Il curioso mistero del “calendario” che sorregge l’impalcatura del, già noto, Laghetto Sofia.


La pagina di copertina del calendario 2023

L’Associazione Sportiva “I Corridori del Cielo”, che ho l’onore di presiedere, nasce da un amore autentico e profondo per la montagna e dal desiderio di restituire valore, attenzione e cura ai territori d’alta quota, in particolare a quelli straordinari dell’Abruzzo. La nostra missione è promuovere la sicurezza, la cultura e il rispetto della montagna, ma anche lasciare segni concreti e duraturi: opere alpine che possano diventare punti di riferimento, riparo e benessere per tutti coloro che scelgono di vivere e attraversare questi luoghi straordinari.

Tra le iniziative più significative che abbiamo ideato e coordinato vi è il riposizionamento di un bivacco a 1804 metri di quota sulla catena orientale del Gran Sasso, una delle operazioni più complesse e affascinanti mai realizzate dall’associazione. Si è trattato di una straordinaria operazione aero-terrestre, delicata e spettacolare allo stesso tempo, resa possibile grazie all’impiego di tre velivoli: uno della Guardia di Finanza, uno dei Vigili del Fuoco e, nel momento decisivo, l’intervento magistrale di un elicottero Chinook dell’Esercito Italiano. Accanto alla tecnologia e alla professionalità delle istituzioni, il cuore dell’impresa è stato il lavoro appassionato e sinergico di volontari, tecnici e professionisti che hanno condiviso un obiettivo comune.  Questo intervento non rappresenta soltanto un importante risultato tecnico: è soprattutto un gesto concreto di attenzione e responsabilità verso l’ambiente montano e verso tutte le persone che, salendo in quota, cercano nella montagna libertà, silenzio e ispirazione.

L’Associazione prende vita anche da una ferita profonda: il terribile sisma che ha devastato il capoluogo abruzzese e molti paesi del territorio circostante. Di fronte a una tragedia così grande, abbiamo sentito il bisogno di reagire, di non restare immobili. Da quel dolore è nato un impegno forte e condiviso: trasformare la sofferenza in energia positiva, in azioni concrete capaci di sostenere il territorio, rafforzare il legame con la montagna e offrire nuovi segni di speranza alla comunità.

L’Associazione nasce ufficialmente nel marzo del 2011, in concomitanza con il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Fin da quell’anno realizza un calendario fotografico che raccoglie le più belle immagini scattate durante le attività alpine e le iniziative in montagna.  Il calendario viene ogni anno sponsorizzato da diverse aziende che scelgono di sostenere l’associazione e di contribuire alla realizzazione delle opere montane promosse dall’organizzazione.

Nel 2023 uno degli sponsor del calendario è stata la UNIREST, azienda impegnata nella progettazione e realizzazione di opere in muratura, ferro, prefabbricati ecc., con cantieri distribuiti su tutto il territorio nazionale. L’azienda acquistò 50 copie del calendario e una di queste arrivò nelle mani del dott. Carlo Di Ninni, già funzionario dell’ABI (Associazione Bancaria Italiana), con sede a Roma, in Piazza del Gesù 49, presso Palazzo Altieri.

Qui è necessario aprire una breve parentesi. Nel 2017 ebbi infatti l’occasione di visitare Palazzo Altieri, mentre mi stavo occupando della ricostruzione storica di uno slalom speciale disputato sul Ghiacciaio del Calderone il 15 agosto 1963. Il racconto di quell’episodio sarebbe poi confluito, alcuni anni più tardi, nel mio libro “Gli Ultimi Misteri del Gran Sasso” (edizioni Portofranco, gennaio 2025). Ricordo ancora con piacere l’incontro avvenuto durante il periodo natalizio di quell’anno, quando fui ricevuto con grande cordialità dal dottor Giampietro Nattino, allora presidente onorario della Banca Finnat, la cui sede si trova proprio nello storico palazzo romano. Nattino, che aveva partecipato personalmente allo slalom del 1963, si mostrò subito disponibile a rievocare quei ricordi lontani. Purtroppo il banchiere è scomparso nell’ottobre 2024, e non ho fatto in tempo a consegnargli una copia del libro in cui ho raccontato anche quella sua singolare esperienza sportiva.

