Il mulo e l’Alpino: “Onorato servizio”

Il 7 settembre 1993, dopo 121 anni di “onorato servizio”, gli ultimi 24 muli dell’Esercito Italiano vennero messi all’asta. Ormai erano in pensione: non servivano più, mantenerli costava troppo. Sono stati sostituiti senza problemi con i mezzi meccanici. Era la fine di un’epoca. All’Esercito, che di muli ne aveva migliaia, non ne restò più neanche uno . Gli alpini perdevano quegli animali che li avevano accompagnati per tanti anni della loro storia. Una storia iniziata nel 1872, con la fondazione del Corpo, ma in realtà di origini ancora più lontane. Il primo passo fu fatto in realtà nel 1831, quando nell’Esercito del Regno di Sardegna vennero costituite le prime batterie da montagna. Degli Alpini il mulo sarà fin da allora il “fedele alleato”. Mite e generoso, forte e coraggioso, instancabile lavoratore, umile eppure testardo: un compagno d’armi, un mezzo da combattimento, ma anche un complice intelligente. E poi, con l’arrivo della Prima Guerra Mondiale, quel connubio dei muli con i soldati diverrà imprescindibile. Era il solo, il mulo, in grado di arrampicarsi per i sentieri rocciosi del fronte Italiano, d’inverno coperti di neve, d’estate arsi dal caldo. Quelli che, non a caso, presero il nome di mulattiere. Era il mulo che trasportava le armi e i cannoni, le tende, i feriti e gli uomini morti in battaglia. E che, affamato lui stesso, sopportava durissime privazioni, riforniva i soldati di coperte e vettovaglie. Amico inseparabile, con i soldati condivideva, senza mai ribellarsi, le fatiche e i rischi di quelle missioni e nondimeno le gioie e i dolori di quei momenti. Dire allora che insieme, l’uomo e quel “generoso animale, pioniere delle nuove conquiste, che ha sempre dato agli uomini senza mai pretendere nulla che non fosse un po’ di biada e un po’ di attenzione”, si sono sacrificati per la Patria può sembrare eccessivo. Se non fosse che, come recitava un vecchio detto: “Togliere il mulo ad un alpino è come strappargli la penna dal cappello”.

Il mulo in azione

Il cappello dell’Alpino su un aiola della città dell’Aquila: la capitale degli Appennini

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