Dalla Città di Ghiaccio alle distruttive slavine di Santa Lucia, passando per il Ghiacciaio della Marmolada: oggi in forte ritirata.

La Marmolada con i suoi 3343m di Punta Penia è la vetta più alta delle Dolomiti orientali, dove al suo interno si annida il più grande apparato glaciale  delle Dolomiti, forse l’unico ancora rimasto di una certa consistenza.  La vedretta, a monte era delimitato dall’intera  cresta rocciosa che partiva  da  Punta Rocca (3265 m) fino a Punta Penia (3343m). Dopo il forte ritiro degli ultimi anni la fronte si è attestata a monte degli speroni rocciosi (Sasso delle Undici e Sasso delle Dodici) che fino a pochi anni fa la suddividevano nettamente in tre settori (Orientale, Centrale e Occidentale). Ora la fronte appare appiattita e poco frastagliata, anche se la tradizionale suddivisione in tre settori è rimasta. Negli ultimi anni si è completamente separato dal settore che occupa il circo a valle di Punta Penja, al quale era collegato con una sottile fascia di ghiaccio: ora tale settore costituisce un individuo a sé stante. Come tutti i ghiacciai delle Alpi, anche il ghiacciaio della Marmolada si è ultimamente molto ritirato. Nell’arco di un secolo le sue dimensioni si sono più che dimezzate: nel 2013 misurava 190 ettari, mentre nel 1910 misurava 450 ettari. Su  questo ghiacciaio, fino al 2006   è stato praticato  anche lo sci estivo, quindi raggiunto da impianti di risalita.


Punta Penia 3343slm  28 settembre 1864
Paul Grohmann  con le guide Angelo e Fulgenzio Dimai
Il Ghiacciaio della Marmolada nel 1910 (Museo della Grande Guerra)

Ghiacciaio della Marmolada e il bacino del Fedaia 2021

Crepacci

Nel 1916, durante la Grande Guerra,  i genieri dell’esercito austroungarico, al comando del  tenente Leo Hanndl, ufficiale della guarnigione della Marmolada ma anche ingegnere e appassionato alpinista,  aveva ideato la città di ghiaccio, un complesso di gallerie, dormitori e depositi per collegare le diverse postazioni in quota bersagliate dal costante tiro delle truppe italiane arroccate sulla Cresta di Serauta. Le lunghe gallerie e i locali, con temperatura costante  tra 0° C e -5° C, nonostante il buio angosciante delle spaccature del ghiaccio e l’elevata umidità davano comunque un senso di sicurezza rispetto all’esterno del ghiacciaio.  Fino a quando, il giorno 12 dicembre 1916, viste le intense nevicate, il tenente Leo Handl aveva chiesto  ai comandi superiori di trasferire, per sicurezza, gli oltre 350 soldati nelle caverne della città di ghiaccio, ricevendone però il rifiuto. Alle 5 e 30 del mercoledì 13 dicembre 1916, con profondo e sordo boato, preceduto da un forte spostamento d’aria, ci fu un enorme distacco di neve pesante dal sovrastante pendio sotto Punta Penia.  La maggior parte delle baracche fu travolta insieme ai soldati che erano dentro. Perirono circa 250 soldati. Questa slavina è considerata il maggior disastro che si ricordi causato da una valanga.  Contemporaneamente, sulla stessa montagna ma dalla parte Italiana,  ci furono numerose altre valanghe  con altre  decine di vittime.  

La Città di Ghiaccio (Museo della Grande Guerra)
Avamposto della Grande Guerra. Sono evidenti le stratificazioni del ghiacciaio: in forte rititara.
Avamposto a Forcella Marmolada

A 104 anni di distanza si è ripetuta la stessa valanga, questa volta, per fortuna senza vittime. Tra il  5 e 6 dicembre 2020 durante l’intensa precipitazione è stato sentito un grosso boato sopra il Lago Fedaia, dove  sono state costruite le stazioni di partenza e arrivo della bidonvia e il Rifugio Pian dei Fiacconi , a q 2626m. Per giorni  il lago non è stato potuto raggiungere a causa  delle intense nevicate  e la  conseguente chiusura della strada. Il giorno  14 dicembre, durante una schiarita, l’elicottero  del Soccorso Alpino della Val di Fassa sorvola la zona Fedaia-Pian dei Fiacconi e intravede la valanga, che si è abbattuta sul rifugio e sulla stazione di arrivo della vecchia didonvia.  Da una prima analisi effettua sul posto,  la valanga è scesa  probabilmente intorno alle 22 del 5 dicembre,  collegandola al boato avvertito nei giorni precedenti.

