri partono misurati, quasi di circostanza. Ma qualcosa cambia rapidamente: le parole si scaldano, si fanno vere.
L’appuntamento è fissato all’alba, alla, oramai storica,  cappelletta di San Vincenzo. Ci salutiamo così, senza aggiungere altro. Ognuno torna a casa accompagnato dai propri pensieri.

La mattina seguente, Hervé non sarà solo, anche se lo sembrerà. Da terra lo seguiranno Igor, Luca, Roberto, Pierluigi, insieme all’operatore.
Io, invece, resto in città. Davanti a me, una tabella di marcia. E uno schermo. È lì che si consumerà la mia attesa.

C’è un piccolo ritardo tecnico. Poi, finalmente, Hervé parte. Dalla piccola struttura religiosa. Da quel punto esatto in cui il progetto smette di essere idea e diventa gesto.  E mentre la traccia prende forma sullo schermo, metro dopo metro, qualcosa cambia anche in me.  Capisco che non sto assistendo soltanto a un’impresa alpinistica.
C’è altro. C’è una qualità diversa, difficile da nominare ma impossibile da ignorare: il senso vivo della storia mentre accade.

Un uomo solo, su quella “isola bianca”. Un’intuizione che trova il suo corpo, il suo tempo, il suo spazio.

Di quei due giorni, Hervé parlerà più tardi. La sera del 7 marzo, nella quiete accogliente della Caffetteria da Lorenzo, a Civita di Bagno, tra un tagliere generoso e qualche birra condivisa. Poi in televisione, al Kilimangiaro, dove uno dopo l’altro pronuncerà i nomi di chi gli è stato accanto. E ancora, negli incontri che seguiranno. Sempre con la stessa misura: riconoscenza, rispetto, memoria.

Riascoltare quei racconti, rivedere quei passaggi, non è soltanto ricordare.
È tornare su quella linea sottile, tesa tra intuizione e coraggio:
il punto esatto in cui le imprese smettono di appartenere a chi le compie
e cominciano, silenziosamente, a restare.

Eppure, come ormai accade sempre più spesso — soprattutto nell’epoca dei social — c’è chi sente il bisogno di ridimensionare le imprese altrui, ancor più se arrivano da fuori regione.  Nel panorama alpinistico teramano emergono i nomi di Carlo Partiti e Lino Di Marcello. In particolare, Partiti rivendica con forza una traversata invernale del 1997, sostenuta però da racconti frammentari, incompleti, a tratti contraddittori.

Emblematico è l’episodio della fotografia inviata a Hervé Barmasse: un’alba sul Monte Corvo che, a uno sguardo più attento, si rivela essere un tramonto. Un dettaglio? Forse. Ma anche il segno di una narrazione che fatica a trovare riscontri solidi.

È stato proprio da queste incongruenze che è nata la mia ricerca storica: un tentativo di riportare alla luce i fatti, distinguendo la memoria dalla realtà documentata. Manoscritti, ritagli di giornale, testimonianze: di quella traversata, così come raccontata, non emerge traccia concreta.  Forse è rimasta soltanto nella memoria di chi la racconta — un itinerario affascinante, sì, ma per noi umani difficilmente concepibile.

Perché esiste una differenza sottile ma decisiva tra ciò che si immagina e ciò che si compie davvero.
E in quella differenza si colloca la dimensione di uomini come Hervé Barmasse:
non semplicemente alpinisti, ma esploratori di un limite che sembra appartenere a un altro pianeta.

Catena del Gran Sasso (foto satllitare)

3 comments to “Dalle Grandi Traversate Alpinistiche alla straordinaria impresa di Hervè Barmasse: una storia che continua.”
  1. Ribadisco se queste grandi esperienze fossero state fatte in una qualsiasi altra parte del mondo avrebbero avuto ben più rilevanza di quella avuta, pertanto essere accomunati alla sagra del fagiolo (serve anche questa certamente) non sminuisce certamente i valori delle imprese. Buon cammino

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