La copertina del libro
Il Bacino Glaciale del Calderone dove si disputava lo slalom
I soci Alessandro Ranzo, Sergio Lamberto Cimini, Renato Andaloro e Giampietro Nattino alla Vasaloppet del 1969 (L’Appennino 1969) (Archivio della Sezione CAI di Roma)

Di quella visita mi è rimasta impressa, oltre alla cordialità dell’incontro, anche la straordinaria bellezza degli ambienti di Palazzo Altieri: le magnifiche volte affrescate, la luce che filtra nelle grandi sale e l’atmosfera solenne di un luogo in cui la storia sembra ancora respirare tra le pareti.

Palazzo Altieri (1650)
Dal  libro a firma di Giampietro Nattino (Ed. FrancoAngeli 2022). “Il cardinale Emilio Altieri (1590-1676) venne eletto Papa, ottantenne, con il nome di Clemente X. Il palazzo di famiglia, Altieri appunto, prospicente piazza del Gesù, è col tempo e per più versi diventato un simbolo: vi ha abitato Anna Magnani, dopo la fine del rapporto con Roberto Rossellini: è da molti anni sede dell’ABI, l’Associazione delle Banche Italiane; ma è anche il luogo in cui da tempo immemore si aprono, meglio si socchiudono, con cautela, le porte di Banca Finnat Euramerica (1898), il cuore finanziario più riservato di Roma”.   

Tornando alla nostra vicenda, nei primi giorni del 2024 il dott. Di Ninni, non avendo ancora ricevuto il nuovo calendario e ricordando con piacere le fotografie dell’edizione precedente — forse anche perché quell’anno mancava il logo UNIREST — scrisse all’indirizzo email dell’Associazione chiedendo che gli venisse spedita una copia del calendario. Nella sua richiesta si dichiarava disponibile a pagarne il costo insieme alle spese di spedizione. La richiesta venne naturalmente accolta e il calendario gli fu inviato senza difficoltà.

Nel dicembre del 2024 il dott. Di Ninni mi contattò nuovamente per richiedere il calendario del 2025. Questa volta, però, la cosa suscitò in me una certa curiosità: chi era questo signore che sembrava essersi così affezionato al calendario dell’Associazione?  Approfittando del fatto che in quei giorni mi sarei recato a Roma per incontrare alcuni amici e scambiarci gli auguri per le festività natalizie, gli proposi di vederci di persona. In questo modo avrei evitato il confezionamento — peraltro piuttosto delicato — e lui avrebbe risparmiato le spese di spedizione; ma soprattutto avremmo avuto l’occasione di conoscerci e di consegnargli il calendario brevi manu.

Fissammo quindi un appuntamento per le ore 10 del 24 dicembre 2024 a Piazza Risorgimento. Riconobbi subito il dott. Di Ninni, che arrivava accompagnato da una signora, grazie ad alcune fotografie che avevo visto su internet risalenti al periodo in cui era in servizio presso l’ABI. Dopo la consueta stretta di mano mi invitò a prendere un caffè in un bar nei pressi di Via Cola di Rienzo. Appena seduti, mi liberai subito del calendario — non certo perché fosse pesante — ma perché dentro di me cresceva quella naturale curiosità che spinge a voler intuire qualcosa di più della persona che si ha di fronte. Avevo già provato a farmi un’idea: immaginavo che non fosse romano né laziale e, chissà, forse addirittura abruzzese come me. Bastarono pochi minuti di conversazione, dopo i consueti convenevoli iniziali, perché la prima “maschera” cadesse e ogni dubbio si dissolvesse: il dottor Di Ninni era originario di Chieti.

Superato il velo iniziale delle battute un po’ formali, il dottor Di Ninni mi propose con naturalezza di abbandonare il “lei” e passare al “tu”, forte anche della sua maggiore età che gli concedeva quella libertà. Da quel momento il dialogo cambiò ritmo: divenne più spontaneo, più vivo, quasi come se tra noi si fosse aperto uno spazio di confidenza inatteso. Fu allora che gli raccontai del libro che avevo appena dato alle stampe. Un lavoro nato da anni di studio e di ricerca, dedicato a fatti e a nuove scoperte ancora inedite sulla catena del Gran Sasso, di cui avevo accennato poco prima. Gli spiegai che di lì a poco ne avrei tenuto la presentazione ufficiale in una sala universitaria della mia città.

Parlai con entusiasmo, quasi con emozione. Per me quel momento non rappresentava soltanto la presentazione di un libro: era il traguardo di un lungo cammino fatto di passione, di studio e di infinite giornate trascorse tra le montagne del Gran Sasso, luoghi che nel tempo erano diventati molto più di un semplice oggetto di ricerca. Erano diventati parte della mia storia.