 Il Rifugio Pian dei Fiacconi, a q 2626 slm (inizialmente lo Chalet di Pian dei Fiacconi), fu costruito  nel 1946 per lo sviluppo dello sci. Il rifugio era inizialmente servito da una seggiovia monoposto Fedaia – Pian dei Fiacconi, ammodernata nel 1963 e trasformata nel 1974 in bidonvia a due posti. L’impianto fu chiuso nel 2019 per obsolescenza, per far posto ad  un nuovo progetto d’impianto. Nel periodo del dopoguerra, la necessità di costruire  per favorire lo sviluppo economico era predominante  su ogni altro aspetto e le analisi ambientali erano ridotte al minimo. La posizione interessante del rifugio, alla base dell’ampio ghiacciaio, permetteva l’avvicinamento  dei turisti  a una grande montagna: meglio  conosciuta come:   “La Regina delle Dolomiti”,  e faceva intravedere anche lo sviluppo dello sci estivo;  il tutto senza però  preoccuparsi di altre conseguenze.  “Benché costruito su una modesta rilevanza del terreno, la posizione vulnerabile fu quasi immediatamente  evidente, in quanto la struttura fu coinvolta da altre valanghe già nel 1947, 1958 e nel 1976, meno distruttive di quella del 2020.  Infatti la situazione meteorologica  che ha portato il distacco della grande valanga del Pian dei Fiacconi è stata simile a quella del 1916. Nei primi giorni del mese di dicembre 2020 si è creata una situazione di blocco della circolazione atmosferica  zonale con la formazione di un’alta pressione sull’Atlantico, che ha portato la discesa di aria fredda con il conseguente sviluppo di una profonda depressione sul nord Europa.  L’aria fredda attraverso la Valle del Rodano ha generato una depressione secondaria sul Mar Ligure, che ha portato le  grandi precipitazioni nevose sui versanti meridionali delle Alpi e le Dolomiti in particolare. La situazione si è protratta anche nelle settimane successive.

Stazione di arrivo della bidonvia e il Rifugio Pian dei Fiacconi dopo la valanga.
Stazione di arrivo della bidonvia e il Rifugio Pian dei Fiacconi dopo la valanga.

Questi due episodi descrivono  eventi distruttivi che, pur con conseguenze diverse, hanno avuto la stessa genesi nella valutazione  dei soli aspetti di pura convenienza. La  predisposizione del versante nord della Marmolada alle grandi valanghe è facilmente intuibile.  E’ un grande versante aperto con pendenze non molto accentuate che permette grandi accumuli di neve che, quando scarica, travolge tutto ciò che trova, arrivando anche al fondo valle.  Se durante la Grande Guerra le tante vittime per la “morte bianca” furono dovute allo scenario  sconosciuto  del fronte invernale in alta quota, al Rifugio Pian dei Fiacconi non ci sono state vittime in quanto era fortunatamente chiuso, ma la distruzione del rifugio è stata la conseguenza di una posizione infelice  nella traiettoria delle grandi valanghe, come ben documentato sul catasto valanghe della Provincia Autonoma di Trento.  I fatti descritti, avvenuti con situazioni nivometeorologiche  analoghe nel segno della ripetitività, devono far riflettere su come la fruizione della montagna  oggi richieda una nuova e lungimirante capacità di valutazione complessiva, tenendo presente che i cambiamenti climatici  in corso potrebbero accentuare  l’intensità dei fenomeni.  La ricostruzione del Rifugio Pian dei Fiacconi, dovrà passare per una attenta  scelta della localizzazione, ma soprattutto sarà l’occasione per ripensare ad un nuovo modello di sviluppo sostenibile, ottenibile anche senza la costruzione  di nuovi e più grandi impianti di risalita.  Il turismo attuale che guarda al futuro è un’economia che passa per la cultura, per la conoscenza e il rispetto dell’ambiente. Ripensando alla storia passata, può insegnare tanto.

Panorama dal Ghiacciaio sul Piz Boè

Ghiacciaio della Marmolada e le Tofane

La parte terminale della ferrata e Punta Rocca

  

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