L’8 febbraio del 1929 cominciava l’odissea di due fortissimi Alpinisti il cui esito sarebbe terminato il 15 giugno dello stesso anno, giorno del ritrovamento. Infatti si consumò la tragedia dei Valorosi Uomini Mario Cambi e Paolo Emilio Cichetti. In questo articolo non parleremo della drammatica e commovente storia, dove altre autorevoli fonti hanno pubblicato ampie e dettagliate relazioni, ma riportiamo la piccola storia riferita al Rifugio sui Monti Sibillini, nei pressi del Lago di Pilato, intitolato a Paolo Emilio Cichetti che costò le dimissioni al Presidente della Sezione del Club Alpino Italiano dell’Aquila. L’Avvocato Michele Iacobucci, Presidente del Sodalizio Aquilano fino al 1934, si era fatto convincere dai suoi amici della Sezione di Macerata a costruire un piccolo rifugio intitolato a Paolo Emilio Cichetti sopra il lago di Pilato sui Sibillini. Il manufatto fu anche ritenuto necessario come punto d’appoggio più comodo per effettuare esplorazioni alpinistiche sul vicino Pizzo del Diavolo. Nell’autunno del 1933 il rifugio, edificato in una zona ritenuta “sicura”, era pronto per l’inaugurazione che fu rimandata alla primavera del ’34, ma il manufatto, purtroppo, non c’era più perché un’enorme valanga, proveniente dal monte Vettore, lo aveva fatto letteralmente esplodere, scagliando i laterizi ed altro fin sotto la parete di Pizzo del Diavolo, radendolo al suolo e scagliando la soletta di cemento armato 200 metri più in alto sul versante opposto. Naturalmente ci furono aspre critiche per la scelta del posto dietro uno scontento generale. La Sezione Aquilana era impegnata per 6000 lire, corrispondenti a 10 milioni di lire di qualche anno fa: Iacobucci disse “ho sbagliato io e pago io, però lascio la presidenza del CAI e del GAS, Gruppo Aquilani Sciatori”. Restò solo Segretario dell’Associazione Nazionale Alpini, l’ANA. Forse questa fu anche una contestazione al regime… Perché la cosa accadde nel momento in cui il Club Alpino Italiano diventava Centro Alpinistico Italiano e la Sezione era un organismo di questo centro, col dirigente nominato dal segretario federale; Iacobucci prese l’occasione della “cambiale”, pagandola e andandosene, per non diventare un dipendente di partito.










O anche “Grotta del Peccato”, come la chiamò Jaia, uno dei primi illustratori del gruppo. La grotta è situata sul versante nord della Punta della Croce ed è molto visibile per sue ampie dimensioni dalla mulattiera, che risale la V di Panico di Castelfantellino, h 0,30 dall’attacco; 3° grado (primo raggiungimento 1° raggiungimento ed esplorazione D’Armi e A. e G. Maurizi il 16 settembre 1939). Per guadagnare l’attacco si risale un profondo canalone ghiaioso situato sotto la grotta stessa, la cui imboccatura, simile ad grandioso portale rettangolare, completamente oscuro non essendo illuminato data la esposizione a tramontana spiega nettamente sulla parete di calcare biancastro. Poi s’incontra una cengia e si traversa obliquamente a dx in alto; si procede fino ad una nicchia con alberello; si supera una paretina di circa 10 m, si arriva su un terrazzino erboso che si traversa prima verso dx poi a sx verso un canalino di rocce ed erba alto 10m. Si traversa verso dx una cengia erbosa e stretta e si discende in parete in corda doppia per 5m, traversando verso dx e aggirando uno spuntone. Di qui ci si cala sul pavimento della grotta. Dall’attacco dislivello di circa 40 metri.
Variante (più facile): P. Perucci T. Nicolini F. Agus 13 agosto 1952 la raggiunsero direttamente dal basso. Si sale direttamente alla nicchia con alberello, come detto nell’it. prec. Indi per cengia verso dx si aggira uno spuntone. La cengia poi si allarga fino a confondersi con il pavimento della grotta. Questa ha una profondità di ca. 20 m e presenta una specie di fessura che la divide in due parti pressoché simmetriche e che, segnando la volta, il fondo e il pavimento, si prolunga nella parte soprastante e sottostante la grotta. Non vi si riscontrano tracce di acqua fluente. La forma è quella di un imbuto con l’apertura verso l’esterno.

