Ci congedammo con viva cordialità, scambiandoci i più fervidi auguri per le imminenti festività natalizie e con l’auspicio che, una volta fissata la data della presentazione del libro, Carlo Di Ninni e sua moglie potessero presenziare all’evento. Mi confidò anche che aveva esaurito i punti della patente e che, di lì a poco, avrebbe sostenuto gli esami riparatori per poter tornare a guidare.

Dopo le festività natalizie, in accordo con l’Ateneo aquilano fissammo finalmente la data della presentazione del mio libro: il 24 gennaio 2025, alle ore 17:30, presso il Palazzo del Rettorato. Non appena stabilita, comunicai subito la notizia a Carlo, affinché potesse organizzarsi e prendere parte all’evento.

Proprio pensando alla sua affezione e alla costante disponibilità dimostrata verso le attività dell’Associazione — e in particolare a quel “calendario” a cui teneva tanto — avevo voluto riservare per lui e per la Signora due posti in prima fila. Un piccolo gesto di riconoscenza, ma sentito. Arrivarono con largo anticipo, come nel loro stile: questo permise loro di scegliere con calma il posto che ritenevano migliore, vivendo fin dall’inizio quell’atmosfera di attesa e partecipazione che precede i momenti importanti.

Terminata la presentazione del libro, il dottor Di Ninni volle acquistare alcune copie. Rimase, tra l’altro, colpito dalla fotografia di copertina, che ritraeva una signora seduta su una roccia con sullo sfondo le pareti innevate del Gran Sasso.

Subito arrivò la domanda di rito da parte di Carlo:
«Cosa ci fa una signora, per di più in gonna, tra le pareti rocciose del Gran Sasso?»

Spiegai subito a Carlo che si trattava di una certa Sofia, la donna che aveva dato il nome all’omonimo laghetto situato nella depressione del noto Ghiacciaio del Calderone. Il luogo, tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del secolo scorso, fu oggetto di osservazioni e studi da parte dell’ingegnere Dino Tonini, che lavorava per il Comitato Glaciologico Italiano e per la Sezione Idrologica del Ministero dei Lavori Pubblici, con sedi a Milano, Roma e Pescara.

Gli spiaggianti al Laghetto Sofia nei primi anni della sua formazione (1935)

È opportuno fare due precisazioni. Durante quegli anni di osservazioni Tonini veniva frequentemente in Abruzzo e, in particolare, anche all’Università di Chieti. Fu proprio in quell’ambiente che conobbe Sofia Mapei, dell’omonima azienda agricola con sede a Nocciano (PE), che successivamente divenne sua moglie. Tutta questa storia è riportata nel mio libro a pagina 61 e seguenti.

La seconda precisazione riguarda il 2017, quando iniziai le mie ricerche proprio per scoprire chi fosse il volto del “famoso” Laghetto Sofia. Attraverso le relazioni di Tonini scoprii che, a un certo punto — e precisamente nella relazione glaciologica del 1951 — egli eliminò il termine scientifico “laghetto inframorenico del Ghiacciaio del Calderone” e lo battezzò semplicemente “Laghetto Sofia”.

Laghetto Sofia settembre 1949 foto Dino Tonini

Dopo aver finalmente scoperto il volto dietro quel nome, decisi di andare fino in fondo. Così, una mattina, senza alcun appuntamento, mi presentai all’Azienda Agricola della famiglia Mapei, a Nocciano. Ricordo bene l’accoglienza: un misto di timore e distacco, quasi di diffidenza. D’altronde era comprensibile. Dopo tanti anni, un perfetto sconosciuto si presentava alla loro porta ponendo domande su vicende lontane nel tempo: che cosa poteva significare?

Nonostante l’iniziale cautela, riuscirono comunque ad aiutarmi. Mi fornirono infatti il numero di cellulare di una delle figlie di Sofia, la signora Nicoletta Tonini, che viveva a Venezia. Nei giorni successivi la contattai. Anche lei, all’inizio, mostrò una certa resistenza — del tutto comprensibile — ma col passare dei messaggi la diffidenza lasciò spazio a una maggiore disponibilità.

Alla fine mi inviò alcune fotografie a bassa risoluzione: ritratti della madre e del padre, Dino Tonini. Nella stessa mail, su mia richiesta, allegò anche alcune immagini del Tonini scattate durante i suoi sopralluoghi biennali all’Apparato glaciale del Calderone — così lui stesso amava definirlo nelle sue relazioni — testimonianze visive delle sue visite e del suo lavoro sul campo.

