Eremi di San Franco

di Giuseppe D’Annunzio 09 ottobre 2017

L’anno scorso (23 dicembre 2016), in solitaria, facendo il giro dei valloni, riuscii a trovare l’eremo di San Franco al Cefalone, quest’anno, in compagnia di un profondo conoscitore del Gran Sasso, eccomi all’eremo di San Franco ai Peschioli.

A Eremo di San Franco ai Peschioli la discesa

L’Itinerario scelto da Paolo è suggestivo, è quello che condusse il sant’uomo nell’isolamento più assoluto, il suo ultimo eremo, quello più in alto tra i contrafforti del Cefalone. In pratica lo abbiamo raggiunto scendendo dall’alto. Una discesa impegnativa visto che nell’ultimo tratto, anche per la tipologia della roccia che si sfalda, ci siamo avvalsi della corda.
Scavata in una parete di roccia perfettamente perpendicolare, la grotta ha dimensioni ridotte, meno di 2 x 2 m, ma ha una piccola vasca per raccogliere l’acqua di pioggia e condensa, una piccola nicchia per tenere sollevati dal pavimento i pochi oggetti e le poche derrate alimentari e anche un piccolo altarino. L’ingresso ha ancora i segni di qualche modanatura dove forse dove si incassava il legno della porta.
Intorno i larici, sotto uno vasto panorama con la bella vallata del Raiale e del Vasto.
San Franco, come il Beato Placido, era nato a Roio. Era poi stato sui monti Sabini e infine era tornato nell’aquilano per la Valle dei Cafassi (Pizzoli). Si era fermato in una grotta sulle pendici del Monte San Franco, dove ora c’è la cappellina con l’acqua miracolosa. Ma essendo continuamente “disturbato” dai pellegrini si ritiro prima in questa grotta dei Peschioli e infine in quella, quasi inaccessibile, sotto i contrafforti del Monte Cefalone.
“Pur accogliendo benevolmente gli amici che lo visitavano nei pressi della fonte e operando miracoli, la vocazione fondamentale di Franco restava la solitudine contemplativa. Ed egli andava meditando un ulteriore trasferimento. Questa insoddisfazione tradisce un profondo anelito di perfezione.
Attraversando la catena dei Monti Sabini, si recò, secondo una tradizione, sopra il Castello di Asserii, presso l’attuale funivia, ai Peschioli, dove abitò, per qualche tempo, in una stanza rocciosa, tuttora visibile, ma quasi inaccessibile.
La vallata di Portella, però, era un punto di traffico, e l’Eremita salì più in alto, per ritirarsi in una spelonca profonda, in posizione impervia e incantevole, sotto le gigantesche rupi del Pizzo Cefalone, sorvolate dalle aquile.

Lo scenario naturale è semplicemente grandioso, la pace è solenne, il silenzio altissimo.” (A. Gratry).
“ … Se pure i più duri mesi invernali l’anziano Eremita – per quanto solitario e indipendente — non li trascorreva nel monastero di Assergi, col quale aveva rapporti. Certo, è umanamente impossibile la vita in una umida grotta, aperta alle intemperie, a quell’altezza (circa 1700 metri), con temperature glaciali.
Da notare che avvenne il primo maggio il fatto dell’immensa valanga di neve, che con mi boato precipitava giù per Portella, quando alcuni devoti del Teramano, diretti a Franco, ebbero appena tempo di gridare, per bocca di don Diodato: «O Servo di Dio, aiutaci!» e di gettarsi a terra, mentre la massa bianca, rotolando e quasi sfiorando le loro teste, andò a disintegrarsi paurosamente a valle. E tutti si affrettarono a rallegrarsi con Franco per lo scampato pericolo.
Portella (m. 2385) è tristemente nota per le valanghe. Una, molti anni fa, distrusse alcuni ettari di pineta. E, secondo il medico Liberatore, come « da scritture… e I’ dalla tradizione », il 1° dicembre 1617, una improvvisa valanga travolse e uccise quaranta uomini della Pietracamela, che scendevano verso Assergi. dove giunse un solo superstite e riferì la tragedia. Sono famosi anche i turbini di vento che flagellano specialmente il Passo della Portella, «piccolo corridoio non più largo di tre metri e lungo appena cinque… pericoloso quando la tormenta urla e sbatte fra le rocce e si precipita con irresistibile furia in quella fenditura » che « ha sacrificato al genio corrucciato della montagna il maggior numero di vittime” (E. Janni). “I turbi che vi si formano riescono folgoranti”: il 1 giugno 1784 vi furono rinvenuti i cadaveri di quattro donne che il 26 ottobre 1783 erano ripartite da Assergi per Pietracamela, loro paese (G. Liberatore). E nella montagna di Assergi e di Paganica, il 2 luglio 1516, la neve alta e le bufere fecero strage di bestiame ovino e bovino (A.L. Antinori). Né mancano altri fatti più recenti.
Non sembra, pertanto, pensabile che Franco potesse svernare nell’eremo alpestre, anche se meno alto e meno esposto e in stagioni normali.

LA MORTE
Si avvicinò, comunque, anche la sua ora. Le sue condizioni fisiche peggiorarono.
Ai primi di giugno, in uno degli anni fra il 1220 e il 1230 (M. Morelli), un sacerdote del monastero di Assergi, forse di quelli che visitavano l’Eremita recandogli elemosine e ricevendone spirituali consolazioni, amministrò a lui — che viveva nell’attesa del ritorno del Signore — gli ultimi conforti della fede.
E la notte tra il 4 e il 5, sorella morte colse Franco in preghiera, solo, con le braccia incrociate sul petto.
Solo — fisicamente — nella vita, solo nella morte.
Del resto, si muore sempre soli, anche in mezzo una ha moltitudine, in quello che è il momento decisivo per l’attuazione del piano divino della salvezza eterna.
“La morte è l’ultimo nostro dovere: bisogna farlo bene” (R. Bazin). Dovrebbe essere un estremo atto di fede: di speranza e di amore.”
Demetrio Gianfrancesco Assergi e San Franco eremita del Gran Sasso

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