Lo chiamavamo “Il Vecchiaccio”, anche se lo storico compaesano Igino Di Marco, con un pizzico di solennità in più, lo aveva ribattezzato “Il Vecchione”. Era — ed è ancora — una roccia isolata, scolpita dal tempo, dalle erosioni, dai disfacimenti e dai crolli, con quel profilo sorprendente che ricorda il volto di un uomo anziano, immobile testimone di ciò che passa e di ciò che resta.
La piccola storia del Vecchiaccio cominciò oltre cinquant’anni fa, quando la giornata di Sant’Anna, il 26 luglio (*), era per noi sinonimo di scampagnata. Nei dintorni del Monastero di Sant’Angelo d’Ocre, tra risate, polvere e odore d’erba secca, era quasi naturale che qualcuno lanciasse la sfida: provare a salire fin lassù, su quello sperone instabile, più per farsi vedere che per il gusto della conquista. In fondo, la speranza era sempre la stessa: attirare l’attenzione delle ragazze, nostre coetanee, che osservavano da lontano fingendo disinteresse.
La salita si affrontava dal lato monte, quello più semplice, e quasi sempre senza alcuna attrezzatura. L’alpinismo era un lusso, allora, e noi ci arrangiavamo con quello che avevamo: mani, scarpe consumate e un po’ di incoscienza giovanile. Per rendere tutto più serio — o almeno così ci sembrava — scommettevamo qualcosa. Di solito una bevuta, da pagare al rientro in paese nel tardo pomeriggio.
C’era chi saliva e scendeva con la naturalezza di chi percorre le scale di casa, e chi invece si fermava a metà, vinto dalla paura o dalla poca dimestichezza con quella improvvisata “disciplina sportiva”. Ma alla fine poco importava chi avesse vinto o perso. I soldi erano pochi per tutti, e così si faceva una colletta: bastava quanto serviva per comprare almeno due bottiglie di spuma, quella bibita semplice e dolce che oggi forse non esiste più, ma che allora sapeva di festa.
Seduti insieme, finalmente all’ombra, ci dissetavamo celebrando la nostra piccola impresa, con un leggero rammarico: le ragazze, alle quali avevamo dedicato ogni slancio e ogni bravata, erano già tornate a casa, richiamate dall’ora o dalle famiglie. Di quel mondo oggi resta solo il ricordo. Un mondo fatto di poco, ma vissuto fino in fondo; di gesti semplici, di sfide inutili e necessarie, di una gioventù rigorosa e sincera, che portiamo ancora con orgoglio nella memoria. E il Vecchiaccio è lì, immobile, a guardarci invecchiare al suo cospetto.
(*) Anna, è considerata dalla tradizione cristiana la moglie di Gioacchino e la madre di Maria Vergine ed è venerata come santa. I genitori di Maria (e di Elisabetta) non sono mai nominati nei testi biblici canonici; la loro storia fu narrata per la prima volta negli apocrifi Protovangelo di Giacomo e Vangelo dello pseudo-Matteo, per poi arricchirsi di dettagli agiografici nel corso dei secoli, fino alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine. La festa nella Chiesa Cattolica ricorre il 26 luglio, mentre la Novena di Sant’Anna si recita il 17 luglio. Le vicende della santa furono raccolte nel De Laudibus Sanctissime Matris Annae tractatus del 1494. Papa Gregorio XIII (1584) estese la festa a tutta la Chiesa cattolica.


“Il Vecchiaccio” o “il Vecchione” come lo definiva Igino Di Marco
Si trova In località “Pianiglio”: è una roccia isolata che in certe ore e con certi punti di luce dal curioso profilo di viso umano. Residuo di erosioni, disfacimenti e crolli di vario genere.



Il rigoroso Convento di Sant’Angelo d’Ocre, costruito su uno strapiombante sperone roccioso, la lamata e l’instabile scoglio seminascosto dalla pineta.


















Grazie Paolo, anche sono aquilano solo da 52 anni, ho gradito moltissimo!
Bellissimi ricordi con la Spuma e …… le ragazze, tant’è che ne ho sposato una!!!
Buon Natale a tutti coloro che leggeranno questa mia