A quel tempo non avevo ancora l’idea di pubblicare un libro: si trattava soltanto di una curiosità storica, anche perché molte persone, nell’ambiente alpinistico e non solo, inventavano vere e proprie leggende metropolitane su quel laghetto. Forse, quando poi ho dato alle stampe il libro, mi sono appropriato indegnamente della fotografia riportata in copertina, anche se era a bassa risoluzione…

Dopo questa divagazione, seppur necessaria, torniamo ora a ciò che riguarda il collegamento del dottor Di Ninni con la famiglia Tonini.

Dopo l’evento della presentazione del libro, tra la mia famiglia e quella di Carlo nacque una sincera e spontanea amicizia. A favorirla furono soprattutto due elementi. Il primo era l’appartenenza alla stessa terra d’origine, un legame che non di rado crea fin da subito una particolare sintonia e una naturale disposizione alla confidenza. Il secondo riguardava loro figlio Riccardo, che aveva scelto di trasferirsi in Valle d’Aosta per esercitare la professione di Guida Alpina lungo l’intero arco alpino.

Così, quasi naturalmente, le montagne  e il “calendario” — divenuto ormai simbolo di passioni e racconti condivisi — si trasformarono nei veicoli principali di questa bella amicizia, fatta di conversazioni, ricordi e nuove scoperte.

Ed è proprio a questo punto che comincia a cadere la seconda “maschera”. Carlo, dopo aver letto il mio libro e dopo aver ascoltato le anticipazioni che gli avevo raccontato sulla composizione della famiglia Tonini/Mapei, mi rivela un dettaglio inatteso. Mi racconta infatti che una signora, sua coetanea, di nome  Ida Tonini, vive a Roma. Con lei e con i suoi fratelli e sorelle, durante gli anni dell’adolescenza, era solito incontrarsi nei mesi estivi sulla spiaggia di Francavilla. Lui arrivava da Chieti, mentre la famiglia Tonini proveniva da Nocciano, in provincia di Pescara. Quel racconto riaccende immediatamente una curiosità profonda, quasi il presentimento di un nuovo tassello destinato a trovare il proprio posto nel mosaico della storia familiare.

Così, nel dicembre scorso, ancora una volta a ridosso delle festività natalizie, Carlo decide di organizzare un incontro a Roma, nella splendida cornice di Piazza del Popolo. L’occasione è preziosa: incontrare finalmente insieme la signora Ida Tonini, la quale, con grande gentilezza e rara disponibilità, ci invita a prendere un caffè nella sua casa romana.

Consapevole dell’importanza — quasi simbolica — di quell’incontro, mi presento con lo zaino sulle spalle, questa volta senza il materiale alpinistico, ma  con cinque copie del mio libro. Non sono semplici volumi: li porto con me come dono destinato ai fratelli e alle sorelle della signora Ida, anche se non tutti, purtroppo, erano presenti a Roma in quel momento. Questa volta, però, l’accoglienza è ben diversa da quella vissuta a Nocciano nel 2017. Sia io sia l’amico Carlo veniamo ricevuti con tutti gli onori e con quella cordialità autentica che da sempre distingue le famiglie perbene. È un’accoglienza calorosa, fatta di sorrisi sinceri, di attenzioni spontanee e di quel rispetto discreto che riesce a trasformare in pochi istanti un incontro formale in qualcosa di sorprendentemente familiare.

In quella casa, tra racconti e ricordi che lentamente prendono forma, mi trovo a narrare — sia pure in modo sommario — ciò che ho poi riportato in alcune pagine del mio libro. Gli astanti restano sorpresi nello scoprire che quello “sconosciuto” che, qualche tempo prima, aveva quasi fatto “irruzione” all’Azienda Agricola della famiglia Mapei/Tonini non era lì per caso. Dietro quella visita inattesa c’era infatti un obiettivo preciso, quasi una missione: ricostruire e raccontare una storia che, in fondo, non è soltanto memoria familiare, ma la cronaca viva di eventi reali, di persone e di destini intrecciati.

Ed è proprio questa determinazione — forse inattesa per chi mi ascoltava — che in quel momento suscitò stupore e curiosità tra i presenti.

Resta il fatto che quel “calendario”, giunto nel 2023 al dottor Carlo Di Ninni, continua a custodire un interrogativo: da quale mano sia realmente partito?

Immagini del Laghetto Sofia 1949 e seguenti (Archivio Dino Tonini)
Sono tornati gli “spiaggianti” 2016 l’ultima volta che si è formato il Laghetto Sofia, oggi scomparso.

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